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"cavallo" poems
From my new book, Poems of Ancient Rome and Greece, available in paperback on Amazon and Barnes & Noble, as well as eBook on Kindle, Nook, and Apple Books:  https://www.amazon.com/Poems-Ancient-Greece-Christopher-Saitta/dp/B0DS6933HB?ref_=ast_author_dp   My mother the sea, She woke my sandy eyes, Just to tell me she had to leave, Draw past the markets where the fish are sun-dried, Snarled by the coral-rough hands of divers deep. My mother the sea, She left her running tab Of the grocer’s choicest greens, Thumbed the velamentous rinds and spiny scarola, Her xylem and phloem are the slow moving cruciferousness of a breeze. My mother the sea, Charwoman of tides, Who dips and delves upon her knees, Who scrubs her brothel-coves with chamber lye, Cyprian mistress of the salt-stained sheets. I have looked for you, mother, A scugnizzo amid the striped awnings of the marketplace ~ like sails to the sky ~ Where the fishmongers hawk their pride Of conch, cavallo, and black sea bream. I have looked for you, mother, Walked sun-forged along the boardwalk, Amid the neon-mascara of signs, Hand-in-hand with only the ladyfingers of salt and vinegar fries, Toward the crisp syllabub of pebbles and sand. A beach is window-warmth spread free, cosmopolitan, The longeur of eyes crushed in the glass-dust of cities. And in the sputtering of the frosted spume of tides, Held broken seashells in my hands like broken needles, Heard the pump-click of the ventilator through your mask of sand. My mother the sea, A naked convalescent, Whose ever-turnings have taken A turn for the worse. Who will know her by her death, who but me?
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Jan 21, 2025
Jan 21, 2025 at 8:29 AM UTC
My Mother, the Sea
From my new book, Poems of Ancient Rome and Greece, available in paperback on Amazon and Barnes & Noble, as well as eBook on Kindle, Nook, and Apple Books:  https://www.amazon.com/Poems-Ancient-Greece-Christopher-Saitta/dp/B0DS6933HB?ref_=ast_author_dp   My mother the sea, She woke my sandy eyes, Just to tell me she had to leave, Draw past the markets where the fish are sun-dried, Snarled by the coral-rough hands of divers deep. My mother the sea, She left her running tab Of the grocer’s choicest greens, Thumbed the velamentous rinds and spiny scarola, Her xylem and phloem are the slow moving cruciferousness of a breeze. My mother the sea, Charwoman of tides, Who dips and delves upon her knees, Who scrubs her brothel-coves with chamber lye, Cyprian mistress of the salt-stained sheets. I have looked for you, mother, A scugnizzo amid the striped awnings of the marketplace ~ like sails to the sky ~ Where the fishmongers hawk their pride Of conch, cavallo, and black sea bream. I have looked for you, mother, Walked sun-forged along the boardwalk, Amid the neon-mascara of signs, Hand-in-hand with only the ladyfingers of salt and vinegar fries, Toward the crisp syllabub of pebbles and sand. A beach is window-warmth spread free, cosmopolitan, The longeur of eyes crushed in the glass-dust of cities. And in the sputtering of the frosted spume of tides, Held broken seashells in my hands like broken needles, Heard the pump-click of the ventilator through your mask of sand. My mother the sea, A naked convalescent, Whose ever-turnings have taken A turn for the worse. Who will know her by her death, who but me?
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Nel mio cuore, una fata dorme. Lungo per i sogni, sono una povera, piccola ragazza all'interno. Per fuori, sono una ragazza coraggiosa e matura. Pero, io non posso fingere che non voglio essere nei miei sogni, dove si incontra tutto lo che mi piace, tutto che io voglio. i principe con gli occhi azzurri, il castello bianco dove io vivo, il cavallo bianco, la carrozza bianca, tutto bianco. perche tutto bianco? forse vedo tutto cosi buio, crudele, spietato. La gente non voglie essere tu amici, ancora meno riconoscerti. Vogliono solo guardarti piangere. Vogliono guardare cuando ti realizza che non si puoi vivere nei tuoi sogni. Che non sara' giovane per sempre. Che non sei piu un bambino. Prima o dopo, sarai uno di loro. amaro e apatico. non ti sognare. Non esiste il principe con gli occhi azzuri, non esiste il castello bianco, non esiste il cavallo bianco, non esiste la carrozza bianca. Non tutto e' bianco.
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Jan 18, 2013
Jan 18, 2013 at 11:17 AM UTC
I sogni
Spesso il male di vivere ** incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l'incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato. Bene non seppi; fuori del prodigio che schiude la divina Indifferenza: era la statua nella sonnolenza del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
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Spesso il male di vivere ** incontrato
Ricordi quand'eri saggina, coi penduli grani che il vento scoteva, come una manina di ***** il sonaglio d'argento? Cadeva la brina; la pioggia cadeva: passavano uccelli gemendo: tu gracile e roggia tinnivi coi cento ramelli. Ed oggi non più come ieri tu senti la pioggia e la brina, ma sgrigioli come quand'eri saggina. Restavi negletta nei solchi quand'ogni pannocchia fu colta: te, colsero, quando i bifolchi v'ararono ancora una volta. Un vecchio ti prese, recise, legò; ti privò della bella semenza tua rossa; e ti mise nell'angolo, ad essere ancella. E in casa tu resti, in un canto, negletta qui come laggiù; ma niuno è di casa pur quanto sei tu. Se t'odia colui che la trama distende negli alti solai, l'arguta gallina pur t'ama, cui porti la preda che fai. E t'ama anche senza, ché ai costi ti sbalza, ed i grani t'invola, residui del tempo che fosti saggina, nei campi già sola. Ma più, gracilando t'aspetta con ciò che in tua vasta rapina le strascichi dalla già netta cucina. Tu lasci che t'odiino, lasci che t'amino: muta, il tuo giorno, nell'angolo, resti, coi fasci di stecchi che attendono il forno. Nell'angolo il giorno tu resti, pensosa del canto del gallo; se al ***** tu già non ti presti, che viene, e ti vuole cavallo. Riporti, con lui che ti frena, le paglie ch'hai tolte, e ben più; e gioia or n'ha esso; ma pena poi tu. Sei l'umile ancella; ma reggi la casa: tu sgridi a buon'ora, mentre impaziente passeggi, gl'ignavi che dormono ancora. E quanto tu muovi dal canto, la rondine è ancora nel nido; e quando comincia il suo canto, già ode per casa il tuo strido. E l'alba il suo cielo rischiara, ma prima lo spruzza e imperlina, così come tu la tua cara casina. Sei l'umile ancella, ma regni su l'umile casa pulita. Minacci, rimproveri; insegni ch'è bella, se pura, la vita. Insegni, con l'acre tua cura rodendo la pietra e la creta, che sempre, per essere pura, si logora l'anima lieta. Insegni, tu sacra ad un rogo non tardo, non bello, che più di ciò che tu mondi, ti logori tu!
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La canzone della granata
Ricordi quand'eri saggina, coi penduli grani che il vento scoteva, come una manina di ***** il sonaglio d'argento? Cadeva la brina; la pioggia cadeva: passavano uccelli gemendo: tu gracile e roggia tinnivi coi cento ramelli. Ed oggi non più come ieri tu senti la pioggia e la brina, ma sgrigioli come quand'eri saggina. Restavi negletta nei solchi quand'ogni pannocchia fu colta: te, colsero, quando i bifolchi v'ararono ancora una volta. Un vecchio ti prese, recise, legò; ti privò della bella semenza tua rossa; e ti mise nell'angolo, ad essere ancella. E in casa tu resti, in un canto, negletta qui come laggiù; ma niuno è di casa pur quanto sei tu. Se t'odia colui che la trama distende negli alti solai, l'arguta gallina pur t'ama, cui porti la preda che fai. E t'ama anche senza, ché ai costi ti sbalza, ed i grani t'invola, residui del tempo che fosti saggina, nei campi già sola. Ma più, gracilando t'aspetta con ciò che in tua vasta rapina le strascichi dalla già netta cucina. Tu lasci che t'odiino, lasci che t'amino: muta, il tuo giorno, nell'angolo, resti, coi fasci di stecchi che attendono il forno. Nell'angolo il giorno tu resti, pensosa del canto del gallo; se al ***** tu già non ti presti, che viene, e ti vuole cavallo. Riporti, con lui che ti frena, le paglie ch'hai tolte, e ben più; e gioia or n'ha esso; ma pena poi tu. Sei l'umile ancella; ma reggi la casa: tu sgridi a buon'ora, mentre impaziente passeggi, gl'ignavi che dormono ancora. E quanto tu muovi dal canto, la rondine è ancora nel nido; e quando comincia il suo canto, già ode per casa il tuo strido. E l'alba il suo cielo rischiara, ma prima lo spruzza e imperlina, così come tu la tua cara casina. Sei l'umile ancella, ma regni su l'umile casa pulita. Minacci, rimproveri; insegni ch'è bella, se pura, la vita. Insegni, con l'acre tua cura rodendo la pietra e la creta, che sempre, per essere pura, si logora l'anima lieta. Insegni, tu sacra ad un rogo non tardo, non bello, che più di ciò che tu mondi, ti logori tu!
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