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"monti" poems
Dorme la corriera dorme la farfalla dormono le mucche nella stalla il cane nel canile il ***** nel bimbile il fuco nel fucile e nella notte nera dorme la pula dentro la pantera dormono i rappresentanti nei motel dell'Esso dormono negli Hilton i cantanti di successo dorme il barbone dorme il vagone dorme il contino nel baldacchino dorme a Betlemme Gesù bambino un po' di paglia come cuscino dorme Pilato tutto agitato dorme il bufalo nella savana e dorme il verme nella banana dorme il rondone nel campanile russa la seppia sul'arenile dorme il maiale all'Hotel Nazionale e sull'amaca sta la lumaca addormentata dorme la mamma dorme il figlio dorme la lepre dorme il coniglio e sotto i camion nelle autostazioni dormono stretti i copertoni dormono i monti dormono i mari dorme quel porco di Scandellari che m'ha rubato la mia Liù per cui io solo porcamadonna non dormo più.
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Dormi, Liù
On July the 4th in 1976, the bicentennial of our great nation.  I awoke at 3am in Lakeside, Ohio to start a journey to Plant City, Florida. I was to pick up a leased car in Kent, Ohio and take it to Greenwich, Connecticut. Where I joined several others to make the trek to the Sunshine State.  When I crossed the George Washington Bridge over the Hudson River in New York City, off to my right I saw the tall ships heading out to the harbor for the day's celebrations. The radio played every version of God Bless America in their archive. I sang every one of them. We traveled all day and into the night where we saw fireworks in at least 4 states. We reached our destination in Plant City very early in the morning on the 5th of July. But I Larry Dean Goodwin on July 4th, 1976 in a brand new American made Red Chevrolet Monti Carlo sedan traveled through Ohio, Pennsylvania, New Jersey, New York, Connecticut, Delaware, Maryland, Virginia, Washington D.C., North Carolina, South Carolina, Georgia, Florida. God Bless America, God Bless Us All.
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Jul 5, 2013
Jul 5, 2013 at 12:48 AM UTC
July 4th, 1976
Il mio interesse altalenante A tratti contrastante Il tuo parlare confortante Ma a volte fuorviante Uno scoglio davanti a noi Un pensiero per un poi, Per un secondo eroi E poi soltanto... Adesso è tardi sai? Ora non lo saprai mai Non attraverseremo ne mari ne monti Non diventeremo ne amanti ne tramonti Viviamo nell'incertezza ogni giorno Ma l'unica carezza che sento è quella del vento Ora non vi giro più attorno E con un respiro tento: Solo un dubbio mi percuote la mente E che si insidia nel cuore L'interrogativo silente Se questo è un sogno oppure amore
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Oct 16, 2014
Oct 16, 2014 at 4:35 PM UTC
Inutile
Solo et pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi e lenti, e gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio uman l'arena stampi. Altro schermo non trovo che mi scampi dal manifesto accorger de le genti; perché ne gliatti d'alegrezza spenti di fuor si legge com'io dentro avampi: sì ch'io mi credo omai che monti e piagge e fiumi e selve sappian di che tempre sia la mia vita, ch'è celata altrui. Ma pur sì aspre vie né sì selvagge cercar non so ch'Amore non venga sempre ragionando con meco, et io co llui.
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Solo et pensoso
- Donde, o vecchina, queste violette serene come un lontanar di monti nel puro occaso? Poi che il gelo ha strette tutte le fonti; il gelo brucia dalle stelle, o nonna, ogni foglia, ogni radica, ogni zolla. - - Tiepida, sappi, lungo la Corsonna geme una polla. Là noi sciacquiamo il candido bucato nell'onda calda in mezzo a nevi e brine; e il poggio è pieno di viole, e il prato di pratelline. - Ah!... ma, poeta, non ancor nel pio tuo cuore è l'onda che discioglie il gelo? Non è la polla, calda nell'oblio freddo del cielo? Ché sempre, se ti agghiaccia la sventura, se l'odio altrui ti spoglia e ti desola, spunta, al tepor dell'anima tua pura, qualche viola.
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Viole d'inverno
Il bacio appena sognato in una notte di tradimenti, dove tutti consumano amplessi che non hanno profumo, il tuo bacio febbricitante, il candore delle tue labbra, somiglia alla mia porta che non riesco ad aprire. Il bacio è come una vela, fa fuggire lontano gli amanti, un amore che non ti gela che ti dà mille duemila istanti. ** cercato di ricordare che potevi tornare indietro, ma ahimè il tuo bacio è diventato simile a un vetro. Io come un animale mi rifugio nel bosco per non lasciare ovunque il mio candido pelo. Il pelo della mia anima è così bianco e così delicato che persino un coniglio ne trema. Tu mi domandi quanti amanti ** avuto e come mi hanno scoperto. Io ti dico che ognuno scopre la luce e ognuno sente la sua paura, ma la mia parte più pura è stata il bacio. Io tornerei sui monti d'Abruzzo, dove non sono mai stata. Ma se mi domandano dove traggono origine i miei versi, io rispondo: mi basta un'immersione nell'anima e vedo l'universo. Tutti mi guardano con occhi spietati, non conoscono i nomi delle mie scritte sui muri e non sanno che sono firme degli angeli per celebrare le lacrime che ** versato per te.
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Il bacio
Si muove il cielo, tacito e lontano: la terra dorme, e non la vuol destare; dormono l'acque, i monti, le brughiere. Ma no, ché sente sospirare il mare, gemere sente le capanne nere: v'è dentro un ***** che non può dormire: piange; e le stelle passano pian piano.
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Notte dolorosa
D'in su la vetta della torre antica, Passero solitario, alla campagna Cantando vai finché non more il giorno; Ed erra l'armonia per questa valle. Primavera dintorno Brilla nell'aria, e per li campi esulta, Sì ch'a mirarla intenerisce il core. Odi greggi belar, muggire armenti; Gli altri augelli contenti, a gara insieme Per lo libero ciel fan mille giri, Pur festeggiando il lor tempo migliore: Tu pensoso in disparte il tutto miri; Non compagni, non voli, Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi; Canti, e così trapassi Dell'anno e di tua vita il più bel fiore. Oimè, quanto somiglia Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso, Della novella età dolce famiglia, E te german di giovinezza, amore, Sospiro acerbo dè provetti giorni, Non curo, io non so come; anzi da loro Quasi fuggo lontano; Quasi romito, e strano Al mio loco natio, Passo del viver mio la primavera. Questo giorno ch'omai cede alla sera, Festeggiar si costuma al nostro borgo. Odi per lo sereno un suon di squilla, Odi spesso un tonar di ferree canne, Che rimbomba lontan di villa in villa. Tutta vestita a festa La gioventù del loco Lascia le case, e per le vie si spande; E mira ed è mirata, e in cor s'allegra. Io solitario in questa Rimota parte alla campagna uscendo, Ogni diletto e gioco Indugio in altro tempo: e intanto il guardo Steso nell'aria aprica Mi fere il Sol che tra lontani monti, Dopo il giorno sereno, Cadendo si dilegua, e par che dica Che la beata gioventù vien meno. Tu, solingo augellin, venuto a sera Del viver che daranno a te le stelle, Certo del tuo costume Non ti dorrai; che di natura è frutto Ogni vostra vaghezza. A me, se di vecchiezza La detestata soglia Evitar non impetro, Quando muti questi occhi all'altrui core, E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro Del dì presente più noioso e tetro, Che parrà di tal voglia? Che di quest'anni miei? Che di me stesso? Ahi pentirommi, e spesso, Ma sconsolato, volgerommi indietro.
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Passero solitario
D'in su la vetta della torre antica, Passero solitario, alla campagna Cantando vai finché non more il giorno; Ed erra l'armonia per questa valle. Primavera dintorno Brilla nell'aria, e per li campi esulta, Sì ch'a mirarla intenerisce il core. Odi greggi belar, muggire armenti; Gli altri augelli contenti, a gara insieme Per lo libero ciel fan mille giri, Pur festeggiando il lor tempo migliore: Tu pensoso in disparte il tutto miri; Non compagni, non voli, Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi; Canti, e così trapassi Dell'anno e di tua vita il più bel fiore. Oimè, quanto somiglia Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso, Della novella età dolce famiglia, E te german di giovinezza, amore, Sospiro acerbo dè provetti giorni, Non curo, io non so come; anzi da loro Quasi fuggo lontano; Quasi romito, e strano Al mio loco natio, Passo del viver mio la primavera. Questo giorno ch'omai cede alla sera, Festeggiar si costuma al nostro borgo. Odi per lo sereno un suon di squilla, Odi spesso un tonar di ferree canne, Che rimbomba lontan di villa in villa. Tutta vestita a festa La gioventù del loco Lascia le case, e per le vie si spande; E mira ed è mirata, e in cor s'allegra. Io solitario in questa Rimota parte alla campagna uscendo, Ogni diletto e gioco Indugio in altro tempo: e intanto il guardo Steso nell'aria aprica Mi fere il Sol che tra lontani monti, Dopo il giorno sereno, Cadendo si dilegua, e par che dica Che la beata gioventù vien meno. Tu, solingo augellin, venuto a sera Del viver che daranno a te le stelle, Certo del tuo costume Non ti dorrai; che di natura è frutto Ogni vostra vaghezza. A me, se di vecchiezza La detestata soglia Evitar non impetro, Quando muti questi occhi all'altrui core, E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro Del dì presente più noioso e tetro, Che parrà di tal voglia? Che di quest'anni miei? Che di me stesso? Ahi pentirommi, e spesso, Ma sconsolato, volgerommi indietro.
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Sterne sonder Zahl aus der Nacht aller Zeiten in einem klaren Ozean bewegt ihr euch wenn ich euch mit menschlichem Zeitempfinden betrachte seid ihr im Rhythmus der Jahreszeiten ewig doch wenn ich in längeren zeitlichen Dimensionen an euch denke so weiss ich euch sterblich. Die entfernte Stadt löscht ihre Lichter in der dichten Nacht erscheint ihr mal zögernd, mal überzeugt über den Bergen wohlgesinnt. In eurer Herrlichkeit findet mein Herz seine Ruh. STELLE Stelle, innumeri dalla notte dei tempi in un liquido oceano vi muovete se con il mio tempo umano vi guardo al ritmo delle stagioni eterne siete ma se con altri e più lunghi tempi a voi penso come cose mortali vi so. Spegne la città lontana le sue luci nella densa notte incerte qui e là sicure sopra i monti benevole apparite. Nella vostra gloria riposa l’animo mio.
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Sep 6, 2020
Sep 6, 2020 at 5:17 AM UTC
STERNE
Errai nell'oblio della valle tra ciuffi di stipe fiorite, tra quercie rigonfie di galle; errai nella macchia più sola, per dove tra foglie marcite spuntava l'azzurra viola; errai per i botri solinghi: la cincia vedeva dai pini: sbuffava i suoi piccoli ringhi argentini. Io siedo invisibile e solo tra monti e foreste: la sera non freme d'un grido, d'un volo. Io siedo invisibile e fosco; ma un cantico di capinera si leva dal tacito bosco. E il cantico all'ombre segrete per dove invisibile io siedo, con voce di flauto ripete, Io ti vedo!
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Nella macchia
Amici ci aspetta una barca e dondola nella luce ove il cielo s'inarca e tocca il mare, volano creature pazze ad amare il viso d'Iddio caldo di speranza in alto in basso cercando affetto in ogni occulta distanza e piangono: noi siamo in terra ma ci potremo un giorno librare esilmente piegare sul seno divino come rose dai muri nelle strade odorose sul ***** che le chiede senza voce. Amici dalla barca si vede il mondo e in lui una verità che precede intrepida, un sospiro profondo dalle foci alle sorgenti; la Madonna dagli occhi trasparenti scende adagio incontro ai morenti, raccoglie il cumulo della vita, i dolori le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita. Le ragazze alla finestra annerita con lo sguardo verso i monti non sanno finire d'aspettare l'avvenire. Nelle stanze la voce materna senza origine, senza profondità s'alterna col silenzio della terra, è bella e tutto par nato da quella.
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Alla vita
O mamma, o mammina, hai stirato la nuova camicia di lino? Non c'era laggiù tra il bucato, sul bossolo o sul biancospino. Su gli occhi tu tieni le mani... Perché? Non lo sai che domani...? din don dan, din don dan. Si parlano i bianchi villaggi cantando in un lume di rosa: dell'ombra dè monti selvaggi si sente una romba festosa. Tu tieni a gli orecchi le mani... tu piangi; ed è festa domani... din don dan, din don dan. Tu pensi... Oh! Ricordo: la pieve... quanti anni ora sono? Una sera... il ***** era freddo, di neve; il ***** era bianco, di cera: allora sonò la campana (perché non pareva lontana? ) din don dan, din don dan. Sonavano a festa, come ora, per l'angiolo; il nuovo angioletto nel cielo volava a quell'ora; ma tu lo volevi al tuo petto, con noi, nella piccola zana: gridavi; e lassù la campana... din don dan, din don dan.
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Sera Festiva
Si ferma, e già fischia, ed insieme, tra il ferreo strepito del treno, si sente una squilla che geme, là da un paesello sereno, paesello lungo la via: Ave Maria... Un poco, tra l'ansia crescente della nera vaporiera, l'addio della sera si sente seguire come una preghiera, seguire il treno che s'avvia: Ave Maria... E, come se voglia e non voglia, il treno nel partir vacilla: quel suono ci chiama alla soglia e alla lampada che brilla, nella casa, ch'è una badia: Ave Maria... Il padre a quel suono rincasa facendo un passo ad ogni tocco; e subito all'uscio di casa trova il visino del suo cocco, del più piccino che ci sia... Ave Maria... Si chiude, la casa; e s'appanna d'un tratto il vocerìo che c'è; si chiude, ristringe, accapanna, per parlare tra sé e sé; e saluta la compagnia... Ave Maria... O, tinta d'un lieve rossore, casina che sorridi al sole! Per noi c'è la notte con l'ore lunghe lunghe, con l'ore sole, con l'ore di malinconia... Ave Maria... Il treno già vola e ci porta sbuffando l'alito di fuoco; e ancora nell'aria più smorta ci giunge quell'addio più fioco, dal paese che fugge via: Ave Maria... E cessa. Ma uno che vuole velar gli occhi, pensar lontano, tra gemiti e strilli e parole, tra il frastuono or tremolo or piano, ode il suono che non s'oblia: Ave Maria... Con l'uomo che va nella notte, tra gli aspri urli, i lunghi racconti del treno che corre per grotte di monti, sopra lenti ponti, vien nell'ombrìa la voce pia: Ave Maria...
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In viaggio
Il vento è un'aspra voce che ammonisce per noi stuolo che a volte trova pace e asilo sopra questi rami secchi. E la schiera ripiglia il triste volo, migra nel cuore dei monti, viola scavato nel viola inesauribile, miniera senza fondo dello spazio. Il volo è lento, penetra a fatica nell'azzurro che s'apre oltre l'azzurro, nel tempo ch'è di là dal tempo; alcuni mandano grida acute che precipitano e nessuna parete ripercuote. Che ci somiglia è il moto delle cime nell'ora - quasi non si può pensare né dire - quando su steli invisibili tutt'intorno una primavera strana fiorisce in nuvole rade che il vento pasce in un cielo o umido o bruciato e la sorte della giornata è varia, la grandine, la pioggia, la schiarita.
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Uccelli
"Era un mattino in cui sognava ignara nei ròsi orizzonti una luce di mare: ogni filo d'erba come cresciuto a stento era un filo di quello splendore opaco e immenso. Venivamo in silenzio per il nascosto argine lungo la ferrovia, leggeri e ancora caldi del nostro ultimo sonno in comune nel nudo granaio tra i campi ch'era il nostro rifugio. In fondo Casarsa biancheggiva esanime nel terrore dell'ultimo proclama di Graziani; e, colpita dal solo contro l'ombra dei monti, la stazione era vuota: oltre i radi tronchi dei gelsi e gli sterpi, solo sopra l'erba del binario, attendeva il treno per Spilimbergo... L'ho visto allontanarsi con la sua valigetta, dove dentro un libro di Montale era stretta tra pochi panni, la sua rivoltella, nel bianco colore dell'aria e della terra. Le spalle un po' strette dentro la giacchetta ch'era stata mia, la nuca giovinetta... ".
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A un ragazzo
Senza di te tornavo, come ebbro, non più capace d'esser solo, a sera quando le stanche nuvole dileguano nel buio incerto. Mille volte son stato così solo dacché son vivo, e mille uguali sere m'hanno oscurato agli occhi l'erba, i monti le campagne, le nuvole. Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio della fatale sera. Ed ora, ebbro, torno senza di te, e al mio fianco c'è solo l'ombra. E mi sarai lontano mille volte, e poi, per sempre. Io non so frenare quest'angoscia che monta dentro al seno; essere solo.
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Senza di te tornavo, come ebbro...
Presso il rudere un pezzente cena tra le due fontane: pane alterna egli col pane, volti gli occhi all'occidente. Fa un incanto nella mente: carne è fatto, ecco, l'un pane. Tra il gracchiare delle rane sciala il mago sapiente. Sorge e beve alle due fonti: chiara beve acqua nell'una, ma nell'altra un dolce vino. Giace e guarda: sopra i monti sparge il lume della luna; getta l'arti al ciel turchino, baldacchino di mirabile lavoro, ch'ei trapunta a stelle d'oro.
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Il mendico
Udii tra il sonno le ciaramelle, ** udito un suono di ninne nanne. Ci sono in cielo tutte le stelle, ci sono i lumi nelle capanne. Sono venute dai monti oscuri le ciaramelle senza dir niente; hanno destata nè suoi tuguri tutta la buona povera gente. Ognuno è sorto dal suo giaciglio; accende il lume sotto la trave; sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio, di cauti passi, di voce grave. Le pie lucerne brillano intorno, là nella casa, qua su la siepe: sembra la terra, prima di giorno, un piccoletto grande presepe. Nel cielo azzurro tutte le stelle paion restare come in attesa; ed ecco alzare le ciaramelle il loro dolce suono di chiesa; suono di chiesa, suono di chiostro, suono di casa, suono di culla, suono di mamma, suono del nostro dolce e passato pianger di nulla. O ciaramelle degli anni primi, d'avanti il giorno, d'avanti il vero, or che le stelle son là sublimi, conscie del nostro breve mistero; che non ancora si pensa al pane, che non ancora s'accende il fuoco; prima del grido delle campane fateci dunque piangere un poco. Non più di nulla, sì di qualcosa, di tante cose! Ma il cuor lo vuole, quel pianto grande che poi riposa, quel gran dolore che poi non duole; sopra le nuove pene sue vere vuol quei singulti senza ragione: sul suo martòro, sul suo piacere, vuol quelle antiche lagrime buone!
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Le Ciaramelle
Arsiana - este valentis caoleste, memento incredia axare? Arsiana - et non revetermur millenia ecrides existenco? Nobis ecalea in monti vidimus et stellas. Arsiana - solo est valentis expectabo domum redire, redire et domum, Arsiana. Solo est caonillum neo, e momentum: stella vivere, vivere stella ecridia Memento, Arsiana? Memento incredia axare? Millenia veo amorphia et inma caonillum, Arsiana. Qualentis elara nobis in monti streo caenma Aeonis, aeonia, arinme: Onmia et estera. Memento, Arsiana?
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Dec 13, 2018
Dec 13, 2018 at 11:45 AM UTC
Arsiana