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"fango" poems
Puede una gota de lodo sobre un diamante caer; puede también de este modo su fulgor oscurecer; pero aunque el diamante todo se encuentre de fango lleno, el valor que lo hace bueno no perderá ni un instante, y ha de ser siempre diamante por más que lo manche el cieno.
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La calumnia
L'anguilla, la sirena dei mari freddi che lascia il Baltico per giungere ai nostri mari, ai nostri estuari, ai fiumi che risale in profondo, sotto la piena avversa, di ramo in ramo e poi di capello in capello, assottigliati, sempre piú addentro, sempre piú nel cuore del macigno, filtrando tra gorielli di melma finché un giorno una luce scoccata dai castagni ne accende il guizzo in pozze d'acquamorta, nei fossi che declinano dai balzi d'Appennino alla Romagna; l'anguilla, torcia, frusta, freccia d'Amore in terra che solo i nostri botri o i disseccati ruscelli pirenaici riconducono a paradisi di fecondazione; l'anima verde che cerca vita là dove solo morde l'arsura e la desolazione, la scintilla che dice tutto comincia quando tutto pare incarbonirsi, bronco seppellito: l'iride breve, gemella di quella che incastonano i tuoi cigli e fai brillare intatta in mezzo ai figli dell'uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu non crederla sorella?
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L'anguilla
Nevica a Parigi sugli alberi di carta, sugli addobbi di Natale sgonfi, sui bambini di plastica e sui castelli di latta. Nevica a Parigi una neve fiacca che s’incolla ai cappotti della gente che si trascina per strada con aria distratta. Nevica nei caffè, attraverso i vetri, sui boulevards deserti e sui nostri sguardi tetri. Si colorano di bianco la cupola dell’albergo di lusso, il tettuccio dell’edicola senza giornali, il carretto delle castagne arrosto, il marciapiede su cui scivola una dama e cerca un cantuccio il barbone. Nevica a Parigi, senza ragione, sulle donne e sugli uomini. *** Nevica nei grandi magazzini, nelle chiese vuote e nelle nostre stanze. Sulle autostrade inondate di fango che corrono sopra la città, sulle scarpate coperte d’immondizia e sulle nostre frasi lasciate a metà. Nevica a Parigi sulla terra del parco in cui non attecchirà più l’erba, sulla nostra visione acerba delle cose. Nevica a Parigi come per illusione. *** Nevica perché non ha nessun senso che nevichi, perché siamo in inverno ma non è detto che torni il bel tempo. Nevica sul cemento di chi ha avuto il coraggio di costruire i grattacieli per i grandi e le cabine di comando per gli uomini d’affari dagli occhi stanchi. *** Nevica sui ghetti e sulle città satelliti, sulle lampade al neon dei luna park abbandonati. Nevica, in televisione e al cinema, per i negri, i bianchi, le persone sole e gli alcolizzati. Nevica e le cose si perdono in un pulviscolo. Da un vicolo sbuca un autobus senza autista, da un altro una carrozza trainata da elefanti. In un carosello di fiocchi di neve impazziscono le immagini. Nevica a Parigi sui camposanti. *** Nevica nei bordelli e nelle bettole, nei salotti alla moda, nei negozi degli antiquari e nei quadri che i pittori non hanno fatto a tempo a terminare… Nevica sugli operai stanchi di non lavorare, sulle matrone che si abbandonano alle braccia dei drogati. Nevica sugli ospedali e sugli ammalati. *** Nevica sugli aeroplani e sulla notte, sulle navi e sul vento, sull’eco delle stragi, sul pianto dei feriti e sul rantolo dei moribondi. Nevica a Parigi sul tempo che finisce in un’esplosione di secondi. *** Nevica sulla neve e nevicherà ancora. E’ una neve che a tratti ci sferza e a tratti ci ignora. E’ una neve che spazza via tutto, una neve spietata. Perché a Parigi da oggi nevica nella nostra mente annebbiata.
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Dec 2, 2010
Dec 2, 2010 at 3:04 PM UTC
Nevica a Parigi...
Nevica a Parigi sugli alberi di carta, sugli addobbi di Natale sgonfi, sui bambini di plastica e sui castelli di latta. Nevica a Parigi una neve fiacca che s’incolla ai cappotti della gente che si trascina per strada con aria distratta. Nevica nei caffè, attraverso i vetri, sui boulevards deserti e sui nostri sguardi tetri. Si colorano di bianco la cupola dell’albergo di lusso, il tettuccio dell’edicola senza giornali, il carretto delle castagne arrosto, il marciapiede su cui scivola una dama e cerca un cantuccio il barbone. Nevica a Parigi, senza ragione, sulle donne e sugli uomini. *** Nevica nei grandi magazzini, nelle chiese vuote e nelle nostre stanze. Sulle autostrade inondate di fango che corrono sopra la città, sulle scarpate coperte d’immondizia e sulle nostre frasi lasciate a metà. Nevica a Parigi sulla terra del parco in cui non attecchirà più l’erba, sulla nostra visione acerba delle cose. Nevica a Parigi come per illusione. *** Nevica perché non ha nessun senso che nevichi, perché siamo in inverno ma non è detto che torni il bel tempo. Nevica sul cemento di chi ha avuto il coraggio di costruire i grattacieli per i grandi e le cabine di comando per gli uomini d’affari dagli occhi stanchi. *** Nevica sui ghetti e sulle città satelliti, sulle lampade al neon dei luna park abbandonati. Nevica, in televisione e al cinema, per i negri, i bianchi, le persone sole e gli alcolizzati. Nevica e le cose si perdono in un pulviscolo. Da un vicolo sbuca un autobus senza autista, da un altro una carrozza trainata da elefanti. In un carosello di fiocchi di neve impazziscono le immagini. Nevica a Parigi sui camposanti. *** Nevica nei bordelli e nelle bettole, nei salotti alla moda, nei negozi degli antiquari e nei quadri che i pittori non hanno fatto a tempo a terminare… Nevica sugli operai stanchi di non lavorare, sulle matrone che si abbandonano alle braccia dei drogati. Nevica sugli ospedali e sugli ammalati. *** Nevica sugli aeroplani e sulla notte, sulle navi e sul vento, sull’eco delle stragi, sul pianto dei feriti e sul rantolo dei moribondi. Nevica a Parigi sul tempo che finisce in un’esplosione di secondi. *** Nevica sulla neve e nevicherà ancora. E’ una neve che a tratti ci sferza e a tratti ci ignora. E’ una neve che spazza via tutto, una neve spietata. Perché a Parigi da oggi nevica nella nostra mente annebbiata.
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Quiero escribirte un poema malescrito Lleno de errores ortograficos Un poema hereje a la metrica poetica Un poema irreverente a la gramatica Quiero volverme un rebelde asmatico Tu amante diabetico Amor antipatico Ateo y medio psiquico Lago en sequia Freemont street sin puteria Entre azul y buenos dias Barrio caliente sin policia Quiero que resientas todas y cada una de mis ausencias Como la biblia a la ciencia Opresor a la conciencia Ser tu desacato Tu rebelion Tu desobediencia Un beso roto en resistencia Lo contrario a la decensia Amor sin contrato Puta con licensiatura Medio malo y medio ingrato Inocente y hasta novato En eso de pasar el rato Sin que el corazon se enlode Igual que cuando pisas el fango Con tu zapato. No hay poemas simples Solo poetas nerviosos
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May 6, 2015
May 6, 2015 at 8:43 PM UTC
Poema Malescrito
gracias aroma azul, fogata encelo. Gracias pelo caballo mandarino. Gracias pudor turquesa embrujo vela, llamarada quietud azar delirio. Gracias a los racimos a la tarde, a la sed al fervor a las arrugas, al silencio a los senos a la noche, a la danza a la lumbre a la espesura. Muchas gracias al humo a los microbios, al despertar al cuerno a la belleza, a la esponja a la duda a la semilla, a la sangre a los toros a la siesta. Gracias por la ebriedad, por la vagancia, por el aire la piel las alamedas, por el absurdo de hoy y de mañana, desazón avidez calma alegría, nostalgia desamor ceniza llanto. Gracias a lo que nace, a lo que muere, a las uñas las alas las hormigas, los reflejos el viento la rompiente, el olvido los granos la locura. Muchas gracias gusano. Gracias huevo. Gracias fango, sonido. Gracias piedra. Muchas gracias por todo Muchas gracias. Oliverio Girondo, agradecido.
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Gratitud
Árbol, buen árbol, que tras la borrasca te erguiste en desnudez y desaliento, sobre una gran alfombra de hojarasca que removía indiferente el viento... Hoy he visto en tus ramas la primera hoja verde, mojada de rocío, como un regalo de la primavera, buen árbol del estío. Y en esa verde ***** que está brotando en ti de no sé dónde, hay algo que en silencio me pregunta o silenciosamente me responde. Sí, buen árbol; ya he visto como truecas el fango en flor, y sé lo que me dices; ya sé que con tus propias hojas secas se han nutrido de nuevo tus raíces. Y así también un día, este amor que murió calladamente, renacerá de mi melancolía en otro amor, igual y diferente. No; tu augurio risueño, tu instinto vegetal no se equivoca: Soñaré en otra almohada el mismo sueño, y daré el mismo beso en otra boca. Y, en cordial semejanza, buen árbol, quizá pronto te recuerde, cuando brote en mi vida una esperanza que se parezca un poco a tu hoja verde...
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Poema del árbol
Un hombre pasa con un pan al hombro ¿Voy a escribir, después, sobre mi doble? Otro se sienta, ráscase, extrae un piojo de su axila, mátalo ¿Con qué valor hablar del psicoanálisis? Otro ha entrado en mi pecho con un palo en la mano ¿Hablar luego de Sócrates al médico? Un cojo pasa dando el brazo a un niño ¿Voy, después, a leer a André Bretón? Otro tiembla de frío, tose, escupe sangre ¿Cabrá aludir jamás al Yo profundo? Otro busca en el fango huesos, cáscaras ¿Cómo escribir, después del infinito? Un albañil cae de un techo, muere y ya no almuerza ¿Innovar, luego, el tropo, la metáfora? Un comerciante roba un gramo en el peso a un cliente ¿Hablar, después, de cuarta dimensión? Un banquero falsea su balance ¿Con qué cara llorar en el teatro? Un paria duerme con el pie a la espalda ¿Hablar, después, a nadie de Picasso? Alguien va en un entierro sollozando ¿Cómo luego ingresar a la Academia? Alguien limpia un fusil en su cocina ¿Con qué valor hablar del más allá? Alguien pasa contando con sus dedos ¿Cómo hablar del no-yó sin dar un grito?
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Un hombre pasa con un pan al hombro
¡Desgraciado Almirante! Tu pobre América, tu india virgen y hermosa de sangre cálida, la perla de tus sueños, es una histérica de convulsivos nervios y frente pálida. Un desastroso espirítu posee tu tierra: donde la tribu unida blandió sus mazas, hoy se enciende entre hermanos perpetua guerra, se hieren y destrozan las mismas razas. Al ídolo de piedra reemplaza ahora el ídolo de carne que se entroniza, y cada día alumbra la blanca aurora en los campos fraternos sangre y ceniza. Desdeñando a los reyes nos dimos leyes al son de los cañones y los clarines, y hoy al favor siniestro de negros reyes fraternizan los Judas con los Caínes. Bebiendo la esparcida savia francesa con nuestra boca indígena semiespañola, día a día cantamos la Marsellesa para acabar danzando la Carmañola. Las ambiciones pérfidas no tienen diques, soñadas libertades yacen deshechas. ¡Eso no hicieron nunca nuestros caciques, a quienes las montañas daban las flechas! Ellos eran soberbios, leales y francos, ceñidas las cabezas de raras plumas; ¡ojalá hubieran sido los hombres blancos como los Atahualpas y Moctezumas! Cuando en vientres de América cayó semilla de la raza de hierro que fue de España, mezcló su fuerza heroica la gran Castilla con la fuerza del indio de la montaña. ¡Pluguiera a Dios las aguas antes intactas no reflejaran nunca las blancas velas; ni vieran las estrellas estupefactas arribar a la orilla tus carabelas! Libre como las águilas, vieran los montes pasar los aborígenes por los boscajes, persiguiendo los pumas y los bisontes con el dardo certero de sus carcajes. Que más valiera el jefe rudo y bizarro que el soldado que en fango sus glorias finca, que ha hecho gemir al zipa bajo su carro o temblar las heladas momias del Inca. La cruz que nos llevaste padece mengua; y tras encanalladas revoluciones, la canalla escritora mancha la lengua que escribieron Cervantes y Calderones. Cristo va por las calles flaco y enclenque, Barrabás tiene esclavos y charreteras, y en las tierras de Chibcha, Cuzco y Palenque han visto engalonadas a las panteras. Duelos, espantos, guerras, fiebre constante en nuestra senda ha puesto la suerte triste: ¡Cristóforo Colombo, pobre Almirante, ruega a Dios por el mundo que descubriste!
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A colón
¡Desgraciado Almirante! Tu pobre América, tu india virgen y hermosa de sangre cálida, la perla de tus sueños, es una histérica de convulsivos nervios y frente pálida. Un desastroso espirítu posee tu tierra: donde la tribu unida blandió sus mazas, hoy se enciende entre hermanos perpetua guerra, se hieren y destrozan las mismas razas. Al ídolo de piedra reemplaza ahora el ídolo de carne que se entroniza, y cada día alumbra la blanca aurora en los campos fraternos sangre y ceniza. Desdeñando a los reyes nos dimos leyes al son de los cañones y los clarines, y hoy al favor siniestro de negros reyes fraternizan los Judas con los Caínes. Bebiendo la esparcida savia francesa con nuestra boca indígena semiespañola, día a día cantamos la Marsellesa para acabar danzando la Carmañola. Las ambiciones pérfidas no tienen diques, soñadas libertades yacen deshechas. ¡Eso no hicieron nunca nuestros caciques, a quienes las montañas daban las flechas! Ellos eran soberbios, leales y francos, ceñidas las cabezas de raras plumas; ¡ojalá hubieran sido los hombres blancos como los Atahualpas y Moctezumas! Cuando en vientres de América cayó semilla de la raza de hierro que fue de España, mezcló su fuerza heroica la gran Castilla con la fuerza del indio de la montaña. ¡Pluguiera a Dios las aguas antes intactas no reflejaran nunca las blancas velas; ni vieran las estrellas estupefactas arribar a la orilla tus carabelas! Libre como las águilas, vieran los montes pasar los aborígenes por los boscajes, persiguiendo los pumas y los bisontes con el dardo certero de sus carcajes. Que más valiera el jefe rudo y bizarro que el soldado que en fango sus glorias finca, que ha hecho gemir al zipa bajo su carro o temblar las heladas momias del Inca. La cruz que nos llevaste padece mengua; y tras encanalladas revoluciones, la canalla escritora mancha la lengua que escribieron Cervantes y Calderones. Cristo va por las calles flaco y enclenque, Barrabás tiene esclavos y charreteras, y en las tierras de Chibcha, Cuzco y Palenque han visto engalonadas a las panteras. Duelos, espantos, guerras, fiebre constante en nuestra senda ha puesto la suerte triste: ¡Cristóforo Colombo, pobre Almirante, ruega a Dios por el mundo que descubriste!
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Siempre borracho entraba y siempre altivo, Y el ebrio, sin motivo, Puñetazos le daba a su querida. Dura cadena ató sus corazones; Unió los eslabones: La Miseria en el fango de la vida. Por no dormir, en noches tenebrosas, Sobre las frías losas, De ese hombre vil buscó la compañía. Ella malhumorada, él displicente, La riña era frecuente, Y al fin a puñetazos la rendía. El vecindario despertaba todo Al llegar el beodo A su tabuco, de bebidas harto. La vieja puerta abríala a empellones... Se oían maldiciones... Después quedaba silencioso el cuarto. El invierno arreciaba. Un triste día, En que lenta caía A los techos la nieve como un manto, Un hijo les nació... Y esa inocente Inmaculada frente No tuvo más bautismo que el del llanto. A la siguiente noche, el rostro duro, Y a tientas por el muro, Llegó a la puerta de su hogar el padre. De pronto se detuvo el inhumano... No levantó la mano; La respetó el borracho... Ya era madre. Al mirarle extraviada la pupila, Y al verlo que vacila Y a darle puntapiés no se decide, Meciendo al niño que dormía: «¡Infame!» Le dijo: «Muerte dame. ¿No me pegas? ¿Por qué? ¿Quién te lo impide? Te aguardé todo el día. Estoy dispuesta; ¿Más barato te cuesta Hoy el pan? ¿El invierno es menos triste? ¿Licor en la taberna no encontraste? ¿Acaso te enmendaste? ¿Borracho, como siempre, no viniste?» Fingió el turbado padre no oír nada; Dio al hijo una mirada, Mezcla de estupidez y de cariño, Y dijo a la mujer: «¿Por qué me ofendes? ¿No sabes, no comprendes, Que si te pego se despierta el niño?»
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El padre
Siempre borracho entraba y siempre altivo, Y el ebrio, sin motivo, Puñetazos le daba a su querida. Dura cadena ató sus corazones; Unió los eslabones: La Miseria en el fango de la vida. Por no dormir, en noches tenebrosas, Sobre las frías losas, De ese hombre vil buscó la compañía. Ella malhumorada, él displicente, La riña era frecuente, Y al fin a puñetazos la rendía. El vecindario despertaba todo Al llegar el beodo A su tabuco, de bebidas harto. La vieja puerta abríala a empellones... Se oían maldiciones... Después quedaba silencioso el cuarto. El invierno arreciaba. Un triste día, En que lenta caía A los techos la nieve como un manto, Un hijo les nació... Y esa inocente Inmaculada frente No tuvo más bautismo que el del llanto. A la siguiente noche, el rostro duro, Y a tientas por el muro, Llegó a la puerta de su hogar el padre. De pronto se detuvo el inhumano... No levantó la mano; La respetó el borracho... Ya era madre. Al mirarle extraviada la pupila, Y al verlo que vacila Y a darle puntapiés no se decide, Meciendo al niño que dormía: «¡Infame!» Le dijo: «Muerte dame. ¿No me pegas? ¿Por qué? ¿Quién te lo impide? Te aguardé todo el día. Estoy dispuesta; ¿Más barato te cuesta Hoy el pan? ¿El invierno es menos triste? ¿Licor en la taberna no encontraste? ¿Acaso te enmendaste? ¿Borracho, como siempre, no viniste?» Fingió el turbado padre no oír nada; Dio al hijo una mirada, Mezcla de estupidez y de cariño, Y dijo a la mujer: «¿Por qué me ofendes? ¿No sabes, no comprendes, Que si te pego se despierta el niño?»
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Iban diez mil soldados bajo la lluvia y el cielo gris; diez mil rostros amargos bajo el casco de acero, marchando por el lodo sin fin. Uno solo, entre tantos, sonreía: era el soldado John Smith. Cuatro semanas antes, en el momento de partir, diez mil madres lloraban. Una sola sonreía, feliz. Una sola. ¿Sabéis quién era? -La madre del soldado John Smith. En su granja de Ohio, cuando la feria del maíz, una gitana de ojos remotos y brusco perfil, contempló largamente la mano de John Smith. -«Generales y emperadores se descubrirán ante ti… Veo un desfile de estandartes y un monumento en el confín… Hallarás la gloria en la guerra, John Smith». Bajo la lluvia y el cielo gris, marchan hacia la muerte diez mil hombres que no quieren morir. Sólo sonríe uno, alto, flaco, pecoso: se llama John Smith. Sólo una, entre diez mil manos, acaricia el fusil. Quisieran decir que no, diez mil bocas. Sólo una dice que sí. Son la mano y la boca del soldado John Smith. Y cuando un oficial desenfunda su sable y un hombrecillo sopla un clarín, el primero en calar la bayoneta y disponerse a combatir, el primero de todos, es el soldado John Smith. Y allá va, chapoteando en el fango, con un heroico frenesí. Se siente capaz de algo grande y seguro de no morir. Es el que siempre va delante: es… John Smith! Ya han muerto Jack, y **** y Denny. Y otros cien más. Y luego, mil. Pero él recuerda a la gitana, cuando la feria del maíz: «Hallarás la gloria en la guerra, John Smith!». Sí: es el único que sonríe… Pero deja de sonreír. Un asombro agranda sus ojos y su mano suelta el fusil. Con un hueco ***** en la frente, cae el soldado John Smith. Junto al viejo molino, de ruidosas aspas de zinc, en la abandonada trinchera que parece una cicatriz, se oye un ruido de palas y alguien dice: «Cavad aquí…» Hermoso sol, clara mañana de abril. Ya se van viendo los cadáveres de los que no querían morir. -Hay uno, con un hueco en la frente, junto a un oxidado fusil. Y es colocado en un suntuoso ataúd de marfil, y conducido solemnemente por los bulevares de París, y depositado en un monumento de mármol rosa y piedra gris. Generales y emperadores se descubren al pasar por allí, y resuenan las botas de los regimientos entre intermitentes toques de clarín: ¡en la tumba del Soldado Desconocido, reposa para siempre John Smith!
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Balada del soldado john smith
Iban diez mil soldados bajo la lluvia y el cielo gris; diez mil rostros amargos bajo el casco de acero, marchando por el lodo sin fin. Uno solo, entre tantos, sonreía: era el soldado John Smith. Cuatro semanas antes, en el momento de partir, diez mil madres lloraban. Una sola sonreía, feliz. Una sola. ¿Sabéis quién era? -La madre del soldado John Smith. En su granja de Ohio, cuando la feria del maíz, una gitana de ojos remotos y brusco perfil, contempló largamente la mano de John Smith. -«Generales y emperadores se descubrirán ante ti… Veo un desfile de estandartes y un monumento en el confín… Hallarás la gloria en la guerra, John Smith». Bajo la lluvia y el cielo gris, marchan hacia la muerte diez mil hombres que no quieren morir. Sólo sonríe uno, alto, flaco, pecoso: se llama John Smith. Sólo una, entre diez mil manos, acaricia el fusil. Quisieran decir que no, diez mil bocas. Sólo una dice que sí. Son la mano y la boca del soldado John Smith. Y cuando un oficial desenfunda su sable y un hombrecillo sopla un clarín, el primero en calar la bayoneta y disponerse a combatir, el primero de todos, es el soldado John Smith. Y allá va, chapoteando en el fango, con un heroico frenesí. Se siente capaz de algo grande y seguro de no morir. Es el que siempre va delante: es… John Smith! Ya han muerto Jack, y **** y Denny. Y otros cien más. Y luego, mil. Pero él recuerda a la gitana, cuando la feria del maíz: «Hallarás la gloria en la guerra, John Smith!». Sí: es el único que sonríe… Pero deja de sonreír. Un asombro agranda sus ojos y su mano suelta el fusil. Con un hueco ***** en la frente, cae el soldado John Smith. Junto al viejo molino, de ruidosas aspas de zinc, en la abandonada trinchera que parece una cicatriz, se oye un ruido de palas y alguien dice: «Cavad aquí…» Hermoso sol, clara mañana de abril. Ya se van viendo los cadáveres de los que no querían morir. -Hay uno, con un hueco en la frente, junto a un oxidado fusil. Y es colocado en un suntuoso ataúd de marfil, y conducido solemnemente por los bulevares de París, y depositado en un monumento de mármol rosa y piedra gris. Generales y emperadores se descubren al pasar por allí, y resuenan las botas de los regimientos entre intermitentes toques de clarín: ¡en la tumba del Soldado Desconocido, reposa para siempre John Smith!
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¿Por qué ese orgullo, Elvira? Que se domen en ti loca ambición, ruines enojos, y quítate esa venda de los ojos, y que esos ojos a lo real se asomen. Mira, cuando tus ansias vuelo tomen y te finjan grandezas tus antojos, bellas, rostro divino, labios rojos, que unas comen pan duro, otras no comen. Bajan a los abismos nieves puras cuando rueda el alud; y se hace fango después de estar en cumbres altaneras. ¡Ay, yo he visto llorar sus desventuras a encopetadas hembras de alto rango sobre el sucio jergón de las rameras!
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Abrojos - xxxiii
Soñábamos algunos cuando niños, caídos En una vasta hora de ocio solitario Bajo la lámpara, ante las estampas de un libro, Con la revolución. Y vimos su ala fúlgida Plegar como una mies los cuerpos poderosos. Jóvenes luego, el sueño quedó lejos De un mundo donde desorden e injusticia, Hinchendo oscuramente las ávidas ciudades, Se alzaban hasta el aire absorto de los campos. Y en la revolución pensábamos: un mar Cuya ira azul tragase tanta fría miseria. El hombre es una nube de la que el sueño es viento. ¿Quién podrá al pensamiento separarlo del sueño? Sabedlo bien vosotros, los que envidiéis mañana En la calma este soplo de muerte que nos lleva Pisando entre ruinas un fango con rocío de sangre. Un continente de mercaderes y de histriones, Al acecho de este loco país, está esperando Que vencido se hunda, solo ante su destino, Para arrancar jirones de su esplendor antiguo. Le alienta únicamente su propia gran historia dolorida. Si con dolor el alma se ha templado, es invencible; Pero, como el amor, debe el dolor ser mudo: No lo digáis, sufridlo en esperanza. Así este pueblo iluso Agonizará antes, presa ya de la muerte, Y vedle luego abierto, rosa eterna en los mares.
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Lamento y esperanza
Non è del nulla che ti parlo ma di questo vacuo ardore che misura ogni mio atto Ognuno adesso è santo e il pasto di certe sere - di bocche serie ha smembrato anche me che guardo e fingo di non sapere che l'asfalto riflette il mio viso liquefatto per il caldo E' un patto questo fango di macerie restaurate da mani urlanti un passato in cui tutto era più chiaro o forse meno azzardato
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Nov 7, 2014
Nov 7, 2014 at 10:16 AM UTC
Untitled
O dolce usignolo che ascolto (non sai dove), in questa gran pace cantare cantare tra il folto, là, dei sanguini e delle acace; t'ho presa - perdona, usignolo - una dolce nota, sol una, ch'io canto tra me, solo solo, nella sera, al lume di luna. E pare una tremula bolla tra l'odore acuto del fieno, un molle gorgoglio di polla, un lontano fischio di treno... Chi passa, al morire del giorno, ch'ode un fischio lungo laggiù riprende nel cuore il ritorno verso quello che non è più. Si trova al nativo villaggio, vi ritrova quello che c'era: l'odore di mesi-di-maggio buon odor di rose e di cera. Ne ronzano le litanie, come l'api intorno una culla: ci sono due voci sì pie! Di sua madre e d'una fanciulla. Poi fatto silenzio, pian piano, nella nota mia, che t'ho presa, risente squillare il lontano campanello della sua chiesa. Riprende l'antica preghiera, ch'ora ora non ha perché; si trova con quello che c'era, ch'ora ora ora non c'è... Chi sono? Non chiederlo. Io piango, ma di notte, perch'ho vergogna. O alato, io qui vivo nel fango. Sono un gramo rospo che sogna.
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Il poeta solitario
** cercato di mettere insieme i pezzi del puzzle, ** raccolto ininterrottamente tutti quei pezzi di vetro e chiodi arrugginiti che  insieme formano un risultato miserabile ma finalmente onesto, almeno alle apparenze, quel tanto che basta a quietare parzialmente quel bisogno di cercare le tracce nel fango per potersi ritrovare sul giusto percorso. sento le mani sporche e il cuore meno pesante di prima, non sono felice ma posso crogiolarmi in quella sensazione di vittoria amara del sapere di aver avuto sempre ragione, una corona senza alcun valore. la lingua va a cercare perennemente il punto doloroso della bocca, stuzzicandolo, ed è così che continuo a riaprire vecchie ferite di cui non mi sono mai mai dimenticata.
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Jun 16, 2016
Jun 16, 2016 at 5:02 PM UTC
Untitled
Or poserai per sempre, stanco mio cor. Perì l'inganno estremo, Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento, in noi di cari inganni, non che la speme, il desiderio è spento. Posa per sempre. Assai palpitasti. Non val cosa nessuna i moti tuoi, né di sospiri è degna la terra. Amaro e noia la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. T'acqueta omai. Dispera l'ultima volta. Al gener nostro il fato non donò che il morire. Omai disprezza te, la natura, il brutto poter che, ascoso, a comun danno impera, E l'infinita vanità del tutto.
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Untitled
Me has podrido la carne, ya fétida y flácida, atada a esta infértil existencia. Sin rebeldía alguna me someto a tu yugo. Derramemos mi sangre y bailemos sobre mis lágrimas en el fango. Asqueados de este ente, aniquilemos mi esencia.
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Dec 21, 2019
Dec 21, 2019 at 1:08 PM UTC
Ansiedad I
¡Ya! Prepare the barco, Empújalo through the scrub. ‘It’s not much further now,' His voice sugar-coated with expectation: The flap of the jib, the slippery release into El agua negra. Summer sun has baked the avenue of grasses Into wiry nests. ‘Do not open the gate,' he fulminates. Waiting for the tren to pass The gaze of the pasajero Picks him out against the lights. Wait, cross, check, shut the gate like you kiss A un niño. She pulls truculentemente against his bodyweight, The smell of greased wheels Mixes with the **** of ducks and burgers. Canta ella: ‘It’s many the time I’ve sung this song, Though the wind blows like a gale’. How many more times can he set sail? Before he is buried in the fango And the sea shanty disintegrates Into the Trees?
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Dec 29, 2020
Dec 29, 2020 at 2:35 PM UTC
B A R C O
Que tragedia es el hombre, Pies plantados en el fango, Con su mente en el cielo, Anhelando a volar. Que triste es una vida, Repleta de recuerdos, Y una luz se apaga, Y se borran al final. Que cruel es la esperanza, Que como un espejismo, Desvanece en el alba, De nuestra realidad. Que injusta es la vida, Que honra a deshonrados, Y otorga a almas puras, Eterna oscuridad. What a Tragedy is Man What a tragedy is man, With his feet planted in the mud, His mind in the heavens, Yearning to fly. How sad is a life, Full of memories, A light goes out, And all is erased in the end. How cruel is hope, That like a mirage, Dissolves in the dawn, Of our reality. How cruel is life, That honors the dishonorable, And rewards the purest souls, With eternal darkness.
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Dec 23, 2018
Dec 23, 2018 at 10:42 PM UTC
Que Tragedia Es El Hombre / What a Tragedy is Man [Spanish original with English translation]
Mi alma sueña... Ven. Y como entonces, La mano tuya entre mi mano trémula, Vamos en busca de silencio y sombra. En la noche de abril, de aromas llena, Ni una palabra nos diremos. Sólo Se oirá la brisa en el boscaje. Envuelta En mi ***** rebozo de española, La faz donde el dolor dejó su huella, No verás las arrugas de mi frente Ni mis cabellos grises... ¡Alma, sueña! Con luz de juventud los ojos míos Brillarán nuevamente en las tinieblas, y mi alma por ellos (¡Ojos míos, Ojos que tantas esperanz.as muertas Llorasteis en la vida!) para verte, Cerca de mí, se asomará risueña. Y ambos evocaremos en la calma De esta noche de tibia primavera, Los éxtasis pasados, nuestros sueños, Y de un eterno amor nuestras promesas; Y dulcemente sentiremos ambos, Entre hálitos de rosas y violetas, Que invade nuestras almas un anhelo De oración, a la luz de las estrellas. ¡Oh, qué dulce vagar en clara noche Respirando el olor de las primeras Rosas, en tanto que estridente vibra El canto de los grillos en la yerba! ... ¡Oh, callados vagar entre los árboles Con las manos unidas, y muy cerca, En el hondo silencio de las cosas Que bajo el manto de la noche sueñan, Mientras recuerdos de un amor lejano Entre las sombras fúlgidos despiertan, Y del alma agostada van surgiendo, Cual onda viva de una roca seca! ¡Di! ¿No creíste que el amor ya muerto Volvería a surgir a vida nueva?... ¡Que la embriaguez de los pasados días Un instante a sentir el alma vuelva, y que un instante bienhechor de olvido Sobre la angustia de mi vida venga, Para que una esperanza me sonría, Y destelle una luz en mi tristeza! ¡Oh, que en ímpetu ardiente, y a mi lado, Mi corazón de nuevo se estremezca, Y cante a Dios agradecida el alma, Que ante el conjuro de tu amor despierta, A Dios, que dio la juventud al hombre, Y a los campos les dio la primavera! El viento, que los álamos agita, Pasa aromado con olor de selva... Anochece. Las sombras en los campos Extendiéndose van, y en la serena Quietud, de pronto escuchase una nota Que surge clara de la fronda trémula, Y luego rompe en rítmicos gorjeos, En frenesí de gozo, que en la tierra Nunca nosotros conocimos, hechos De fango de mentira y de tristeza... La noche escucha en éxtasis el canto, Mientras el alma solitaria sueña.
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Mi alma sueña...
Mi alma sueña... Ven. Y como entonces, La mano tuya entre mi mano trémula, Vamos en busca de silencio y sombra. En la noche de abril, de aromas llena, Ni una palabra nos diremos. Sólo Se oirá la brisa en el boscaje. Envuelta En mi ***** rebozo de española, La faz donde el dolor dejó su huella, No verás las arrugas de mi frente Ni mis cabellos grises... ¡Alma, sueña! Con luz de juventud los ojos míos Brillarán nuevamente en las tinieblas, y mi alma por ellos (¡Ojos míos, Ojos que tantas esperanz.as muertas Llorasteis en la vida!) para verte, Cerca de mí, se asomará risueña. Y ambos evocaremos en la calma De esta noche de tibia primavera, Los éxtasis pasados, nuestros sueños, Y de un eterno amor nuestras promesas; Y dulcemente sentiremos ambos, Entre hálitos de rosas y violetas, Que invade nuestras almas un anhelo De oración, a la luz de las estrellas. ¡Oh, qué dulce vagar en clara noche Respirando el olor de las primeras Rosas, en tanto que estridente vibra El canto de los grillos en la yerba! ... ¡Oh, callados vagar entre los árboles Con las manos unidas, y muy cerca, En el hondo silencio de las cosas Que bajo el manto de la noche sueñan, Mientras recuerdos de un amor lejano Entre las sombras fúlgidos despiertan, Y del alma agostada van surgiendo, Cual onda viva de una roca seca! ¡Di! ¿No creíste que el amor ya muerto Volvería a surgir a vida nueva?... ¡Que la embriaguez de los pasados días Un instante a sentir el alma vuelva, y que un instante bienhechor de olvido Sobre la angustia de mi vida venga, Para que una esperanza me sonría, Y destelle una luz en mi tristeza! ¡Oh, que en ímpetu ardiente, y a mi lado, Mi corazón de nuevo se estremezca, Y cante a Dios agradecida el alma, Que ante el conjuro de tu amor despierta, A Dios, que dio la juventud al hombre, Y a los campos les dio la primavera! El viento, que los álamos agita, Pasa aromado con olor de selva... Anochece. Las sombras en los campos Extendiéndose van, y en la serena Quietud, de pronto escuchase una nota Que surge clara de la fronda trémula, Y luego rompe en rítmicos gorjeos, En frenesí de gozo, que en la tierra Nunca nosotros conocimos, hechos De fango de mentira y de tristeza... La noche escucha en éxtasis el canto, Mientras el alma solitaria sueña.
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La noche fácil y aparentemente sagrada o mejor dicho el abismo de la noche no es como otros abismos tiene fondo su tálamo de niebla o relente o fango acoge escarabajos desamparados ronquidos de mal tiempo sobornables insomnios labios absueltos que se reconcilian todas las resonancias del silencio y las noticias de la lóbrega todas las alegrías inoportunas y los presagios confirmados caen como gotas de sudor o rocío en el abismo con fondo de la noche son demasiados alumbrones y furias por esta sola vez el abismo tiene no sólo fondo sino espesas modorras así que aprovecho el bostezo universal para instalarme en sus fauces y sentir cómo la niebla el relente o el fango pasan sobre mis párpados los borran.
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Nocturno cero
Francisco encaminábase a Perusa y así le hablaba al compañero:                                               «Hermano *** oveja del Señor: si el fraile Más humilde, los nombres de los astros Todos supiera; y la virtud oculta Lograra descubrir, con don arcano, De las piedras, los árboles y el agua; y entendiera el idioma de los pájaros, Lo que hablan los insectos y las fieras y las greyes que pastan en los prados, Sabe que en eso no hay completa dicha». y prosiguió después:                                       «Óyeme, Hermano *** oveja del Señor: si el fraile Más humilde, las lenguas que se hablaron y se hablan en el mundo comprendiera; Si la ciencia que guardan los Sagrados Libros su mente atesorar lograra, y pudiera leer lo que los Santos y los ángeles piensan en el Cielo, y pudiera leer todo lo arcano, Sabe que en eso no hay completa dicha». y prosiguió después:                                       «Óyeme, Hermano *** oveja del Señor: si el fraile Más humilde, pudiera al solo tacto De las manos curar a los leprosos; y sanara a los cojos y los mancos, y a los ciegos la vista les volviera; y si, la Ley Divina predicando, Ablandara los duros corazones Que viven en la sombra del pecado, y a los infieles convirtiera a Cristo, Que a todos abre los amantes brazos, Sabe que en eso no hay dicha completa». y prosiguió después:                                       «Óyeme, Hermano *** oveja del Señor: si turba Hostil surgiera y nos cerrara el paso Cuando a Perusa entremos, y de pronto Hiciera de nosotros vil escarnio; Luego nos arrancara las capuchas, A los sayales nos lanzara fango, Y después, bajo piedras y garrotes En el arroyo exánimes quedáramos, Tan sólo en eso habrá completa dicha». Así decía, y se detuvo el Santo En mitad de la cumbre. Desde el Catria El sol iluminaba el hondo espacio. El rumor del torrente no se oía, Ni de las aves en el bosque el canto. Y para Fray *** aquel silencio Fue una pregunta en la quietud del campo; y tranquilo y humilde, hacia el Maestro Alzó los ojos y le dijo: «¡Vamos!»
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Perfectum gaudium
Francisco encaminábase a Perusa y así le hablaba al compañero:                                               «Hermano *** oveja del Señor: si el fraile Más humilde, los nombres de los astros Todos supiera; y la virtud oculta Lograra descubrir, con don arcano, De las piedras, los árboles y el agua; y entendiera el idioma de los pájaros, Lo que hablan los insectos y las fieras y las greyes que pastan en los prados, Sabe que en eso no hay completa dicha». y prosiguió después:                                       «Óyeme, Hermano *** oveja del Señor: si el fraile Más humilde, las lenguas que se hablaron y se hablan en el mundo comprendiera; Si la ciencia que guardan los Sagrados Libros su mente atesorar lograra, y pudiera leer lo que los Santos y los ángeles piensan en el Cielo, y pudiera leer todo lo arcano, Sabe que en eso no hay completa dicha». y prosiguió después:                                       «Óyeme, Hermano *** oveja del Señor: si el fraile Más humilde, pudiera al solo tacto De las manos curar a los leprosos; y sanara a los cojos y los mancos, y a los ciegos la vista les volviera; y si, la Ley Divina predicando, Ablandara los duros corazones Que viven en la sombra del pecado, y a los infieles convirtiera a Cristo, Que a todos abre los amantes brazos, Sabe que en eso no hay dicha completa». y prosiguió después:                                       «Óyeme, Hermano *** oveja del Señor: si turba Hostil surgiera y nos cerrara el paso Cuando a Perusa entremos, y de pronto Hiciera de nosotros vil escarnio; Luego nos arrancara las capuchas, A los sayales nos lanzara fango, Y después, bajo piedras y garrotes En el arroyo exánimes quedáramos, Tan sólo en eso habrá completa dicha». Así decía, y se detuvo el Santo En mitad de la cumbre. Desde el Catria El sol iluminaba el hondo espacio. El rumor del torrente no se oía, Ni de las aves en el bosque el canto. Y para Fray *** aquel silencio Fue una pregunta en la quietud del campo; y tranquilo y humilde, hacia el Maestro Alzó los ojos y le dijo: «¡Vamos!»
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¡Qué pequeño es mi sueño, qué delgado, y qué pobre, mi sueño que no tiene ni rosas, ni alcanfores, ni venado, y a pie descalzo por el fango viene! Mi sueño, tan hambriento y flagelado que noche a noche a mi costado adviene tiritando de frío, y se sostiene con un hilo de aliento congelado. En el pasado fue tan poderoso que frente a él eran la loba, el oso, juguetes sin valor, pálida arcilla. Dueño de mundo y señor de un cielo, lo venció mi demonio del desvelo, que lo ha vuelto una máscara amarilla.
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Desvelo
Que lastima que no te haya funcionado. Imagino lo que estas pasando. No lo imagino, se exactamente que se siente; que alguien se burle de tus sentimientos, que tu leña la conviertan en copas de nieves, que tu hoguera se inunde de agua salada, que tu mundo se derrumbe como avalancha de fango, que tus sueños se conviertan en desvelo, que la estrellas que acobijaste cada noche, dejen de brillar. ¿Como lo se? ¡Lo vivi! el desamor, la traicion, la pesadumbre del olvido, que te escupan en la cara.. como tú lo hicistes conmigo. Si, lo siento…. pero, a mí, no puedes regresar. Aquí no hay espacios para los tres.. ¡Tu, yo, y tu condecorado ego! Tienes que quedarte con tu trofeo. Fue por eso que me dejaste ¿no? Porque mi cuerpo estaba en decadencia, y el de ella..bueno, en pura primavera. Porque mis pupilas para ti ya no brillaban, y los de ella..bueno, la ilusión te acomodaban, Porque mi cansancio te repugnaba, mas la energia de esa doncella te aniba. Porque mis flores marchita estaban, mas los botones de sus rosales apenas brotaban. Porque mis rios se secaron, y de su juventud--emanaban maremotos, manantiales, que a tu pasion excitaban. Que la vida me habia vuelta fria y deteriorada, mas de ella, su dulzura al hablarte, tu hombria endulzaba. No sabes amor, cuanto lo siento, que tu trofeo de juventud, te haya dejado, por los mismos galardones, por lo cuales cobardemente, me abandonastes un dia. LeydisProse 7/20/2017 https://www.facebook.com/LeydisProse/
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Jul 20, 2017
Jul 20, 2017 at 6:30 PM UTC
Me dejo por un trofeo de mujer ahora, ¿que quiere?