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"negli" poems
Dorme la corriera dorme la farfalla dormono le mucche nella stalla il cane nel canile il ***** nel bimbile il fuco nel fucile e nella notte nera dorme la pula dentro la pantera dormono i rappresentanti nei motel dell'Esso dormono negli Hilton i cantanti di successo dorme il barbone dorme il vagone dorme il contino nel baldacchino dorme a Betlemme Gesù bambino un po' di paglia come cuscino dorme Pilato tutto agitato dorme il bufalo nella savana e dorme il verme nella banana dorme il rondone nel campanile russa la seppia sul'arenile dorme il maiale all'Hotel Nazionale e sull'amaca sta la lumaca addormentata dorme la mamma dorme il figlio dorme la lepre dorme il coniglio e sotto i camion nelle autostazioni dormono stretti i copertoni dormono i monti dormono i mari dorme quel porco di Scandellari che m'ha rubato la mia Liù per cui io solo porcamadonna non dormo più.
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Dormi, Liù
Nella Torre il silenzio era già alto. Sussurravano i pioppi del Rio Salto. I cavalli normanni alle lor poste frangean la biada con rumor di croste. Là in fondo la cavalla era, selvaggia, nata tra i pini su la salsa spiaggia; che nelle froge avea del mar gli spruzzi ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi. Con su la greppia un gomito, da essa era mia madre; e le dicea sommessa: "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; tu capivi il suo cenno ed il suo detto! Egli ha lasciato un figlio giovinetto; il primo d'otto tra miei figli e figlie; e la sua mano non toccò mai briglie. Tu che ti senti ai fianchi l'uragano, tu dai retta alla sua piccola mano. Tu ch'hai nel cuore la marina brulla, tu dai retta alla sua voce fanciulla". La cavalla volgea la scarna testa verso mia madre, che dicea più mesta: "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; lo so, lo so, che tu l'amavi forte! Con lui c'eri tu sola e la sua morte. O nata in selve tra l'ondate e il vento, tu tenesti nel cuore il tuo spavento; sentendo lasso nella bocca il morso, nel cuor veloce tu premesti il corso: adagio seguitasti la tua via, perché facesse in pace l'agonia... " La scarna lunga testa era daccanto al dolce viso di mia madre in pianto. "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; oh! Due parole egli dové pur dire! E tu capisci, ma non sai ridire. Tu con le briglie sciolte tra le zampe, con dentro gli occhi il fuoco delle vampe, con negli orecchi l'eco degli scoppi, seguitasti la via tra gli alti pioppi: lo riportavi tra il morir del sole, perché udissimo noi le sue parole". Stava attenta la lunga testa fiera. Mia madre l'abbracciò su la criniera "O cavallina, cavallina storna, portavi a casa sua chi non ritorna! A me, chi non ritornerà più mai! Tu fosti buona... Ma parlar non sai! Tu non sai, poverina; altri non osa. Oh! ma tu devi dirmi una cosa! Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise: esso t'è qui nelle pupille fise. Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. E tu fa cenno. Dio t'insegni, come". Ora, i cavalli non frangean la biada: dormian sognando il bianco della strada. La paglia non battean con l'unghie vuote: dormian sognando il rullo delle ruote. Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: disse un nome... Sonò alto un nitrito.
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La cavalla storna
Nella Torre il silenzio era già alto. Sussurravano i pioppi del Rio Salto. I cavalli normanni alle lor poste frangean la biada con rumor di croste. Là in fondo la cavalla era, selvaggia, nata tra i pini su la salsa spiaggia; che nelle froge avea del mar gli spruzzi ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi. Con su la greppia un gomito, da essa era mia madre; e le dicea sommessa: "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; tu capivi il suo cenno ed il suo detto! Egli ha lasciato un figlio giovinetto; il primo d'otto tra miei figli e figlie; e la sua mano non toccò mai briglie. Tu che ti senti ai fianchi l'uragano, tu dai retta alla sua piccola mano. Tu ch'hai nel cuore la marina brulla, tu dai retta alla sua voce fanciulla". La cavalla volgea la scarna testa verso mia madre, che dicea più mesta: "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; lo so, lo so, che tu l'amavi forte! Con lui c'eri tu sola e la sua morte. O nata in selve tra l'ondate e il vento, tu tenesti nel cuore il tuo spavento; sentendo lasso nella bocca il morso, nel cuor veloce tu premesti il corso: adagio seguitasti la tua via, perché facesse in pace l'agonia... " La scarna lunga testa era daccanto al dolce viso di mia madre in pianto. "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; oh! Due parole egli dové pur dire! E tu capisci, ma non sai ridire. Tu con le briglie sciolte tra le zampe, con dentro gli occhi il fuoco delle vampe, con negli orecchi l'eco degli scoppi, seguitasti la via tra gli alti pioppi: lo riportavi tra il morir del sole, perché udissimo noi le sue parole". Stava attenta la lunga testa fiera. Mia madre l'abbracciò su la criniera "O cavallina, cavallina storna, portavi a casa sua chi non ritorna! A me, chi non ritornerà più mai! Tu fosti buona... Ma parlar non sai! Tu non sai, poverina; altri non osa. Oh! ma tu devi dirmi una cosa! Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise: esso t'è qui nelle pupille fise. Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. E tu fa cenno. Dio t'insegni, come". Ora, i cavalli non frangean la biada: dormian sognando il bianco della strada. La paglia non battean con l'unghie vuote: dormian sognando il rullo delle ruote. Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: disse un nome... Sonò alto un nitrito.
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Anni fa, ti ** scritto una poesia d'amore. Occhi nebbiosa e luminoso, mi hai sorriso. Ma negli abissi del profondo la mia coscienza mi ha urlato. Sa che abbiate mai svanire proprio come il resto perché sono un casino maledetto dio.
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Jan 16, 2013
Jan 16, 2013 at 3:22 PM UTC
Per ora mi siedo e aspetto
***** io vorrei che tu, mio padre ed io ci potessimo rivedere e dimenticassimo per mezz'ora la città che ci ignora, la città che ci separa. ***** tu non sai come io vorrei che per un momento si potesse stare insieme ad ascoltare il vento che scuote le foglie del frutteto di mio padre sotto il cielo che stanotte è una lastra di vetro. Seduti intorno a un fuoco o sotto un pergolato di rami a guardarci negli occhi come se con gli occhi noi potessimo parlare, mentre lontani si odono i rintocchi di una campana e si perde nella notte l'abbaiare dei cani. ***** la nostra vita è disumana. ***** tu non sai che cosa non darei perché per un momento si potesse stare insieme ad osservare le stelle del firmamento che brillano stanotte come se brillassero per la prima volta. Io vorrei, ***** che la nostra vita fosse ad una svolta, che si mettessero da parte i dubbi, i sospetti, e che insieme ci mettessimo a rileggere, perché no, i sonetti del Petrarca e a declamarli ad alta voce lungo un viale di pioppi, sotto la luna che ci rischiara, come se nel mondo noi non fossimo sconfitti, come se non ci dessero per morti, come se i nostri versi nella notte risuonassero più forti perché li abbiam riscritti. Come se tu, mio padre ed io, ***** noi non fossimo dei derelitti.
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Dec 31, 2009
Dec 31, 2009 at 9:32 PM UTC
***** io vorrei che tu, mio padre ed io...
Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi? Sonavan le quiete stanze, e le vie dintorno, al tuo perpetuo canto, allor che all'opre femminili intenta sedevi, assai contenta di quel vago avvenir che in mente avevi. Era il maggio odoroso: e tu solevi così menare il giorno. Io gli studi leggiadri talor lasciando e le sudate carte, ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte, d'in su i veroni del paterno ostello porgea gli orecchi al suon della tua voce, ed alla man veloce che percorrea la faticosa tela. Mirava il ciel sereno, le vie dorate e gli orti, e quinci il mar da lungi, e quindi il monte. Lingua mortal non dice quel ch'io sentiva in seno. Che pensieri soavi, che speranze, che cori, o Silvia mia! Quale allor ci apparia la vita umana e il fato! Quando sovviemmi di cotanta speme, un affetto mi preme acerbo e sconsolato, e tornami a doler di mia sventura. O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi? Tu pria che l'erbe inaridisse il verno, da chiuso morbo combattuta e vinta, perivi, o tenerella. E non vedevi il fior degli anni tuoi; non ti molceva il core la dolce lode or delle negre chiome, or degli sguardi innamorati e schivi; né teco le compagne ai dì festivi ragionavan d'amore. Anche peria tra poco la speranza mia dolce: agli anni miei anche negaro i fati la giovanezza. Ahi come, come passata sei, cara compagna dell'età mia nova, mia lacrimata speme! Questo è quel mondo? Questi i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi onde cotanto ragionammo insieme? Questa la sorte dell'umane genti? All'apparir del vero tu, misera, cadesti: e con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda mostravi di lontano.
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A Silvia
Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi? Sonavan le quiete stanze, e le vie dintorno, al tuo perpetuo canto, allor che all'opre femminili intenta sedevi, assai contenta di quel vago avvenir che in mente avevi. Era il maggio odoroso: e tu solevi così menare il giorno. Io gli studi leggiadri talor lasciando e le sudate carte, ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte, d'in su i veroni del paterno ostello porgea gli orecchi al suon della tua voce, ed alla man veloce che percorrea la faticosa tela. Mirava il ciel sereno, le vie dorate e gli orti, e quinci il mar da lungi, e quindi il monte. Lingua mortal non dice quel ch'io sentiva in seno. Che pensieri soavi, che speranze, che cori, o Silvia mia! Quale allor ci apparia la vita umana e il fato! Quando sovviemmi di cotanta speme, un affetto mi preme acerbo e sconsolato, e tornami a doler di mia sventura. O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi? Tu pria che l'erbe inaridisse il verno, da chiuso morbo combattuta e vinta, perivi, o tenerella. E non vedevi il fior degli anni tuoi; non ti molceva il core la dolce lode or delle negre chiome, or degli sguardi innamorati e schivi; né teco le compagne ai dì festivi ragionavan d'amore. Anche peria tra poco la speranza mia dolce: agli anni miei anche negaro i fati la giovanezza. Ahi come, come passata sei, cara compagna dell'età mia nova, mia lacrimata speme! Questo è quel mondo? Questi i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi onde cotanto ragionammo insieme? Questa la sorte dell'umane genti? All'apparir del vero tu, misera, cadesti: e con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda mostravi di lontano.
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Mi hai reso qualcosa d'ottuso, una foresta pietrificata, una che non può piangere per le maternità disfatte. Mi hai reso una foresta dove serpeggiano serpi velenose e la jena è in agguato, perché io ero una ninfa innamorata e gentile, e avevo dei morbidi cuccioli. Ma le mie unghie assetate scavano nette la terra, così io Medusa fissa ti guardo negli occhi. Io esperta sognatrice che anche adesso mi rifugio in un letto ammantata di lutto per non sentire più la carne.
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Rivolta
San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l'aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo favilla. Ritornava una rondine al tetto: l'uccisero: cadde tra spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena dei suoi rondinini. Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano; e il suo nido è nell'ombra, che attende che pigola sempre più piano. Anche un uomo tornava al suo nido: l'uccisero: disse: Perdono; e restò negli aperti occhi un grido: portava due bambole in dono... Ora là, nella casa romita, lo aspettano, aspettano in vano: egli immobile, attonito, addita le bambole al cielo lontano. E tu, Cielo, dall'alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d'un pianto di stelle lo inondi quest'atomo opaco del Male!
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10 agosto
Ascoltami, i poeti laureati si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti. Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi fossi dove in pozzanghere mezzo seccate agguantano i ragazzi qualche sparuta anguilla: le viuzze che seguono i ciglioni, discendono tra i ciuffi delle canne e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni. Meglio se le gazzarre degli uccelli si spengono inghiottite dall'azzurro: più chiaro si ascolta il susurro dei rami amici nell'aria che quasi non si muove, e i sensi di quest'odore che non sa staccarsi da terra e piove in petto una dolcezza inquieta. Qui delle divertite passioni per miracolo tace la guerra, qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza ed è l'odore dei limoni. Vedi, in questi silenzi in cui le cose s'abbandonano e sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto, talora ci si aspetta di scoprire uno sbaglio di Natura, il punto morto del mondo, l'anello che non tiene, il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità Lo sguardo fruga d'intorno, la mente indaga accorda disunisce nel profumo che dilaga quando il giorno più languisce. Sono i silenzi in cui si vede in ogni ombra umana che si allontana qualche disturbata Divinità Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase. La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta il tedio dell'inverno sulle case, la luce si fa avara - amara l'anima. Quando un giorno da un malchiuso portone tra gli alberi di una corte ci si mostrano i gialli dei limoni; e il gelo del cuore si sfa, e in petto ci scrosciano le loro canzoni le trombe d'oro della solarità.
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I limoni
Ascoltami, i poeti laureati si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti. Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi fossi dove in pozzanghere mezzo seccate agguantano i ragazzi qualche sparuta anguilla: le viuzze che seguono i ciglioni, discendono tra i ciuffi delle canne e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni. Meglio se le gazzarre degli uccelli si spengono inghiottite dall'azzurro: più chiaro si ascolta il susurro dei rami amici nell'aria che quasi non si muove, e i sensi di quest'odore che non sa staccarsi da terra e piove in petto una dolcezza inquieta. Qui delle divertite passioni per miracolo tace la guerra, qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza ed è l'odore dei limoni. Vedi, in questi silenzi in cui le cose s'abbandonano e sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto, talora ci si aspetta di scoprire uno sbaglio di Natura, il punto morto del mondo, l'anello che non tiene, il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità Lo sguardo fruga d'intorno, la mente indaga accorda disunisce nel profumo che dilaga quando il giorno più languisce. Sono i silenzi in cui si vede in ogni ombra umana che si allontana qualche disturbata Divinità Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase. La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta il tedio dell'inverno sulle case, la luce si fa avara - amara l'anima. Quando un giorno da un malchiuso portone tra gli alberi di una corte ci si mostrano i gialli dei limoni; e il gelo del cuore si sfa, e in petto ci scrosciano le loro canzoni le trombe d'oro della solarità.
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Vita che non osai chiedere e fu, mite, incredula d'essere sgorgata dal sasso impenetrabile del tempo, sorpresa, poi sicura della terra, tu vita ininterrotta nelle fibre vibranti, tese al vento della notte... Era, donde scendesse, un salto d'acque silenziose, frenetiche, affluenti da una febbrile trasparenza d'astri ove di giorno ero travolto in giorno, da me profondamente entro di me e l'angoscia d'esistere tra rocce perdevo e ritrovavo sempre intatta. Tempo di consentire sei venuto, giorno in cui mi maturo, ripetevo, e mormora la crescita del grano, ronza il miele futuro. Senza pausa una ventilazione oscura errava tra gli alberi, sfiorava nubi e lande; correva, ove tendesse, vento astrale, deserto tra le prime fredde foglie, portava una germinazione oscura negli alberi, turbava pietre e stelle. Con lo sgomento d'una porta che s'apra sotto un peso ignoto, entrava nel cuore una vertigine d'eventi, moveva il delirio e la pietà. Le immagini possibili di me, passi uditi nel sogno ed inseguiti, svanivano, con che tremenda forza ti fu dato di cogliere, dicevo, tra le vane la forma destinata! Quest'ora ti edifica e ti schianta. L'uno ancora implacato, l'altro urgeva - con insulto di linfa chiusa i giorni vorticosi nascevano da me, rapidi, colmi fino al segno, ansiosi, senza riparo n'ero trascinato. Fosti, quanto puoi chiedere, reale, la contesa col nulla era finita, spirava un tempo lucido e furente, senza fine perivi e rinascevi, ne sentivi la forza e la paura. Una disperazione antica usciva dagli alberi, passava sulle tempie. Vita, ne misuravi la pienezza,.
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Monologo
Vita che non osai chiedere e fu, mite, incredula d'essere sgorgata dal sasso impenetrabile del tempo, sorpresa, poi sicura della terra, tu vita ininterrotta nelle fibre vibranti, tese al vento della notte... Era, donde scendesse, un salto d'acque silenziose, frenetiche, affluenti da una febbrile trasparenza d'astri ove di giorno ero travolto in giorno, da me profondamente entro di me e l'angoscia d'esistere tra rocce perdevo e ritrovavo sempre intatta. Tempo di consentire sei venuto, giorno in cui mi maturo, ripetevo, e mormora la crescita del grano, ronza il miele futuro. Senza pausa una ventilazione oscura errava tra gli alberi, sfiorava nubi e lande; correva, ove tendesse, vento astrale, deserto tra le prime fredde foglie, portava una germinazione oscura negli alberi, turbava pietre e stelle. Con lo sgomento d'una porta che s'apra sotto un peso ignoto, entrava nel cuore una vertigine d'eventi, moveva il delirio e la pietà. Le immagini possibili di me, passi uditi nel sogno ed inseguiti, svanivano, con che tremenda forza ti fu dato di cogliere, dicevo, tra le vane la forma destinata! Quest'ora ti edifica e ti schianta. L'uno ancora implacato, l'altro urgeva - con insulto di linfa chiusa i giorni vorticosi nascevano da me, rapidi, colmi fino al segno, ansiosi, senza riparo n'ero trascinato. Fosti, quanto puoi chiedere, reale, la contesa col nulla era finita, spirava un tempo lucido e furente, senza fine perivi e rinascevi, ne sentivi la forza e la paura. Una disperazione antica usciva dagli alberi, passava sulle tempie. Vita, ne misuravi la pienezza,.
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Rivedo le tue lettere d'amore illuminata, adesso, dal distacco; senza quasi rancore... L'illusione era forte a sostenerci; ci reggevamo entrambi negli abbracci pregando che durassero gli intenti, ci promettemmo il "sempre" degli amanti, certi nei nostri spiriti d'Iddii... ... E hai potuto lasciarmi, e hai potuto intuire un'altra luce che seguitasse dopo le mie spalle! Mi hai suscitato dalle scarse origini con richiami di musica divina, mi hai resa divergenza di dolore, spazio per la tua vita di ricerca per abitarmi il tempo di un errore... ... E mi hai lasciato solo le tue lettere onde ne ribevessi la mia assenza!
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Lettere
Nulla di ciò che accade e non ha volto e nulla che precipiti puro, immune da traccia, percettibile solo alla pietà come te mi significa la morte. Il vento ricco oscilla corrugato sui vetri, finge estatiche presenze e un oriente bianco s'esala nei quadrivi di febbre lastricati. Dalla pioggia alle candide schiarite si levano allo sguardo variopinto blocchi d'aria in festevoli distanze. Apparire e sparire è una chimera. È questa l'ora tua, è l'ora di quei re sismici il cui trono è il movimento, insensibili se non al freddo di morte che lasciano nel sangue all'improvviso. Loro sede fulminea è qualche specchio assorto nella sera, ivi s'incontrano, ivi si riconoscono in un battito. Sei certa ed ingannevole, è vano ch'io ti cerchi, ti persegua di là dai fortilizi, dalle guglie riflesse negli asfalti, nei luoghi ove l'amore non può giungere né la dimenticanza di se stessi.
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Nulla di ciò che accade e non ha volto
Lasciami andare contro la parete tu che hai un fucile carico d'inganni e che vuoi farmi morta con la vita Non morirò ché la tua donna è eterna solo perché ti ha guardato negli occhi dentro il gran giorno della primavera.
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Lasciami andare contro la parete
Ci riscaldato Lo Sguardo, Un buco trascina con pensieri bellamente da eleganza pervertiti, La pioggia mi propria caldaia Che ne faccio far‘ di sé, Che ne faccio star’ da me. Scelgo di ballare senza corpo Ma fare i passi scuri in negazione, Osservazione, vero mascalzone Altrimenti: note di silenzio fragorose. Momento il piano, Battimenti di cuore per i piedi. Bolle ermetiche per fiato. Menestrello d’Utopie starò, In piedi come Ellissi rimerò E vedrò come la fine verrà Per lacrime brucianti dalla Nullità di nuvole. Scelgo di splendere negli occhi di metà coperchio E che si fa del loro febbrile? Si suda dallo affascinante, Si apre il petto per sentire come caldo sta il muscolo cardiaco E si fa amore colle sue battaglie, Nello scuro del Giorno, come vuoi, O lucidità della Notte. Non si dice ragione. Nella piuma c’è rumore.
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Jul 27, 2020
Jul 27, 2020 at 6:21 AM UTC
Prima, Prova.
Ricordi quand'eri saggina, coi penduli grani che il vento scoteva, come una manina di ***** il sonaglio d'argento? Cadeva la brina; la pioggia cadeva: passavano uccelli gemendo: tu gracile e roggia tinnivi coi cento ramelli. Ed oggi non più come ieri tu senti la pioggia e la brina, ma sgrigioli come quand'eri saggina. Restavi negletta nei solchi quand'ogni pannocchia fu colta: te, colsero, quando i bifolchi v'ararono ancora una volta. Un vecchio ti prese, recise, legò; ti privò della bella semenza tua rossa; e ti mise nell'angolo, ad essere ancella. E in casa tu resti, in un canto, negletta qui come laggiù; ma niuno è di casa pur quanto sei tu. Se t'odia colui che la trama distende negli alti solai, l'arguta gallina pur t'ama, cui porti la preda che fai. E t'ama anche senza, ché ai costi ti sbalza, ed i grani t'invola, residui del tempo che fosti saggina, nei campi già sola. Ma più, gracilando t'aspetta con ciò che in tua vasta rapina le strascichi dalla già netta cucina. Tu lasci che t'odiino, lasci che t'amino: muta, il tuo giorno, nell'angolo, resti, coi fasci di stecchi che attendono il forno. Nell'angolo il giorno tu resti, pensosa del canto del gallo; se al ***** tu già non ti presti, che viene, e ti vuole cavallo. Riporti, con lui che ti frena, le paglie ch'hai tolte, e ben più; e gioia or n'ha esso; ma pena poi tu. Sei l'umile ancella; ma reggi la casa: tu sgridi a buon'ora, mentre impaziente passeggi, gl'ignavi che dormono ancora. E quanto tu muovi dal canto, la rondine è ancora nel nido; e quando comincia il suo canto, già ode per casa il tuo strido. E l'alba il suo cielo rischiara, ma prima lo spruzza e imperlina, così come tu la tua cara casina. Sei l'umile ancella, ma regni su l'umile casa pulita. Minacci, rimproveri; insegni ch'è bella, se pura, la vita. Insegni, con l'acre tua cura rodendo la pietra e la creta, che sempre, per essere pura, si logora l'anima lieta. Insegni, tu sacra ad un rogo non tardo, non bello, che più di ciò che tu mondi, ti logori tu!
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La canzone della granata
Ricordi quand'eri saggina, coi penduli grani che il vento scoteva, come una manina di ***** il sonaglio d'argento? Cadeva la brina; la pioggia cadeva: passavano uccelli gemendo: tu gracile e roggia tinnivi coi cento ramelli. Ed oggi non più come ieri tu senti la pioggia e la brina, ma sgrigioli come quand'eri saggina. Restavi negletta nei solchi quand'ogni pannocchia fu colta: te, colsero, quando i bifolchi v'ararono ancora una volta. Un vecchio ti prese, recise, legò; ti privò della bella semenza tua rossa; e ti mise nell'angolo, ad essere ancella. E in casa tu resti, in un canto, negletta qui come laggiù; ma niuno è di casa pur quanto sei tu. Se t'odia colui che la trama distende negli alti solai, l'arguta gallina pur t'ama, cui porti la preda che fai. E t'ama anche senza, ché ai costi ti sbalza, ed i grani t'invola, residui del tempo che fosti saggina, nei campi già sola. Ma più, gracilando t'aspetta con ciò che in tua vasta rapina le strascichi dalla già netta cucina. Tu lasci che t'odiino, lasci che t'amino: muta, il tuo giorno, nell'angolo, resti, coi fasci di stecchi che attendono il forno. Nell'angolo il giorno tu resti, pensosa del canto del gallo; se al ***** tu già non ti presti, che viene, e ti vuole cavallo. Riporti, con lui che ti frena, le paglie ch'hai tolte, e ben più; e gioia or n'ha esso; ma pena poi tu. Sei l'umile ancella; ma reggi la casa: tu sgridi a buon'ora, mentre impaziente passeggi, gl'ignavi che dormono ancora. E quanto tu muovi dal canto, la rondine è ancora nel nido; e quando comincia il suo canto, già ode per casa il tuo strido. E l'alba il suo cielo rischiara, ma prima lo spruzza e imperlina, così come tu la tua cara casina. Sei l'umile ancella, ma regni su l'umile casa pulita. Minacci, rimproveri; insegni ch'è bella, se pura, la vita. Insegni, con l'acre tua cura rodendo la pietra e la creta, che sempre, per essere pura, si logora l'anima lieta. Insegni, tu sacra ad un rogo non tardo, non bello, che più di ciò che tu mondi, ti logori tu!
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E il cuore quando d'un ultimo battito avrà fatto cadere il muro d'ombra per condurmi, Madre, sino al Signore, come una volta mi darai la mano. In ginocchio, decisa, Sarai una statua davanti all'eterno, come già ti vedeva quando eri ancora in vita. Alzerai tremante le vecchie braccia, come quando spirasti dicendo: Mio Dio, eccomi. E solo quando m'avrà perdonato, ti verrà desiderio di guardarmi. Ricorderai d'avermi atteso tanto, e avrai negli occhi un rapido sospiro.
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A mia madre
Torno, ritrovo il fenomeno della fuga del capitale, l'epifenomeno (infimo) dell'avanguardia. La polizia tributaria (quasi accertamento filosofico sugli incartamenti di un poeta) fruga in quel fatto privato che sono i soldi, contaminati da carità, dolenti di inspiegabili consunzioni, e pieni di senso di colpa, come il corpo da ragazzi: però con mia gongolante leggerezza perché qua, non c'è da accertare nulla, se non la mia ingenuità. Torno, e trovo milioni di uomini occupati soltanto a vivere come barbari discesi da poco su una terra felice, estranei ad essa, e suoi possessori. Così nella vigilia della Preistoria che a tutto ciò darà senso, riprendo a Roma le mie abitudini di bestia ferita, che guarda negli occhi, godendo del morire, i suoi feritori….
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L'alba meridionale
Girerò per le strade finché non sarò stanca morta saprò vivere sola e fissare negli occhi ogni volto che passa e restare sempre la stessa. Questo fresco che sale a cercarmi le vene è un risveglio che mai nel mattino ** provato così vero: soltanto, mi sento più forte che il mio corpo, e un tremore più feddo accompagna il mattino. Son lontani i mattini che avevo vent'anni. E domani, ventuno: domani uscirò per le strade, ne ricordo ogni sasso e le strisce di cielo. Da domani la gente riprende a vedermi e sarò ritta in piedi e potrò soffermarmi e specchiarmi in vetrine. I mattini di un tempo, ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo di essere io che passavo-una donna, pdrona di se stessa. La magra bambina che fui si è svegliata da un pianto non fosse mai stato. E desidero solo colori. I colori non piangono, sono come un risveglio: domani i colori torneranno. Ciascuna uscirà per la strada, ogni corpo un colore-perfino i bambini. Questo corpo vestito di rosso leggero dopo tanto pallore riavrà la sua vita. Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi e saprò d'esser io: gettando un'occhiata, mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino, uscirò per le strade cercando i colori.
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Untitled
Mi domando che madri avete avuto. Se ora vi vedessero al lavoro in un mondo a loro sconosciuto, presi in un giro mai compiuto d'esperienze così diverse dalle loro, che sguardo avrebbero negli occhi? Se fossero lì, mentre voi scrivete il vostro pezzo, conformisti e barocchi, o lo passate a redattori rotti a ogni compromesso, capirebbero chi siete? Madri vili, con nel viso il timore antico, quello che come un male deforma i lineamenti in un biancore che li annebbia, li allontana dal cuore, li chiude nel vecchio rifiuto morale. Madri vili, poverine, preoccupate che i figli conoscano la viltà per chiedere un posto, per essere pratici, per non offendere anime privilegiate, per difendersi da ogni pietà. Madri mediocri, che hanno imparato con umiltà di bambine, di noi, un unico, nudo significato, con anime in cui il mondo è dannato a non dare né dolore né gioia. Madri mediocri, che non hanno avuto per voi mai una parola d'amore, se non d'un amore sordidamente muto di bestia, e in esso v'hanno cresciuto, impotenti ai reali richiami del cuore. Madri servili, abituate da secoli a chinare senza amore la testa, a trasmettere al loro feto l'antico, vergognoso segreto d'accontentarsi dei resti della festa. Madri servili, che vi hanno insegnato come il servo può essere felice odiando chi è, come lui, legato, come può essere, tradendo, beato, e sicuro, facendo ciò che non dice. Madri feroci, intente a difendere quel poco che, borghesi, possiedono, la normalità e lo stipendio, quasi con rabbia di chi si vendichi o sia stretto da un assurdo assedio. Madri feroci, che vi hanno detto: Sopravvivete! Pensate a voi! Non provate mai pietà o rispetto per nessuno, covate nel petto la vostra integrità di avvoltoi! Ecco, vili, mediocri, servi, feroci, le vostre povere madri! Che non hanno vergogna a sapervi - nel vostro odio - addirittura superbi, se non è questa che una valle di lacrime. È così che vi appartiene questo mondo: fatti fratelli nelle opposte passioni, o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo a essere diversi: a rispondere del selvaggio dolore di esser uomini.
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Ballata delle madri
Mi domando che madri avete avuto. Se ora vi vedessero al lavoro in un mondo a loro sconosciuto, presi in un giro mai compiuto d'esperienze così diverse dalle loro, che sguardo avrebbero negli occhi? Se fossero lì, mentre voi scrivete il vostro pezzo, conformisti e barocchi, o lo passate a redattori rotti a ogni compromesso, capirebbero chi siete? Madri vili, con nel viso il timore antico, quello che come un male deforma i lineamenti in un biancore che li annebbia, li allontana dal cuore, li chiude nel vecchio rifiuto morale. Madri vili, poverine, preoccupate che i figli conoscano la viltà per chiedere un posto, per essere pratici, per non offendere anime privilegiate, per difendersi da ogni pietà. Madri mediocri, che hanno imparato con umiltà di bambine, di noi, un unico, nudo significato, con anime in cui il mondo è dannato a non dare né dolore né gioia. Madri mediocri, che non hanno avuto per voi mai una parola d'amore, se non d'un amore sordidamente muto di bestia, e in esso v'hanno cresciuto, impotenti ai reali richiami del cuore. Madri servili, abituate da secoli a chinare senza amore la testa, a trasmettere al loro feto l'antico, vergognoso segreto d'accontentarsi dei resti della festa. Madri servili, che vi hanno insegnato come il servo può essere felice odiando chi è, come lui, legato, come può essere, tradendo, beato, e sicuro, facendo ciò che non dice. Madri feroci, intente a difendere quel poco che, borghesi, possiedono, la normalità e lo stipendio, quasi con rabbia di chi si vendichi o sia stretto da un assurdo assedio. Madri feroci, che vi hanno detto: Sopravvivete! Pensate a voi! Non provate mai pietà o rispetto per nessuno, covate nel petto la vostra integrità di avvoltoi! Ecco, vili, mediocri, servi, feroci, le vostre povere madri! Che non hanno vergogna a sapervi - nel vostro odio - addirittura superbi, se non è questa che una valle di lacrime. È così che vi appartiene questo mondo: fatti fratelli nelle opposte passioni, o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo a essere diversi: a rispondere del selvaggio dolore di esser uomini.
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Tu che dall’ombra compari, E docile e dolce tu pari, Nel sole cocente la tua pelle schiarisce E dalla tua faccia la tristezza svanisce. Ti ** guardata dritta negli occhi, E tu la mia pelle mi tocchi. Ti ** guardata nel viso un sorriso Che la dolce faccia tua ha riso. Mi ricordo di averti amata subito E che allorché scelta non dubito, E di fatto mi hai regalato la felicità E al cuore mio la verità. Adesso ti dirò che sei speciale, Speciale ma non tanto quanto il reale. Perché più di questo tu sei e sarai E per sempre il mio cuore battere farai.
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Nov 10, 2018
Nov 10, 2018 at 2:16 PM UTC
A Little Creature
Penso a Livorno, a un vecchio cimitero di vecchi morti; ove a dormir con essi niuno più scende; sempre chiuso; nero d'alti cipressi. Tra i loro tronchi che mai niuno vede, di là dell'erto muro e delle porte ch'hanno obliato i cardini, si crede morta la Morte, anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile, sopra quel nero vidi, roseo, fresco, vivo, dal muro sporgere un sottile ramo di pesco. Figlio d'ignoto nòcciolo, d'allora sei tu cresciuto tra gli ignoti morti? Ed ora invidii i mandorli che indora l'alba negli orti? Od i cipressi, gracile e selvaggio, dimenticàti, col tuo riso allieti, tu trovatello in un eremitaggio d'anacoreti?
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Il Pesco
by these outskirts of the world, adrift in the post-truth era a few fragments of scattered certainties here and there sometimes in the middle of a meadow sometimes on the asphalt, between the cracks in the cement inside puddles they sink small splinters of evidence like inhaling breeze that feeds and in the gestures in posture in the look in the eyes around the lips between wrinkles like furrows to be irrigated with tears sometimes of joy under this forgotten suburban sky small fragments of truth not in the words but in the body heat and in silence silence please ----------------------- nel calore di un corpo presso queste periferie del mondo alla deriva nell'era della post-verità pochi frammenti di certezze sparse qua è là a volte in mezzo a un prato a volte sull'asfalto, tra le crepe nel cemento dentro a pozzanghere affondano piccole schegge di evidenze come inspirare una brezza fresca che nutre e poi nei gesti nella postura nello sguardo negli occhi attorno alle labbra tra le rughe come solchi da irrigare con lacrime a volte anche di gioia sotto questo cielo urbano dimenticato piccoli frammenti di verità non nelle parole ma nel calore del corpo e del silenzio silenzio per favore ........................... en el calor del cuerpo en estas afueras del mundo, a la deriva en la era de la post-verdad algunos fragmentos de certezas dispersas aquí y allá a veces entre la hierba del campo a veces en el asfalto, entre las grietas en el cemento adentro de charcos se hunden pequeñas astillas de evidencia como inhalar brisa que alimenta y en los gestos en la postura en la mirada en los ojos alrededor de los labios entre arrugas como surcos a regar con lágrimas a veces de alegría bajo este olvidado cielo suburbano pequeños fragmentos de verdad no en las palabras en el calor del cuerpo y en el silencio silencio por favor
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Aug 4, 2018
Aug 4, 2018 at 5:59 PM UTC
body heat
by these outskirts of the world, adrift in the post-truth era a few fragments of scattered certainties here and there sometimes in the middle of a meadow sometimes on the asphalt, between the cracks in the cement inside puddles they sink small splinters of evidence like inhaling breeze that feeds and in the gestures in posture in the look in the eyes around the lips between wrinkles like furrows to be irrigated with tears sometimes of joy under this forgotten suburban sky small fragments of truth not in the words but in the body heat and in silence silence please ----------------------- nel calore di un corpo presso queste periferie del mondo alla deriva nell'era della post-verità pochi frammenti di certezze sparse qua è là a volte in mezzo a un prato a volte sull'asfalto, tra le crepe nel cemento dentro a pozzanghere affondano piccole schegge di evidenze come inspirare una brezza fresca che nutre e poi nei gesti nella postura nello sguardo negli occhi attorno alle labbra tra le rughe come solchi da irrigare con lacrime a volte anche di gioia sotto questo cielo urbano dimenticato piccoli frammenti di verità non nelle parole ma nel calore del corpo e del silenzio silenzio per favore ........................... en el calor del cuerpo en estas afueras del mundo, a la deriva en la era de la post-verdad algunos fragmentos de certezas dispersas aquí y allá a veces entre la hierba del campo a veces en el asfalto, entre las grietas en el cemento adentro de charcos se hunden pequeñas astillas de evidencia como inhalar brisa que alimenta y en los gestos en la postura en la mirada en los ojos alrededor de los labios entre arrugas como surcos a regar con lágrimas a veces de alegría bajo este olvidado cielo suburbano pequeños fragmentos de verdad no en las palabras en el calor del cuerpo y en el silencio silencio por favor
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Luci spente. È rimasto solo un faro a illuminare il centro della scena. L'atrio è vuoto, a parte me e qualcuno lì negli ultimi posti. Il palco è freddo, incompleto. E vorrei scaldarlo di nuovo, senza voler seguire un copione, senza aver paura di balbettare, senza la paura che le luci si spengano, di nuovo. Manca però l'attore a cui più tenevo, quello che ha dato una nuova vita a questo teatro di infantili drammi, per dare spazio a singolari commedie, oltre ad arricchire i miei racconti, e soprattutto apprezzarli. E vorrei che tornasse quella luce che saturava ogni sorriso, che faceva brillare il silenzio, che fermava per un istante il tempo, almeno per concederci l'occasione di un degno ultimo atto, con la speranza che sia lontano, lontano, o, almeno, felice.
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Apr 17, 2025
Apr 17, 2025 at 4:55 PM UTC
All'Attrice
Tu, burattino speranzoso, inutili sono le tue lacrime, prive di senso, travolte dal suono del cucù, ora. Oh pupo, ti deprimo, ma leggo in te le stelle e le ambizioni che non raggiungerai. Tu, carcassa macchinaria, affogate sono le tue grida, laggiù negli abissi, natie d’un assassino seppellito. Oh superbo, ti disgusto, ma vedo in te la cenere e l'onore che cela la sua paura. Tu, spirito magistrale, fittizie sono le tue glorie, immense e spettacolari, dal desiderio d’infestare i sogni altrui. Oh dannato, ti inorridisco, ma percepisco in te il teatro e il potere di un applauso solo cortese. Io, universale, infinito, superiori sono le mie trame, io che tramuto in lazzi lo spasmo ed il pianto. Oh folle, m’illumino, mentre distrutto mi guardo allo specchio urlando: ridi, mostro, ridi! Ridi, bestia, soffoca nel sorriso! Ridi! Ridi! Ridi! /// You, hopeful puppet, useless are your tears, without sense, swept away by the sound of the cuckoo, now. Oh puppet, I depress you, but I read in you the stars and the ambitions that you will not reach. You, mechanical carcass, drowned are your cries, down there in the abyss, native of a buried murderer. Oh proud, I disgust you, but I see in you the ashes and the honor that hides his fear. You, masterful spirit, fictitious are your glories, immense and spectacular, from the desire to haunt the dreams of others. Oh ****** I horrify you, but I perceive in you the theater and the power of only polite applause. I, universal, infinite, my plots are superior, I who turn into jokes spasm and weeping. Oh madman, I light up, while destroyed I look at myself in the mirror screaming: laugh, monster, laugh! Laugh, beast, suffocate in the smile! Laugh! Laugh! Laugh!
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Apr 17, 2025
Apr 17, 2025 at 4:52 PM UTC
L'Io del Noi
Tu, burattino speranzoso, inutili sono le tue lacrime, prive di senso, travolte dal suono del cucù, ora. Oh pupo, ti deprimo, ma leggo in te le stelle e le ambizioni che non raggiungerai. Tu, carcassa macchinaria, affogate sono le tue grida, laggiù negli abissi, natie d’un assassino seppellito. Oh superbo, ti disgusto, ma vedo in te la cenere e l'onore che cela la sua paura. Tu, spirito magistrale, fittizie sono le tue glorie, immense e spettacolari, dal desiderio d’infestare i sogni altrui. Oh dannato, ti inorridisco, ma percepisco in te il teatro e il potere di un applauso solo cortese. Io, universale, infinito, superiori sono le mie trame, io che tramuto in lazzi lo spasmo ed il pianto. Oh folle, m’illumino, mentre distrutto mi guardo allo specchio urlando: ridi, mostro, ridi! Ridi, bestia, soffoca nel sorriso! Ridi! Ridi! Ridi! /// You, hopeful puppet, useless are your tears, without sense, swept away by the sound of the cuckoo, now. Oh puppet, I depress you, but I read in you the stars and the ambitions that you will not reach. You, mechanical carcass, drowned are your cries, down there in the abyss, native of a buried murderer. Oh proud, I disgust you, but I see in you the ashes and the honor that hides his fear. You, masterful spirit, fictitious are your glories, immense and spectacular, from the desire to haunt the dreams of others. Oh ****** I horrify you, but I perceive in you the theater and the power of only polite applause. I, universal, infinite, my plots are superior, I who turn into jokes spasm and weeping. Oh madman, I light up, while destroyed I look at myself in the mirror screaming: laugh, monster, laugh! Laugh, beast, suffocate in the smile! Laugh! Laugh! Laugh!
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