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"profondo" poems
L'anguilla, la sirena dei mari freddi che lascia il Baltico per giungere ai nostri mari, ai nostri estuari, ai fiumi che risale in profondo, sotto la piena avversa, di ramo in ramo e poi di capello in capello, assottigliati, sempre piú addentro, sempre piú nel cuore del macigno, filtrando tra gorielli di melma finché un giorno una luce scoccata dai castagni ne accende il guizzo in pozze d'acquamorta, nei fossi che declinano dai balzi d'Appennino alla Romagna; l'anguilla, torcia, frusta, freccia d'Amore in terra che solo i nostri botri o i disseccati ruscelli pirenaici riconducono a paradisi di fecondazione; l'anima verde che cerca vita là dove solo morde l'arsura e la desolazione, la scintilla che dice tutto comincia quando tutto pare incarbonirsi, bronco seppellito: l'iride breve, gemella di quella che incastonano i tuoi cigli e fai brillare intatta in mezzo ai figli dell'uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu non crederla sorella?
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L'anguilla
Anni fa, ti ** scritto una poesia d'amore. Occhi nebbiosa e luminoso, mi hai sorriso. Ma negli abissi del profondo la mia coscienza mi ha urlato. Sa che abbiate mai svanire proprio come il resto perché sono un casino maledetto dio.
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Jan 16, 2013
Jan 16, 2013 at 3:22 PM UTC
Per ora mi siedo e aspetto
Risveglio Nel risveglio della mente, trovo la pace che cercavo da sempre. Ogni pensiero si dissolve nel vento, ogni parola si perde nel silenzio. Eppure, nel cuore, c’è una verità che non ha bisogno di essere detta. Perché nel risveglio, ci si incontra davvero, nel profondo. — Masi Roberto © 2025 --- Awakening In the awakening of the mind, I find the peace I had always sought. Every thought dissolves in the wind, every word is lost in silence. And yet, within the heart, there is a truth that needs no words to be spoken. For in awakening, we truly meet, in the depths. — Masi Roberto © 2025
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Sep 27, 2025
Sep 27, 2025 at 5:16 AM UTC
Risveglio / Awakening
M'accoglie la tua vecchia, grigia casa steso supino sopra un letto angusto, forse il tuo letto per tanti anni. Ascolto, conto le ore lentissime a passare, più lente per le nuvole che solcano queste notti d'agosto in terre avare. Uno che torna a notte alta dai campi scambia un cenno a fatica con i simili, infila l'erta, il vicolo, scompare dietro la porta del tugurio. L'afa dello scirocco agita i riposi, fa smaniare gli infermi ed i reclusi. Non dormo, seguo il passo del nottambulo sia demente sia giovane tarato mentre risuona sopra pietre e ciottoli; lascio e prendo il mio carico servile e scendo, scendo più che già non sia profondo in questo tempo, in questo popolo.
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A mia madre dalla sua casa
Ma tu continua e perditi, mia vita, per le rosse città dei cani afosi convessi sopra i fiumi arsi dal vento. Le danzatrici scuotono l'oriente appassionato, effondono i metalli del sole le veementi baiadere. Un passero profondo si dispiuma sul golfo ov'io sognai la Georgia: dal mare (una viola trafelata nella memoria bianca di vestigia) un vento desolato s'appoggiava ai tuoi vetri con una piuma grigia e se volevi accoglierlo una bruna solitudine offesa la tua mano premeva nei suoi limbi odorosi d'inattuate rose di lontano.
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Se musica è la donna amata
Nel cuor dove ogni visïon s'immilla, e spazio al cielo ed alla terra avanza, talor si spenge un desiderio, e brilla una speranza: come nel cielo, oceano profondo, dove ascendendo il pensier nostro annega, tramonta un'Alfa, e pullula dal fondo cupo un'Omega.
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Addio Adda
Nel paese di mia madre v'è un campo quadrato, cinto di gelsi. Di là da quel campo altri campi quadrati, cinti di gelsi. Roggie scorrenti vi sono, fra alti argini, dritte, e non si sa dove vanno a finire. La terra s'allarga a misura del cielo, e non si sa dove vada a finire. Nel paese di mia madre v'han ponti di nebbia, che il vento solleva da placidi fiumi: varca il sogno quei ponti di nebbia, mentre le rive si stellan di lumi. Pioppi e betulle di tremula fronda accompagnan de l'acque il fluire: quando nè rami s'impigliano gli astri, in quella pace vorrei morire. Nel paese di mia madre un basso tugurio sonnecchia sul limite della risaia, e ronzano mosche lucenti, ghiotte, intorno a un ammasso di concio. Possanza di morte, possanza di vita, nell'odore del concio: ne gode la terra dall'humus profondo, sotto la vampa d'agosto che immobile sta. Nel paese di mia madre, quando il tramonto s'insaguina obliquio sui prati, vien da presso, vien da lontano una canzone di lunga via: la disser gli alari alle cune, gli aratri alle marre, le biche all'aie fiorite di lucciole, vecchia canzone di gente lombarda: "La Violetta la vaaa la vaaaa... "
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Nel paese di mia madre
Ti penso ogni giorno Senza di te la mia vita non ha senso Vieni qui e baciami Vieni qui e tienimi Non pensavo di poter provare un sentimento così profondo prima di incontrarti Siamo angeli con un’ala sola, solo restando abbracciati possiamo volare Senza di te la mia vita non ha senso Ti amerò finchè ** vita Sei la mia anima gemella Hai dato un senso alla mia vita Finalmente ci siamo incontrati Tu sei quello/a che stavo aspettando
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Jun 19, 2014
Jun 19, 2014 at 7:50 PM UTC
Amore
Amici ci aspetta una barca e dondola nella luce ove il cielo s'inarca e tocca il mare, volano creature pazze ad amare il viso d'Iddio caldo di speranza in alto in basso cercando affetto in ogni occulta distanza e piangono: noi siamo in terra ma ci potremo un giorno librare esilmente piegare sul seno divino come rose dai muri nelle strade odorose sul ***** che le chiede senza voce. Amici dalla barca si vede il mondo e in lui una verità che precede intrepida, un sospiro profondo dalle foci alle sorgenti; la Madonna dagli occhi trasparenti scende adagio incontro ai morenti, raccoglie il cumulo della vita, i dolori le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita. Le ragazze alla finestra annerita con lo sguardo verso i monti non sanno finire d'aspettare l'avvenire. Nelle stanze la voce materna senza origine, senza profondità s'alterna col silenzio della terra, è bella e tutto par nato da quella.
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Alla vita
Un murmure, un rombo... Son solo: ** la testa confusa di tetri pensieri. Mi desta quel murmure ai vetri. Che brontoli, o bombo? Che nuove mi porti? E cadono l'ore giù giù, con un lento gocciare. Nel cuore lontane risento parole di morti... Che brontoli, o bombo? Che avviene nel mondo? Silenzio infinito. Ma insiste profondo, solingo smarrito, quel lugubre rombo.
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Il Nunzio
Si pasce di se il fiume, bruca serpeggiando le sue quasi essiccate sgorature, visita le sue quasi aride pozzanghere, si trascina ai suoi già putridi ristagni finche, poco più oltre un poco lo confortano misteriosi trasudamenti, lo irrorano frescure, umori, vene dal più profondo del suo cuore sotterraneo ed eccolo rinasce esso dalle secche, ora, si lascia dietro la sassaia della sua quasi estinzione per il suo nuovo cammino - si muove verso se stesso il fiume, si sposta dentro il suo cangiante bruco ed entra, fiume nuovo uscito dalle sue ceneri nei luoghi dove opera la primavera e non c'è fiore né gemma, non c'è ancora ma c'è quella radiosa incandescenza di luce e opacità nel bianco dell'aria, c'è, ed ecco si diffonde, quella trepidante animula e quel chiaro sopra la linea degli alberi, quel già più festoso scintillamento delle acque. C'è tutto "quello". E c'è lui fiume, ne vibra intimamente il senso. C'è questo, c'è prodigiosamente.
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Fiume da fiume
Mi domando che madri avete avuto. Se ora vi vedessero al lavoro in un mondo a loro sconosciuto, presi in un giro mai compiuto d'esperienze così diverse dalle loro, che sguardo avrebbero negli occhi? Se fossero lì, mentre voi scrivete il vostro pezzo, conformisti e barocchi, o lo passate a redattori rotti a ogni compromesso, capirebbero chi siete? Madri vili, con nel viso il timore antico, quello che come un male deforma i lineamenti in un biancore che li annebbia, li allontana dal cuore, li chiude nel vecchio rifiuto morale. Madri vili, poverine, preoccupate che i figli conoscano la viltà per chiedere un posto, per essere pratici, per non offendere anime privilegiate, per difendersi da ogni pietà. Madri mediocri, che hanno imparato con umiltà di bambine, di noi, un unico, nudo significato, con anime in cui il mondo è dannato a non dare né dolore né gioia. Madri mediocri, che non hanno avuto per voi mai una parola d'amore, se non d'un amore sordidamente muto di bestia, e in esso v'hanno cresciuto, impotenti ai reali richiami del cuore. Madri servili, abituate da secoli a chinare senza amore la testa, a trasmettere al loro feto l'antico, vergognoso segreto d'accontentarsi dei resti della festa. Madri servili, che vi hanno insegnato come il servo può essere felice odiando chi è, come lui, legato, come può essere, tradendo, beato, e sicuro, facendo ciò che non dice. Madri feroci, intente a difendere quel poco che, borghesi, possiedono, la normalità e lo stipendio, quasi con rabbia di chi si vendichi o sia stretto da un assurdo assedio. Madri feroci, che vi hanno detto: Sopravvivete! Pensate a voi! Non provate mai pietà o rispetto per nessuno, covate nel petto la vostra integrità di avvoltoi! Ecco, vili, mediocri, servi, feroci, le vostre povere madri! Che non hanno vergogna a sapervi - nel vostro odio - addirittura superbi, se non è questa che una valle di lacrime. È così che vi appartiene questo mondo: fatti fratelli nelle opposte passioni, o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo a essere diversi: a rispondere del selvaggio dolore di esser uomini.
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Ballata delle madri
Mi domando che madri avete avuto. Se ora vi vedessero al lavoro in un mondo a loro sconosciuto, presi in un giro mai compiuto d'esperienze così diverse dalle loro, che sguardo avrebbero negli occhi? Se fossero lì, mentre voi scrivete il vostro pezzo, conformisti e barocchi, o lo passate a redattori rotti a ogni compromesso, capirebbero chi siete? Madri vili, con nel viso il timore antico, quello che come un male deforma i lineamenti in un biancore che li annebbia, li allontana dal cuore, li chiude nel vecchio rifiuto morale. Madri vili, poverine, preoccupate che i figli conoscano la viltà per chiedere un posto, per essere pratici, per non offendere anime privilegiate, per difendersi da ogni pietà. Madri mediocri, che hanno imparato con umiltà di bambine, di noi, un unico, nudo significato, con anime in cui il mondo è dannato a non dare né dolore né gioia. Madri mediocri, che non hanno avuto per voi mai una parola d'amore, se non d'un amore sordidamente muto di bestia, e in esso v'hanno cresciuto, impotenti ai reali richiami del cuore. Madri servili, abituate da secoli a chinare senza amore la testa, a trasmettere al loro feto l'antico, vergognoso segreto d'accontentarsi dei resti della festa. Madri servili, che vi hanno insegnato come il servo può essere felice odiando chi è, come lui, legato, come può essere, tradendo, beato, e sicuro, facendo ciò che non dice. Madri feroci, intente a difendere quel poco che, borghesi, possiedono, la normalità e lo stipendio, quasi con rabbia di chi si vendichi o sia stretto da un assurdo assedio. Madri feroci, che vi hanno detto: Sopravvivete! Pensate a voi! Non provate mai pietà o rispetto per nessuno, covate nel petto la vostra integrità di avvoltoi! Ecco, vili, mediocri, servi, feroci, le vostre povere madri! Che non hanno vergogna a sapervi - nel vostro odio - addirittura superbi, se non è questa che una valle di lacrime. È così che vi appartiene questo mondo: fatti fratelli nelle opposte passioni, o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo a essere diversi: a rispondere del selvaggio dolore di esser uomini.
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Durante i giorni più freddi del potente inverno Pensa a una dolce primavera e sogna un'estate mite Durante le ore più dure della notte invernale Pensa ai fiori e sogna una piacevole luce del sole. Arriva la stagione, rimane un po' e poi fugge La vita attraversa un evento circolare come l'ape Come i raggi di luna che danzano attorno a Madre Terra Per incantarla, abbracciarla e baciarla a morte. Nel mezzo del profondo inverno, pensa a una primavera divina E sogna giornate estive luminose e afose Non sentirti mai disperato e pessimista per nulla. Giorni migliori e notti gloriose sono sempre in arrivo Rimani positivo e resiliente finché la tua testa è presente Pensa e sogna un sole più caldo. Copyright © gennaio 2025, Hébert Logerie, Tutti i diritti riservati Hébert Logerie è autore di diversi libri di poesie.
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Jan 15, 2025
Jan 15, 2025 at 1:20 AM UTC
Pensando A Una Primavera Divina
Al rio sottile, di tra vaghe brume, guarda il bove, coi grandi occhi: nel piano che fugge, a un mare sempre più lontano migrano l'acque d'un ceruleo fiume; ingigantisce agli occhi suoi, nel lume pulverulento, il salice e l'ontano; svaria su l'erbe un gregge a mano a mano, e par la mandra dell'antico nume: ampie ali aprono imagini grifagne nell'aria; vanno tacite chimere, simili a nubi, per il ciel profondo; Il sole immenso, dietro le montagne cala, altissime: crescono già, nere, l'ombre più grandi d'un più grande mondo.
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Il bove
I walked the cloisters smelt the incense listened to the birds sing, discamus aliorum merita cicatricesque cautio saith Jerome Dom Charles said, the old monk sliced a thin slice of brown bread with slow deliberateness as if he prayed as he sliced, I hoed the flower bed at the back of the abbey sun on my shoulder shadow playing before me, l'ombra giocato prima di me I told the Italian monk as we sat peeling potatoes in the cloister after Terce, dans le cloître après Terce that time I hoovered the cloisters deep in thought, nel pensiero profondo I mused on that death and the after affect and how it hurt me, mi ha fatto male the Italian monk said to relate that my uncle was one of Benito's followers but we all make errors, tous font des erreurs to err is human to forgive is divinus the monk thin and haunted looking, I opened the breviary and read moving my finger following the chant in my ears, the sky dark sprinkled stars I mused on Pascal's fears.
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Jan 30, 2017
Jan 30, 2017 at 1:29 PM UTC
ABBEY MUSING MCMLXX.