"vede" poems
Chyť se mých křídel
na zrncích písku
slova jsou moře
a já jsem vzduch
Cesta vede tmavozeleným tunelem stromů
a září zatím neškrtlo sirkami hodin
o hřebínky vln.
V eternitu střech a vybledlých korunách domů
jsou kalná podkroví
a u zahalených břehů nahá samota mladých leseb a přehřátých starců
zkalená do němoty modrého dne.
Než plíce jehličnaté noci naposledy vydechnou
do jílovitého ramene
oxidující pískovec fasády léta
a září škrtne o hřebínky v trávě
nad závity stébel a sedmikrásnými stvoly se ponesou otáčky kol
a šelestění kloubů od stolů a slunečníků u silnic.
Děti pak pošlou matky na březové ostrovy hledat věčná napajedla
a hejna dronů rozhodí svoje sítě mezi souhvězdími
aby na sítnici zachytily bronz milenců
a v nekonečně krátkém čase sestrojily triangulaci neopakovatelného
z kterého není návratu.
Sep 12, 2016
Sep 12, 2016 at 8:37 AM UTC
under this gray suburban sky
being like a white pencil
who wants to write on a white sheet
and insisting
between beginning and end, on this single page of life
white pencil on a white sheet
it is difficult although that's how you draw a little line of freedom
that maybe nobody sees
but that your heart knows
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sotto questo grigio cielo di periferia
essere come una matita di color bianco
che vuole scrivere su un foglio bianco
e insistere
tra inizio e fine, su quest'unica pagina di vita
essere
matita di color bianco sul foglio bianco
è difficile eppure è così che si disegna un piccolo tratto di libertà
che forse nessuno vede
ma che il tuo cuore sa
bajo este cielo gris suburbano
ser como un lápiz de color blanco
que quiere escribir en una hoja blanca
e insistir
entre principio y fin, en esta única página de la vida.
lápiz de color blanco sobre hoja blanca
.es difícil pero así es como se dibuja una pequeña línea de libertad
que tal vez nadie ve
pero que tu corazón sabe
...................
sous ce ciel gris de banlieue
être comme un crayon blanc
qui veut écrire sur une feuille blanche
et insister
entre début et fin, dans cette unique page de la vie
crayon blanc sur une feuille blanche
c'est dur mais c'est comme ça qu'on trace une petite ligne de liberté
que peut-être personne ne voit
mais que ton coeur sait
Oct 27, 2018
Oct 27, 2018 at 5:26 PM UTC
L'ultima cicala stride
sulla scorza gialla dell'eucalipto
i bambini raccolgono pinòli
indispensabili per la galantina
un cane alano urla dall'inferriata
di una villa ormai disabitata
le ville furono costruite dai padri
ma i figli non le hanno volute
ci sarebbe spazio per centomila terremotati
di qui non si vede nemmeno la proda
se può chiamarsi cosí quell'ottanta per cento
ceduta in uso ai bagnini
e sarebbe eccessivo pretendervi
una pace alcionica
il mare è d'altronde infestato
mentre i rifiuti in totale
formano ondulate collinette plastiche
esaurite le siepi hanno avuto lo sfratto
i deliziosi figli della ruggine
gli scriccioli o reatini come spesso
li citano i poeti. E c'è anche qualche boccio
di magnolia l'etichetta di un pediatra
ma qui i bambini volano in bicicletta
e non hanno bisogno delle sue cure
Chi vuole respirare a grandi zaffate
la musa del nostro tempo la precarietà
può passare di qui senza affrettarsi
è il colpo secco quello che fa orrore
non già l'evanescenza il dolce afflato del nulla
Hic manebimus se vi piace non proprio
ottimamente ma il meglio sarebbe troppo simile
alla morte ( e questa piace solo ai giovani)
1.2k
I
Queira a ter-te tal sacrifício impune à beleza
Desventurar no ofício da morte formosa
No rito estrangulado, no campo da destreza,
Pensamentos que julgo uma ilusão honrosa
Sob a lembrança dos antigos, arcaica proeza
Se medos sentimos dessa prática tão dolorosa,
Aquieta-se! A relva abaixo espera em sua frieza,
Para o pútrido sepulcro de uma luz ardorosa
Onde graça, cuja índole se esquiva,
Singram os raciocínios obscuros
De uma consciência a julgar-se viva
É o fim a tocar alma fugitiva,
A único respeito, tomar com acuro
Um fadário apagado de perspectivas
II
Ao meu semblante prefere-se o nada, diante das vãs venturas
Pois se é hábito e desconcerto sempre padecer,
Coerente é, por esses horrores, nunca me ater
Para que não lastime o infinito desta amargura
Esta angústia vazia que na miséria perdura
Sufocando meu espírito em sofrer,
Vede a todos dura sentença! É preferível já não ser,
Que fugir do fim que, em descrença, meu corpo procura
Se Dido no desalento, por Eneias, deixa vida,
Estou cá, em silêncio de alma desvarrida
A cessar aos vermes o que vivo eternamente
Em álgido lamento, pude cantar nesta partida,
Algumas rimas de mi'a face enlanguescida,
Em que pude prezar da morte seu beijo unicamente
May 30, 2017
May 30, 2017 at 10:29 PM UTC
Quale in notte solinga
sovra campagne inargentate ed acque,
là 've zefiro aleggia,
e mille vaghi aspetti
e ingannevoli obbietti
fingon l'ombre lontane
infra l'onde tranquille
e rami e siepi e collinette e ville;
giunta al confin del cielo,
dietro Appennino od Alpe, o del Tirreno
nell'infinito seno
scende la luna; e si scolora il mondo;
spariscon l'ombre, ed una
oscurità la valle e il monte imbruna;
orba la notte resta,
e cantando con mesta melodia,
l'estremo albor della fuggente luce,
che dinanzi gli fu duce,
saluta il carrettier dalla sua via;
tal si dilegua, e tale
lascia l'età mortale
la giovinezza. In fuga
van l'ombre e le sembianze
dei dilettosi inganni; e vengon meno
le lontane speranze,
ove s'appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
resta la vita. In lei porgendo il guardo,
cerca il confuso viatore invano
del cammin lungo che avanzar si sente
meta o ragione; e vede
ch'a sé l'umana sede,
esso a lei veramente è fatto estrano.
Troppo felice e lieta
nostra misera sorte
parve lassù, se il giovanile stato,
dove ogni ben di mille pene è frutto,
durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
quel che sentenzia ogni animale a morte,
s'anco mezza la via
lor non si desse in pria
della terribil morte assai più dura.
D'intelletti immortali
degno trovato, estremo
di tutti i mali, ritrovar gli eterni
la vacchiezza, ove fosse
incolume il desio, la speme estinta,
secche le fonti del piacer, le pene
maggiori sempre, e non più dato il bene.
Voi, collinette e piagge,
caduto lo splendor che all'occidente
inargentava della notte il velo,
orfane ancor gran tempo
non resterete: che dall'altra parte
tosto vedrete il cielo
imbiancar novamente, e sorger l'alba:
alla qual poscia seguitando il sole,
e folgorando intorno
con le sue fiamme possenti,
di lucidi torrenti
inonderà con voi gli eterei campi.
Ma la vita mortal, poi che la bella
giovinezza sparì, non si colora
d'altra luce giammai, né d'altra aurora.
Vedova è insino al fine; ed alla notte
che l'altre etadi oscura,
segno poser gli Dei la sepoltura.
1.2k
L'ale scura all'aria porgo
né temo intoppo di cristallo o vetro,
ma fendo i cieli e all'infinito mi ergo
e mentre dal mio globo agli astri sorgo
e per l'eterno campo oltre penètro,
quel che altri lungi vede, lascio a tergo.
1k
Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità
Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.
1.2k
** sceso, dandoti il braccio, almeno milioni di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
** sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ** scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
949
Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede
La morte
si sconta
vivendo.
921
La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tre le mie dita come un rosario.
Non prego perché sono un poeta della sventura che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnananna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera del passato cordoglio che non vede la luce.
947
'O terzo piano, int' 'o palazzo mio,
a pporta a mme sta 'e casa na famiglia,
ggente per bene... timorata 'e Ddio:
marito, moglie, 'o nonno e quatto figlie.
'O capo 'e casa, 'On Ciccio Caccavalle,
tene na putechella int' 'o Cavone:
venne aucielle, scigne e pappavalle,
ma sta sempe arretrato c' 'opesone.
'E chisti tiempe 'a scigna chi s' 'a compra?!
Venne ogni morte 'e papa n'auciello;
o pappavallo è addiventato n'ombra,
nun parla cchiù p' 'a famma, 'o puveriello!
'A moglie 'e Caccavalle, Donn'Aminta,
è una signora con le mani d'oro:
mantene chella casa linda e pinta
ca si 'a vedite è overo nu splendore.
'O nonno, sittant'anne, malandato,
sta segregato dint'a nu stanzino:
'O pover'ommo sta sempe malato,
tene 'e dulure, affanno e nun cammina.
E che bbuò fà! Nce vonno 'e mmedicine,
a fella 'e carne, 'o ppoco 'e muzzarella...
Magnanno nce 'o vuò dà 'o bicchiere 'e vino
e nu tuscano pe na fumatella?
'A figlia, Donn'Aminta, notte e ghiuorno
fa l'assistenza al caro genitore;
trascura 'e figlie e nun se mette scuorno,
e Don Ciccillo sta cu ll'uocchie 'a fora.
Don Ciccio Caccavalle, quanno è 'a sera
ca se ritira, sta sempe ammurbato
pe vvia d' 'o nonno ('o pate d' 'a mugliera),
e fa: - Che ddiece 'e guaio ch'aggio passato. -
Fra medicine, miedece e salasse
'o pover'ommo adda purtà sta croce.
Gli affari vanno male, non s'incassa,
e 'o viecchio nun è carne ca lle coce.
E chesto è overo... 'On Ciccio sta nguaiato!
Porta sul'issso 'o piso 'ncoppa 'e spalle;
'o viecchio nun'è manco penzionato
e s'è appuiato 'ncuollo a Caccavalle.
'O viecchio no... nun vò senti raggione.
Pretenne 'a fella 'e carne, 'a muzzarella...
'A sera po', chello ca cchiù indispone:
- Ciccì, mme l'he purtata 'a sfugliatella? -
Don Ciccio vò convincere 'a mugliera,
ca pure essendo 'a figlia, ragiunasse:
- 'O vicchiariello soffre 'e sta manera...
è meglio ca 'o Signore s' 'o chiammasse! -
E infatti Caccavalle, ch'è credente,
a San Gennaro nuosto ha fatt' 'o vuto:
- Gennà, si 'o faje murì te porto argiento!...
sta grazia me l'he fà... faccia 'ngialluta! -
Ma Caccavalle tene n'attenuante,
se vede ca nun naviga int' a ll'oro...
Invece io saccio 'e ggente benestante
che tene tant' 'e pile 'ncopp' 'o core!
981
Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s'inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d'Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul ***** che le chiede senza voce.
Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che precede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d'aspettare l'avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s'alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.
941
La fatica è sedersi senza farsi notare.
Tutto il resto poi viene da sé. Tre sorsate
e ritorna la voglia di pensarci da solo.
Si spalanca uno sfondo di lontani ronzii,
ogni cosa si sperde, e diventa un miracolo
esser nato e guardare il bicchiere. Il lavoro
(l'uomo solo non può non pensare al lavoro)
ridiventa l'antico destino che è bello soffrire
per poterci pensare. Poi gli occhi si fissano
a mezz'aria, dolenti, come fossero ciechi.
Se quest'uomo si rialza e va a casa a dormire,
pare un cieco che ha perso la strada. Chiunque
può sbucare da un angolo e pestarlo di colpi.
Può sbucare una donna e distendersi in strada,
bella e giovane, sotto un altr'uomo, gemendo
come un tempo una donna gemeva con lui.
Ma quest'uomo non vede. Va a casa a dormire
e la vita non è che un ronzio di silenzio.
A spogliarlo, quest'uomo, si trovano membra sfinite
e del pelo brutale, qua e là. Chi direbbe
che in quest'uomo trascorrono tiepide vene
dove un tempo la vita bruciava? Nessuno
crederebbe che un tempo una donna abbia fatto carezze
su quel corpo e baciato quel corpo, che trema,
e bagnato di lacrime, adesso che l'uomo
giunto a casa a dormire, non riesce, ma geme.
861
Tace ora, mi chiedo se oppressa dal suo Karma,
(so della sua vita, del nome che le dà, e del senso)
mentre mostra a lungo lo schermo
sul selciato una moltitudine
stecchita in una posa tra sonno e morte
levarsi a stento in preghiera e spulciarsi nell'alba.
Né forse la colpisce il primo aspetto
ma un altro più recondito, e vede
una giustizia di diverso stampo
in quella sofferenza di paria
orrida eppure non abietta, e nella sua che le scende addosso.
"Avere o non avere la sua parte in questa vita"
riemerge in parole il suo pensiero - ma solo un lembo.
E io ne tiro a me quella frangia
ansioso mi confidi tutto l'altro,
attento non mi rubi niente
di lei, neppure l'amarezza, ed attendo.
S'interrompe invece. Seguono altre immagini dell'India
e nel loro riverbero le colgo
un sorriso estremo tra di vittima e di bimba
quasi mi lasci quella grazia in pegno
di lei mentre si eclissa nella sua pena
e l'idea di se stessa le muore dentro.
"Perché porti quel giogo, perché non insorgi"
mi trattengo appena dal gridarle,
soffrendo perché soffre, certo,
ma più ancora perché lascia la presa
della mia tenerezza non saziata e piglia il largo piangendo;
"Ascoltami" comincio a mormorarle
e già penso al chiarore della sala dopo il technicolor
e a lei che sul punto di partire
mi guarda da dietro la lampada
della sua solitudine tenuta alzata di fronte.
"Mario" mi previene lei che indovina il resto. "Ancora
levi come una spada, buona a che?,
lo sdegno per le cose che ti resistono.
Uomo chiuso all'intelligenza del diverso,
negato all'amore: del mondo, intendo, di Dio dunque"
e indulge a una smorfia fine di scherno
per se stessa salita sul pulpito, e quasi si annulla.
"Davvero vorrei tu avessi vinto"
le dico con affetto incontenibile, più tardi,
mentre scorre in un brusio d'api, nel film senza commento, l'India.
846
In mezzo ad uno scampanare fioco
sorse e batté su taciturne case
il sole, e trasse d'ogni vetro il fuoco.
C'era ad un vetro tuttavia, rossastro
un lumicino. Ed ecco il sol lo invase,
lo travolse in un gran folgorìo d'astro.
E disse, il sole: - Atomo fumido! Io
guardo, e tu fosti. - A lui l'umile fiamma:
- Ma questa notte tu non c'eri, o dio;
e un malatino vide la sua mamma
alla mia luce, fin che tu sei sorto.
Oh! grande sei, ma non ti vede: è morto! -
E poi, guizzando appena:
- Chiedeva te! Che tosse!
Voleva te! Che pena!
Tu ricordavi al cuore
suo le farfalle rosse
su le ginestre in fiore!
Io stavo lì da parte...
gli rammentavo sere
lunghe di veglia e carte
piene di righe nere!
Stavo velata e trista,
per fargli il ben non vista. -.
660
Lui si atteggia da grande,
sembra che pensi, sempre,
si vede dalle sue espressioni
le idee che gli passano per la testa.
Il suo sguardo si muove veloce,
da destra, a sinistra, a destra ancora,
molto brutti e cattivi i suoi occhi,
solo un poco ingenui, liberi.
Forse ha paura, si vede,
ha le spalle alzate,
un po’ piegato in avanti,
con la testa bassa. Triste. Ma contento.
Ma all’improvviso si trasforma:
si muove come un prestigiatore,
le sopracciglia saltano come grilli,
e tante risate tra il barbone e il prete.
///
He acts like a grown-up,
he seems to be thinking, always,
you can see from his expressions
the ideas that pass through his head.
His gaze moves quickly,
from right, to left, to right again,
very ugly and evil his eyes,
just a little naive, free.
Maybe he is afraid, you can see it,
his shoulders are raised,
a little bent forward,
with his head down. Sad. But happy.
But suddenly he transforms:
he moves like a magician,
his eyebrows jump like crickets,
and lots of laughter between the ***** and the priest.
Apr 17, 2025
Apr 17, 2025 at 4:32 PM UTC
Penso a Livorno, a un vecchio cimitero
di vecchi morti; ove a dormir con essi
niuno più scende; sempre chiuso; nero
d'alti cipressi.
Tra i loro tronchi che mai niuno vede,
di là dell'erto muro e delle porte
ch'hanno obliato i cardini, si crede
morta la Morte,
anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,
sopra quel nero vidi, roseo, fresco,
vivo, dal muro sporgere un sottile
ramo di pesco.
Figlio d'ignoto nòcciolo, d'allora
sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?
Ed ora invidii i mandorli che indora
l'alba negli orti?
Od i cipressi, gracile e selvaggio,
dimenticàti, col tuo riso allieti,
tu trovatello in un eremitaggio
d'anacoreti?
478
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
516
È la sera: piano piano
passa il prete paziente,
salutando della mano
ciò che vede e ciò che sente.
Tutti e tutto il buon piovano
benedice santamente:
anche il loglio, là, nel grano;
qua, nè fiori, anche il serpente.
Ogni ramo, ogni uccellino
sì del bosco e sì del tetto,
nel passare ha benedetto:
anche il falco, anche il falchetto
nero in mezzo al ciel turchino,
anche il corvo, anche il becchino,
poverino,
che lassù nel cimitero
raspa raspa il giorno intiero.
471
Italiano
C'è un silenzio che non grida, ma si vede.
È negli occhi di chi ha amato troppo,
di chi ha creduto che bastasse il cuore
per non essere lasciato indietro.
Uno sguardo che trattiene il cielo,
ma che piange pioggia dentro,
senza far rumore.
La tristezza negli occhi
non sempre chiede aiuto.
A volte, vuole solo essere vista,
senza domande, senza fretta.
Perché chi porta luce
spesso ha attraversato notti senza stelle.
E quegli occhi, così stanchi e profondi,
raccontano storie che le labbra
non sanno più dire.
— Masi Roberto © 2025
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English
There is a silence that doesn't scream, but can be seen.
It lives in the eyes of those who loved too much,
of those who believed that the heart alone
could keep them from being left behind.
A gaze that holds the sky,
but cries rain within,
without a sound.
Sadness in the eyes
doesn't always ask for help.
Sometimes, it just wants to be seen,
without questions, without haste.
Because those who carry light
have often walked through starless nights.
And those eyes, so tired and deep,
tell stories that lips can no longer speak.
— Masi Roberto © 2025
Oct 5, 2025
Oct 5, 2025 at 5:42 PM UTC
Și dacă arde?
un străin nu arde vreodată.
Un străin făcut cenușă, scrum ca să te învelesca.
Un străin-o tăcere în plus, un ochi în cer pentru apus, și altul în pământ crescut.
Un străin redus la un refuz, de aer introdus, străin pentru plămân-un intrus.
Și dacă arde?
Nerăbdare și angoasa, străin de primăvară întins pe masă.
Și dacă arde, nu se stinge, arde până va respinge grija crudă-iubire ce nu pretinde.
Arde-n ciudă de mocnește, nu distinge alb de verde, nu mai vede.
Arde-n ură oarbă și dacă arde continuă până distruge-
Simțământ, durere și veghe, arde până nu mai cuprinde...un străin-
Arde hain.
Și dacă arde nu va mai fi extins, arde flacără în Olimp, arde iad cumplit, arde neclintit și iubește ...
Străinul iubește, cumva, și privește lumea *** arde în scântei.
Arde pământul cu suflet și noi cu ei,
Arde râs și speranță, soare...
Dacă arde, doare.
Mar 13, 2022
Mar 13, 2022 at 9:00 AM UTC
Perché? Permesso?
Ormai, ci ** pensato un po’
Se non sbaglio
Una notte invece di un anno, una settimana o un giorno
Non a caso
Perché è proprio nel buio
Che un raggio di luce si vede meglio
Una notte per mettere ordine nel mio pensiero
Far sì che in un modo o nell’altro
Io riesca a rivelare il fatto
Che il motivo
Il motivo per cui voglio averti
Alla fine, forse non ce l’ho
E penso che vada bene così
Che tutte le cose
Non vadano per forza sempre spiegate
Che se un ragionamento razionale non c’è
Almeno si può fingere che i sassi
Pur di essere presenti
E spesso troppo ingombranti
In realtà, non siano da soli
Che il cervello a volte faccia spazio
A qualcosa che potrebbe essere emozioni
Anzi, sensazioni viscerali
Che, fortunatamente o purtroppo
Rimangono sempre fuori
Di portata, come di solito
I sogni da bambini
E se importasse poco il perché?
Se fosse solo il riflesso dell’amore che stravince?
Che ci fa vivere
Che ci fa sentire
Che ci fa provare
Che ci fa volare
Fra le nuvole
Vita dà vita
Che prima o poi se ne va
Per iniziare un nuovo ciclo
Che persevererà lo stesso
Che tu te ne accorga o meno
Quindi, a volte non ci serve
Torturare la mente
Meglio accettare le cose
Per ciò che sono
In questo caso, il più bel regalo del mondo
Comunque, benvenuto Hugo.
Dec 19, 2024
Dec 19, 2024 at 4:31 PM UTC