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"suono" poems
Nelle case, dove ancora si ragiona coi vicini presso al fuoco, e già la nuora porta a nanna i suoi bambini, uno in collo e due per mano; pel camino nero il vento, tra lo scoppiettar dei ciocchi, porta un suono lungo e lento, tre, poi cinque, sette tocchi, da un paese assai lontano: tre, poi cinque e sette voci, lente e languide, di gente: voci dal borgo alle croci, gente che non ha più niente: - Fate piano! Piano! Piano! Non vogliamo saper nulla: notte? Giorno? Verno? State? Piano, voi, con quella culla! Che non pianga il ***** Fate piano! Piano! Piano! Piano! Non vogliamo ricordare vino e grano, monte e piano, la capanna, il focolare, mamma, bimbi... Fate piano! Piano! Piano! Piano! Piano!
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L'or di notte
Mi fai scoppiare in lacrime. Gioia, tristezza, e l'amore. Sono sopraffatto ogni volta Ti vedo. Le Farfalle ritorno Di volta in volta. Il mento così prominente, Il tuo sorriso così luminoso, I tuoi occhi così incantevole. Un abbraccio come nessun altro, Caldo, pieno d'amore. Imbarazzante e scomodo. Baci soffici, duro, lento, veloce. Intenso. Fai finta di essere, cose che non sono, Ma dentro di me vedere il tuo amore, la compassione, La paura, il dolore, la gioia. ride piccoli come un anello vero figlio dalla bocca, come ** dolcemente solleticare la vostra abbronzato, ventre maculato. Avvolto tra le tue braccia, un bruco in un bozzolo. Cassetta di sicurezza, suono, sicuro. Abbiamo urlare e piangere. Ci baciamo e ci sorridiamo. Abbiamo fatto male e guarire. Tu sei mia, Io sono tuo. Non importa chi ti ha amato, o che vi piace quando ci separiamo, L'amore che sgorga dal mio cuore, per te, Continuerà fino a che non cessa di. Mi fai ridere, piangere, urlo, brivido, nella gioia, la rabbia, la disperazione, l'amore. Voi mi levate dal baratro che è la mia mente. Mi ricordi per questo che voglio essere vivo.
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Aug 22, 2012
Aug 22, 2012 at 8:59 PM UTC
Ogni ragazzo merita una poesia d'amore merda
Bacio che sopporti il peso della mia anima breve in te il mondo del mio discorso diventa suono e paura.
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Bacio
Alla voce della persona, ignorata, non risponde che uno stesso sfondo di suono paziente, vuoto. Con gesti circospetti non si fermano gli oggetti lasciati in un punto. C'è stato un giorno qualsiasi, un avvenimento banale: qualcuno che dormiva nelle camere di fianco mentre si parlava. E continuan le abitudini. Sul cortile riposano la nera facciata e gli archi dei terrazzi. Da un angolo proviene una vampata di terrore. S'arresta il rumore dei fili della luce sbattuti. S'apre una corta reminiscenza. Nello stesso spazio occupato prima da un senso strano ora è un cemento d'angoscia. Sul parapetto del muro di fronte cade qualcosa, poi si muove un animale nel fondo. Arriveranno altri perduti dettagli, si sentirà l'assenza. Quando dal vicolo si scorge un'altra spoglia di ringhiera e una parvenza di passi sulla ghiaia, come un pazzo risvolto, si ripete, nel grembo dell'essere t'assale, senza speranza, un incontrastato malessere così forte che il tempo appare nella posa arrogante degli oggetti. Oltre la scarpata, piani di terra asciutta, martoriata, i campi dove si tuffi l'acqua di motori accesi nella notte e, dietro, il mare. E' un disuguale accorgersi delle distanze. A volte si sostiene per ore un manto di oscurità feroce intorno ad una statua. Poi non resta che il dissapore per aver inteso domandare pietà da un'inutile voce.
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Feb 19, 2010
Feb 19, 2010 at 4:38 PM UTC
Alla voce della persona ignorata...
Forse più di lei quel che resta è la sagoma che compone le cose riversa nel vetro d’una finestra, presa per un reale abbandono. Questo è il tempo. Dove finisce il suono s’avviano le luci di due fari che sollevano dal fondo notturno del viale il parto torbido della terra: questo fumo d’infinita ragione. Il passo di chi fiancheggia l’auto e bisbiglia all’orecchio del conducente la strada di un cortile dove siede, assente, il corpo inerte di un padrone. Si spalanca su una corte l’assottigliato riverbero dei vetri. Assiepata città di vani incerti sulla fine. Se ne va l’immobile foschia con un tremore sconnesso. Forse di lei quel che s’appresta è una lenta agonia.
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Jul 9, 2010
Jul 9, 2010 at 12:32 PM UTC
Forse più di lei quel che resta...
Quando tra estreme ombre profonda in aperti paesi l'estate rapisce il canto agli armenti e la memoria dei pastori e ovunque tace la secreta alacrità delle specie, i nascituri avvallano nella dolce volontà delle madri e preme i rami dei colli e le pianure aride il progressivo esser dei frutti. Sulla terra accadono senza luogo, senza perché le indelebili verità, in quel soffio ove affondan leggere il peso le fronde le navi inclinano il fianco e l'ansia dè naviganti a strane coste, il suono d'ogni voce perde sé nel suo grembo, al mare al vento.
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L'immensità dell'attimo
Il manicomio è una grande cassa con atmosfere di suono e il delirio diventa specie, l'anonimità misura, il manicomio è il monte Sinai luogo maledetto sopra cui tu ricevi le tavole di una legge agli uomini sconosciuta.
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Il manicomio è una grande cassa
Perché i celesti danni Ristori il sole, e perché l'aure inferme Zefiro avvivi, onde fugata e sparta Delle nubi la grave ombra s'avvalla; Credano il petto inerme Gli augelli al vento, e la diurna luce Novo d'amor desio, nova speranza Nè penetrati boschi e fra le sciolte Pruine induca alle commosse belve; Forse alle stanche e nel dolor sepolte Umane menti riede La bella età, cui la sciagura e l'atra Face del ver consunse Innanzi tempo? Ottenebrati e spenti Di febo i raggi al misero non sono In sempiterno? Ed anco, Primavera odorata, inspiri e tenti Questo gelido cor, questo ch'amara Nel fior degli anni suoi vecchiezza impara? Vivi tu, vivi, o santa Natura? Vivi e il dissueto orecchio Della materna voce il suono accoglie? Già di candide ninfe i rivi albergo, Placido albergo e specchio Furo i liquidi fonti. Arcane danze D'immortal piede i ruinosi gioghi Scossero e l'ardue selve (oggi romito Nido dè venti): e il pastorel ch'all'ombre Meridiane incerte ed al fiorito Margo adducea dè fiumi Le sitibonde agnelle, arguto carme Sonar d'agresti Pani Udì lungo le ripe; e tremar l'onda Vide, e stupì, che non palese al guardo La faretrata Diva Scendea nè caldi flutti, e dall'immonda Polve tergea della sanguigna caccia Il niveo lato e le verginee braccia. Vissero i fiori e l'erbe, Vissero i boschi un dì. Conscie le molli Aure, le nubi e la titania lampa Fur dell'umana gente, allor che ignuda Te per le piagge e i colli, Ciprigna luce, alla deserta notte Con gli occhi intenti il viator seguendo, Te compagna alla via, te dè mortali Pensosa immaginò. Che se gl'impuri Cittadini consorzi e le fatali Ire fuggendo e l'onte, Gl'ispidi tronchi al petto altri nell'ime Selve remoto accolse, Viva fiamma agitar l'esangui vene, Spirar le foglie, e palpitar segreta Nel doloroso amplesso.
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Alla primavera
Perché i celesti danni Ristori il sole, e perché l'aure inferme Zefiro avvivi, onde fugata e sparta Delle nubi la grave ombra s'avvalla; Credano il petto inerme Gli augelli al vento, e la diurna luce Novo d'amor desio, nova speranza Nè penetrati boschi e fra le sciolte Pruine induca alle commosse belve; Forse alle stanche e nel dolor sepolte Umane menti riede La bella età, cui la sciagura e l'atra Face del ver consunse Innanzi tempo? Ottenebrati e spenti Di febo i raggi al misero non sono In sempiterno? Ed anco, Primavera odorata, inspiri e tenti Questo gelido cor, questo ch'amara Nel fior degli anni suoi vecchiezza impara? Vivi tu, vivi, o santa Natura? Vivi e il dissueto orecchio Della materna voce il suono accoglie? Già di candide ninfe i rivi albergo, Placido albergo e specchio Furo i liquidi fonti. Arcane danze D'immortal piede i ruinosi gioghi Scossero e l'ardue selve (oggi romito Nido dè venti): e il pastorel ch'all'ombre Meridiane incerte ed al fiorito Margo adducea dè fiumi Le sitibonde agnelle, arguto carme Sonar d'agresti Pani Udì lungo le ripe; e tremar l'onda Vide, e stupì, che non palese al guardo La faretrata Diva Scendea nè caldi flutti, e dall'immonda Polve tergea della sanguigna caccia Il niveo lato e le verginee braccia. Vissero i fiori e l'erbe, Vissero i boschi un dì. Conscie le molli Aure, le nubi e la titania lampa Fur dell'umana gente, allor che ignuda Te per le piagge e i colli, Ciprigna luce, alla deserta notte Con gli occhi intenti il viator seguendo, Te compagna alla via, te dè mortali Pensosa immaginò. Che se gl'impuri Cittadini consorzi e le fatali Ire fuggendo e l'onte, Gl'ispidi tronchi al petto altri nell'ime Selve remoto accolse, Viva fiamma agitar l'esangui vene, Spirar le foglie, e palpitar segreta Nel doloroso amplesso.
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Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono di quei sospiri ond'io nudriva 'l core in sul mio primo giovenile errore quand'era in parte altr'uom da quel ch'ì sono, del vario stile in ch'io piango et ragiono fra le vane speranze e 'l van dolore, ove sia chi per prova intenda amore, spero trovar pietà, nonché perdono. Ma ben veggio or sì come al popol tutto favola fui gran tempo, onde sovente di me mesdesmo meco mi vergogno; et del mio vaneggiar vergogna è 'l frutto, e 'l pentersi, e 'l conoscer chiaramente che quanto piace al mondo è breve sogno.
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Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
Tu non ricordi la casa dei doganieri sul rialzo a strapiombo sulla scogliera: desolata t'attende dalla sera in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri e vi sostò irrequieto. Libeccio sferza da anni le vecchie mura e il suono del tuo riso non è più lieto: la bussola va impazzita all'avventura e il calcolo dei dadi più non torna. Tu non ricordi; altro tempo frastorna la tua memoria; un filo s'addipana. Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana la casa e in cima al tetto la banderuola affumicata gira senza pietà. Ne tengo un capo; ma tu resti sola nè qui respiri nell'oscurità. Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende rara la luce della petroliera! Il varco è qui? (ripullula il frangente ancora sulla balza che scoscende... ). Tu non ricordi la casa di questa mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
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La casa dei doganieri
Dolce e chiara è la notte e senza vento, E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna. O donna mia, Già tace ogni sentiero, e pei balconi Rara traluce la notturna lampa: Tu dormi, che t'accolse agevol sonno Nelle tue chete stanze; e non ti morde Cura nessuna; e già non sai né pensi Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno Appare in vista, a salutar m'affaccio, E l'antica natura onnipossente, Che mi fece all'affanno. A te la speme Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. Questo dì fu solenne: or dà trastulli Prendi riposo; e forse ti rimembra In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti Piacquero a te: non io, non già ch'io speri, Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo Quanto a viver mi resti, e qui per terra Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi In così verde etate! Ahi, per la via Odo non lunge il solitario canto Dell'artigian, che riede a tarda notte, Dopo i sollazzi, al suo povero ostello; E fieramente mi si stringe il core, A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito Il dì festivo, ed al festivo il giorno Volgar succede, e se ne porta il tempo Ogni umano accidente. Or dov'è il suono Di què popoli antichi? Or dov'è il grido Dè nostri avi famosi, e il grande impero Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio Che n'andò per la terra e l'oceano? Tutto è pace e silenzio, e tutto posa Il mondo, e più di lor non si ragiona. Nella mia prima età, quando s'aspetta Bramosamente il dì festivo, or poscia Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia, Premea le piume; ed alla tarda notte Un canto che s'udia per li sentieri Lontanando morire a poco a poco, Già similmente mi stringeva il core.
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La sera del dì di festa
Dolce e chiara è la notte e senza vento, E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna. O donna mia, Già tace ogni sentiero, e pei balconi Rara traluce la notturna lampa: Tu dormi, che t'accolse agevol sonno Nelle tue chete stanze; e non ti morde Cura nessuna; e già non sai né pensi Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno Appare in vista, a salutar m'affaccio, E l'antica natura onnipossente, Che mi fece all'affanno. A te la speme Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. Questo dì fu solenne: or dà trastulli Prendi riposo; e forse ti rimembra In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti Piacquero a te: non io, non già ch'io speri, Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo Quanto a viver mi resti, e qui per terra Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi In così verde etate! Ahi, per la via Odo non lunge il solitario canto Dell'artigian, che riede a tarda notte, Dopo i sollazzi, al suo povero ostello; E fieramente mi si stringe il core, A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito Il dì festivo, ed al festivo il giorno Volgar succede, e se ne porta il tempo Ogni umano accidente. Or dov'è il suono Di què popoli antichi? Or dov'è il grido Dè nostri avi famosi, e il grande impero Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio Che n'andò per la terra e l'oceano? Tutto è pace e silenzio, e tutto posa Il mondo, e più di lor non si ragiona. Nella mia prima età, quando s'aspetta Bramosamente il dì festivo, or poscia Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia, Premea le piume; ed alla tarda notte Un canto che s'udia per li sentieri Lontanando morire a poco a poco, Già similmente mi stringeva il core.
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La mia poesia è alacre come il fuoco trascorre tre le mie dita come un rosario. Non prego perché sono un poeta della sventura che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore, sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida, sono il poeta che canta e non trova parole, sono la paglia arida sopra cui batte il suono, sono la ninnananna che fa piangere i figli, sono la vanagloria che si lascia cadere, il manto di metallo di una lunga preghiera del passato cordoglio che non vede la luce.
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La volpe e il sipario
Nella striscia di sabbia lasciata da questi sedici anni mi guardo indietro, poi guardo davanti e non riconosco nemmeno le mie mani, sento una voce e all'improvviso vedo le mie labbra muoversi, ma quel suono inquieto non fa altro che fondersi insieme a tutto ciò che lo circonda, come preso da un onda che lo rapisce, lo stordisce, e poi lo abbandona davanti al proprio destino finche egli stesso non svanisce. Guardando lontano all'orizzonte si nota una luce, dolce, calda, che tanto timorosa fugge; sarà lei la risposta alle mie domande? non lo so ... ma la sento vicina a me, come nient'altro nella mia vita , anche se qualvolta così estranea e lontana. Forse un giorno la raggiungerò lì, in quel mondo che sembra incantato... ma devo affrontare l'inferno, prima del mondo fatato dove spero arriverò in tempo... perché il desiderio della vendetta ,lo trattengo a stento !
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Jul 23, 2014
Jul 23, 2014 at 10:52 AM UTC
sand of time
Si ferma, e già fischia, ed insieme, tra il ferreo strepito del treno, si sente una squilla che geme, là da un paesello sereno, paesello lungo la via: Ave Maria... Un poco, tra l'ansia crescente della nera vaporiera, l'addio della sera si sente seguire come una preghiera, seguire il treno che s'avvia: Ave Maria... E, come se voglia e non voglia, il treno nel partir vacilla: quel suono ci chiama alla soglia e alla lampada che brilla, nella casa, ch'è una badia: Ave Maria... Il padre a quel suono rincasa facendo un passo ad ogni tocco; e subito all'uscio di casa trova il visino del suo cocco, del più piccino che ci sia... Ave Maria... Si chiude, la casa; e s'appanna d'un tratto il vocerìo che c'è; si chiude, ristringe, accapanna, per parlare tra sé e sé; e saluta la compagnia... Ave Maria... O, tinta d'un lieve rossore, casina che sorridi al sole! Per noi c'è la notte con l'ore lunghe lunghe, con l'ore sole, con l'ore di malinconia... Ave Maria... Il treno già vola e ci porta sbuffando l'alito di fuoco; e ancora nell'aria più smorta ci giunge quell'addio più fioco, dal paese che fugge via: Ave Maria... E cessa. Ma uno che vuole velar gli occhi, pensar lontano, tra gemiti e strilli e parole, tra il frastuono or tremolo or piano, ode il suono che non s'oblia: Ave Maria... Con l'uomo che va nella notte, tra gli aspri urli, i lunghi racconti del treno che corre per grotte di monti, sopra lenti ponti, vien nell'ombrìa la voce pia: Ave Maria...
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In viaggio
Udii tra il sonno le ciaramelle, ** udito un suono di ninne nanne. Ci sono in cielo tutte le stelle, ci sono i lumi nelle capanne. Sono venute dai monti oscuri le ciaramelle senza dir niente; hanno destata nè suoi tuguri tutta la buona povera gente. Ognuno è sorto dal suo giaciglio; accende il lume sotto la trave; sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio, di cauti passi, di voce grave. Le pie lucerne brillano intorno, là nella casa, qua su la siepe: sembra la terra, prima di giorno, un piccoletto grande presepe. Nel cielo azzurro tutte le stelle paion restare come in attesa; ed ecco alzare le ciaramelle il loro dolce suono di chiesa; suono di chiesa, suono di chiostro, suono di casa, suono di culla, suono di mamma, suono del nostro dolce e passato pianger di nulla. O ciaramelle degli anni primi, d'avanti il giorno, d'avanti il vero, or che le stelle son là sublimi, conscie del nostro breve mistero; che non ancora si pensa al pane, che non ancora s'accende il fuoco; prima del grido delle campane fateci dunque piangere un poco. Non più di nulla, sì di qualcosa, di tante cose! Ma il cuor lo vuole, quel pianto grande che poi riposa, quel gran dolore che poi non duole; sopra le nuove pene sue vere vuol quei singulti senza ragione: sul suo martòro, sul suo piacere, vuol quelle antiche lagrime buone!
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Le Ciaramelle
Lo so: non era nella valle fonda suon che s'udìa di palafreni andanti: era l'acqua che giù dalle stillanti tegole a furia percotea la gronda. Pur via e via per l'infinita sponda passar vedevo i cavalieri erranti; scorgevo le corazze luccicanti, scorgevo l'ombra galoppar sull'onda. Cessato il vento poi, non di galoppi il suono udivo, nè vedea tremando fughe remote al dubitoso lume; ma poi solo vedevo, amici pioppi! Brusivano soave tentennando lungo la sponda del mio dolce fiume.
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Rio Salto
Ruba a qualcuno la tua forsennata stanchezza o gemma che trapassi il suono col tuo respiro l'ombra che sta ferma di fronte ad un porto di paura quel trascendere il mito come se fosse forzatamente azzurro o chi senza abbandono che non sanno che il pianto dei poeti è solo canto. Canto rubato al vecchio del portone rubato al remo del rematore alla ruota dell'ultimo carro o pianto di ginestra dove fioriva l'amatore immoto dalle turbe angosciose di declino io sono l'acqua che si genuflette davanti alla montagna del tuo amore.
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Pianto dei poeti
Tu, burattino speranzoso, inutili sono le tue lacrime, prive di senso, travolte dal suono del cucù, ora. Oh pupo, ti deprimo, ma leggo in te le stelle e le ambizioni che non raggiungerai. Tu, carcassa macchinaria, affogate sono le tue grida, laggiù negli abissi, natie d’un assassino seppellito. Oh superbo, ti disgusto, ma vedo in te la cenere e l'onore che cela la sua paura. Tu, spirito magistrale, fittizie sono le tue glorie, immense e spettacolari, dal desiderio d’infestare i sogni altrui. Oh dannato, ti inorridisco, ma percepisco in te il teatro e il potere di un applauso solo cortese. Io, universale, infinito, superiori sono le mie trame, io che tramuto in lazzi lo spasmo ed il pianto. Oh folle, m’illumino, mentre distrutto mi guardo allo specchio urlando: ridi, mostro, ridi! Ridi, bestia, soffoca nel sorriso! Ridi! Ridi! Ridi! /// You, hopeful puppet, useless are your tears, without sense, swept away by the sound of the cuckoo, now. Oh puppet, I depress you, but I read in you the stars and the ambitions that you will not reach. You, mechanical carcass, drowned are your cries, down there in the abyss, native of a buried murderer. Oh proud, I disgust you, but I see in you the ashes and the honor that hides his fear. You, masterful spirit, fictitious are your glories, immense and spectacular, from the desire to haunt the dreams of others. Oh ****** I horrify you, but I perceive in you the theater and the power of only polite applause. I, universal, infinite, my plots are superior, I who turn into jokes spasm and weeping. Oh madman, I light up, while destroyed I look at myself in the mirror screaming: laugh, monster, laugh! Laugh, beast, suffocate in the smile! Laugh! Laugh! Laugh!
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Apr 17, 2025
Apr 17, 2025 at 4:52 PM UTC
L'Io del Noi
Tu, burattino speranzoso, inutili sono le tue lacrime, prive di senso, travolte dal suono del cucù, ora. Oh pupo, ti deprimo, ma leggo in te le stelle e le ambizioni che non raggiungerai. Tu, carcassa macchinaria, affogate sono le tue grida, laggiù negli abissi, natie d’un assassino seppellito. Oh superbo, ti disgusto, ma vedo in te la cenere e l'onore che cela la sua paura. Tu, spirito magistrale, fittizie sono le tue glorie, immense e spettacolari, dal desiderio d’infestare i sogni altrui. Oh dannato, ti inorridisco, ma percepisco in te il teatro e il potere di un applauso solo cortese. Io, universale, infinito, superiori sono le mie trame, io che tramuto in lazzi lo spasmo ed il pianto. Oh folle, m’illumino, mentre distrutto mi guardo allo specchio urlando: ridi, mostro, ridi! Ridi, bestia, soffoca nel sorriso! Ridi! Ridi! Ridi! /// You, hopeful puppet, useless are your tears, without sense, swept away by the sound of the cuckoo, now. Oh puppet, I depress you, but I read in you the stars and the ambitions that you will not reach. You, mechanical carcass, drowned are your cries, down there in the abyss, native of a buried murderer. Oh proud, I disgust you, but I see in you the ashes and the honor that hides his fear. You, masterful spirit, fictitious are your glories, immense and spectacular, from the desire to haunt the dreams of others. Oh ****** I horrify you, but I perceive in you the theater and the power of only polite applause. I, universal, infinite, my plots are superior, I who turn into jokes spasm and weeping. Oh madman, I light up, while destroyed I look at myself in the mirror screaming: laugh, monster, laugh! Laugh, beast, suffocate in the smile! Laugh! Laugh! Laugh!
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Io ero un uccello dal bianco ventre gentile, qualcuno mi ha tagliato la gola per riderci sopra, non so. Io ero un albatro grande e volteggiavo sui mari. Qualcuno ha fermato il mio viaggio, senza nessuna carità di suono. Ma anche distesa per terra io canto ora per te le mie canzoni d'amore.
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L'Albatros
Siamo soli. Bianca l'aria vola come in un mulino. Nella terra solitaria siamo in due, sempre in cammino. Soli i miei, soli i tuoi stracci per le vie. Non altro suono che due gridi: - Oggi ci sono e doman me ne vo... - Stacci! Stacci! Stacci! Io di qua, battendo i denti, tu di là, pestando i piedi: non ti vedo e tu mi senti; io ti sento, e non mi vedi. Noi gettiamo i nostri urlacci, come cani in abbandono fuor dell'uscio: - Oggi ci sono e doman me ne vo... - Stacci! Stacci! Stacci! Questa terra ha certe porte, che ci s'entra e non se n'esce. È il castello della morte. S'ode qui l'erba che cresce: crescer l'erba e i rosolacci qui, di notte, al tempo buono: ma nient'altro... - Oggi ci sono e doman me ne vo... - Stacci! Stacci! Stacci! C'incontriamo... Io ti derido?! No, compagno nello stento! No, fratello! È un vano grido che gettiamo al freddo vento. Né c'è un viso che s'affacci per dire, Eh! Spazzacamino!... per dire, Oh! Quel vecchiettino degli stacci... degli stacci!... - stacci! Stacci!
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I due girovaghi
a song never sung a symphony never played a lesson never learned a language never spoken a Sun that never warmed my face, I miss, yet I know I was born times again in forgotten suburbs of the world I still cherish caresses and cuddles of that miracle fo mine secret sounds good heat hope for a new day of silence and happiness come what may .................................... una canzone mai cantata una sinfonia mai suonata   una lezione mai imparata una lingua mai parlata   un Sole che non mi ha mai riscaldato il viso   mi mancano   eppure lo so   che sono nato molte volte nelle periferie dimenticate del mondo conservo ancora le carezze e la tenerezza di quel miracolo   il segreto suono, il caldo buono speranza di un giorno nuovo di silenzio e felicità e così sia .......... una canción nunca cantada una sinfonía nunca tocada   una lección nunca aprendida un idioma nunca hablado   un Sol que nunca me calentó la cara   yo extraño   pero sé   que nací muchas veces en los suburbios olvidados del mundo todavía guardo las caricias y la ternura de ese milagro   el sonido secreto, el cálido bien esperanza de un nuevo día de silencio y felicidad y que así sea ............ une chanson jamais chantée une symphonie jamais jouée   une leçon jamais apprise une langue jamais parlée   un Soleil qui n'a jamais réchauffé mon visage   ils me manquent   pourtant je sais   que je suis né plusieurs fois dans les banlieues oubliées du monde Je garde toujours les caresses et les câlins de ce miracle   le son secret, la bonne chaleur espoir de un nouveau jour de silence et de bonheur ainsi soit-il Marco Bo https://cantidallaperiferiadelmondo.blogspot.com/2020/05/isolamento-n-37-e-senza-troppi-discorsi.html
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May 18, 2020
May 18, 2020 at 5:33 AM UTC
isolation n. 37 - and without other words someone will disappear
a song never sung a symphony never played a lesson never learned a language never spoken a Sun that never warmed my face, I miss, yet I know I was born times again in forgotten suburbs of the world I still cherish caresses and cuddles of that miracle fo mine secret sounds good heat hope for a new day of silence and happiness come what may .................................... una canzone mai cantata una sinfonia mai suonata   una lezione mai imparata una lingua mai parlata   un Sole che non mi ha mai riscaldato il viso   mi mancano   eppure lo so   che sono nato molte volte nelle periferie dimenticate del mondo conservo ancora le carezze e la tenerezza di quel miracolo   il segreto suono, il caldo buono speranza di un giorno nuovo di silenzio e felicità e così sia .......... una canción nunca cantada una sinfonía nunca tocada   una lección nunca aprendida un idioma nunca hablado   un Sol que nunca me calentó la cara   yo extraño   pero sé   que nací muchas veces en los suburbios olvidados del mundo todavía guardo las caricias y la ternura de ese milagro   el sonido secreto, el cálido bien esperanza de un nuevo día de silencio y felicidad y que así sea ............ une chanson jamais chantée une symphonie jamais jouée   une leçon jamais apprise une langue jamais parlée   un Soleil qui n'a jamais réchauffé mon visage   ils me manquent   pourtant je sais   que je suis né plusieurs fois dans les banlieues oubliées du monde Je garde toujours les caresses et les câlins de ce miracle   le son secret, la bonne chaleur espoir de un nouveau jour de silence et de bonheur ainsi soit-il Marco Bo https://cantidallaperiferiadelmondo.blogspot.com/2020/05/isolamento-n-37-e-senza-troppi-discorsi.html
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