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"sonno" poems
Anche questa notte passerà Questa solitudine in giro titubante ombra dei fili tranviari sull'umido asfalto Guardo le ***** dei brumisti nel mezzo sonno tentennare.
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Noia
Adesso, nella calma, si vedon muovere i pali della luce, i fogli di carta sui recinti di legno dei cantieri. Un’altra volta c’era stato il commento degli arabi, dei negri. In un vecchio vano della casa, le povere braccia, le gambe lunghe e magre legate, incominciano i racconti. E si urtano gli oggetti finiti sul fondo della strada, mentre, per errore, un fruscìo dei rami avverte chi vi cammina o da una griglia esala ancora l’odore tiepido dell’umidità. Si dissolve il colore dalle pianure disegnate nel sonno dell’umanità. Le creste delle piante viste d’improvviso da un punto oscuro ravvicinate, mute, perché si possieda in alto qualche luce della quiete?
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Dec 25, 2010
Dec 25, 2010 at 1:29 PM UTC
Adesso, nella calma...
"Dust And Bones" lyrics by Randy Vera 2011 (BMI)  English Translation for Italian lines in italics  (A Tango in D-minor) Recorded at Studio Bopnique, Jan 2012, produced by Anthony J. Resta When I am dust/ Quando io Sono Ossa/ (When I am bones) Un Sonno Piu Tranquillo (I will sleep most peaceful)  In the city's catacombs/ For I knew life eternal/ When once she ooooi suresse a me / (Smiled at me) Non temo la mia Morte./ (I no longer fear my death) for that moment, I was king/  The dank and cold under stone roads/ shall be my mansion by the sea/ For I knew her kindness/  In estate il balcone/ *(on summer's balcony) *
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Dec 15, 2013
Dec 15, 2013 at 10:37 PM UTC
"Dust And Bones" lyrics by Randy Vera, 2011 (BMI)
Cara beltà che amore Lunge m'inspiri o nascondendo il viso, Fuor se nel sonno il core Ombra diva mi scuoti, O nè campi ove splenda Più vago il giorno e di natura il riso; Forse tu l'innocente Secol beasti che dall'oro ha nome, Or leve intra la gente Anima voli? O te la sorte avara Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara? Viva mirarti omai Nulla spene m'avanza; S'allor non fosse, allor che ignudo e solo Per novo calle a peregrina stanza Verrà lo spirto mio. Già sul novello Aprir di mia giornata incerta e bruna, Te viatrice in questo arido suolo Io mi pensai. Ma non è cosa in terra Che ti somigli; e s'anco pari alcuna Ti fosse al volto, agli atti, alla favella, Saria, così conforme, assai men bella. Fra cotanto dolore Quanto all'umana età propose il fato, Se vera e quale il mio pensier ti pinge, Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora Questo viver beato: E ben chiaro vegg'io siccome ancora Seguir loda e virtù qual nè prim'anni L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse Il ciel nullo conforto ai nostri affanni; E teco la mortal vita saria Simile a quella che nel cielo india. Per le valli, ove suona Del faticoso agricoltore il canto, Ed io seggo e mi lagno Del giovanile error che m'abbandona; E per li poggi, ov'io rimembro e piagno I perduti desiri, e la perduta Speme dè giorni miei; di te pensando, A palpitar mi sveglio. E potess'io, Nel secol tetro e in questo aer nefando, L'alta specie serbar; che dell'imago, Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago. Se dell'eterne idee L'una sei tu, cui di sensibil forma Sdegni l'eterno senno esser vestita, E fra caduche spoglie Provar gli affanni di funerea vita; O s'altra terra nè superni giri Frà mondi innumerabili t'accoglie, E più vaga del Sol prossima stella T'irraggia, e più benigno etere spiri; Di qua dove son gli anni infausti e brevi, Questo d'ignoto amante inno ricevi.
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Alla sua donna
Cara beltà che amore Lunge m'inspiri o nascondendo il viso, Fuor se nel sonno il core Ombra diva mi scuoti, O nè campi ove splenda Più vago il giorno e di natura il riso; Forse tu l'innocente Secol beasti che dall'oro ha nome, Or leve intra la gente Anima voli? O te la sorte avara Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara? Viva mirarti omai Nulla spene m'avanza; S'allor non fosse, allor che ignudo e solo Per novo calle a peregrina stanza Verrà lo spirto mio. Già sul novello Aprir di mia giornata incerta e bruna, Te viatrice in questo arido suolo Io mi pensai. Ma non è cosa in terra Che ti somigli; e s'anco pari alcuna Ti fosse al volto, agli atti, alla favella, Saria, così conforme, assai men bella. Fra cotanto dolore Quanto all'umana età propose il fato, Se vera e quale il mio pensier ti pinge, Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora Questo viver beato: E ben chiaro vegg'io siccome ancora Seguir loda e virtù qual nè prim'anni L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse Il ciel nullo conforto ai nostri affanni; E teco la mortal vita saria Simile a quella che nel cielo india. Per le valli, ove suona Del faticoso agricoltore il canto, Ed io seggo e mi lagno Del giovanile error che m'abbandona; E per li poggi, ov'io rimembro e piagno I perduti desiri, e la perduta Speme dè giorni miei; di te pensando, A palpitar mi sveglio. E potess'io, Nel secol tetro e in questo aer nefando, L'alta specie serbar; che dell'imago, Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago. Se dell'eterne idee L'una sei tu, cui di sensibil forma Sdegni l'eterno senno esser vestita, E fra caduche spoglie Provar gli affanni di funerea vita; O s'altra terra nè superni giri Frà mondi innumerabili t'accoglie, E più vaga del Sol prossima stella T'irraggia, e più benigno etere spiri; Di qua dove son gli anni infausti e brevi, Questo d'ignoto amante inno ricevi.
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sono le 01 e 22 e io ** nel corpo e nella testa queste vibrazioni calde e pallide che mi stringono il cuore. sono irragiungibili. ** attaccato alle mie ciglia i pensieri tristi, sono perline trasparenti & i miei capelli non sono ancora abbastanza lunghi per strangolare qualcuno. se potessi scegliere di avvelenare qualsiasi superficie che toccherai, io lo farei. i miei pensieri sono linee biforcute che corrono qui e lì, si diradano come i rami secchi contro il cielo freddo dell'inverno. immagino me & te amore mio a danzare su un battello, sotto le stelle, qualche vita fa, in cui eravamo belli e sorridenti. penso ai sassi lanciati nell'acqua, ai cerchi nel grano, alle macchie sul muro. penso alla mia vita da fantasma, quando vivevo a malapena, penso a chi mi ha uccisa in quei mesi e credo che l'inferno esista solo per chi ha conosciuto il paradiao e lo abbia disprezzato. penso alle ore di sonno perse, alla pelle nuda, al mascara colato, alle tracce di rossetto sui bicchieri, ai muri della stanza che mi conoscevano più di quanto mi abbia mai conosciuta tu. credo che il mio sia un caso inverso, ** conosciuto l'inferno e ora sto guadagnando il paradiso che ** sempre meritato.
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Feb 20, 2015
Feb 20, 2015 at 7:35 PM UTC
01:34, buonanotte
Certo i gabbiani cantonali hanno atteso invano le briciole di pane che io gettavo sul tuo balcone perché tu sentissi anche chiusa nel sonno le loro strida. Oggi manchiamo all'appuntamento tutti e due e il nostro breakfast gela fra cataste per me di libri inutili e per te di reliquie che non so: calendari, astucci, fiale e creme. Stupefacente il tuo volto s'ostina ancora, stagliato sui fondali di calce del mattino; ma una vita senz'ali non lo raggiunge e il suo fuoco soffocato è il bagliore dell'accendino.
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La belle dame sans merci
Dolce e chiara è la notte e senza vento, E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna. O donna mia, Già tace ogni sentiero, e pei balconi Rara traluce la notturna lampa: Tu dormi, che t'accolse agevol sonno Nelle tue chete stanze; e non ti morde Cura nessuna; e già non sai né pensi Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno Appare in vista, a salutar m'affaccio, E l'antica natura onnipossente, Che mi fece all'affanno. A te la speme Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. Questo dì fu solenne: or dà trastulli Prendi riposo; e forse ti rimembra In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti Piacquero a te: non io, non già ch'io speri, Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo Quanto a viver mi resti, e qui per terra Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi In così verde etate! Ahi, per la via Odo non lunge il solitario canto Dell'artigian, che riede a tarda notte, Dopo i sollazzi, al suo povero ostello; E fieramente mi si stringe il core, A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito Il dì festivo, ed al festivo il giorno Volgar succede, e se ne porta il tempo Ogni umano accidente. Or dov'è il suono Di què popoli antichi? Or dov'è il grido Dè nostri avi famosi, e il grande impero Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio Che n'andò per la terra e l'oceano? Tutto è pace e silenzio, e tutto posa Il mondo, e più di lor non si ragiona. Nella mia prima età, quando s'aspetta Bramosamente il dì festivo, or poscia Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia, Premea le piume; ed alla tarda notte Un canto che s'udia per li sentieri Lontanando morire a poco a poco, Già similmente mi stringeva il core.
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La sera del dì di festa
Dolce e chiara è la notte e senza vento, E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna. O donna mia, Già tace ogni sentiero, e pei balconi Rara traluce la notturna lampa: Tu dormi, che t'accolse agevol sonno Nelle tue chete stanze; e non ti morde Cura nessuna; e già non sai né pensi Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno Appare in vista, a salutar m'affaccio, E l'antica natura onnipossente, Che mi fece all'affanno. A te la speme Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. Questo dì fu solenne: or dà trastulli Prendi riposo; e forse ti rimembra In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti Piacquero a te: non io, non già ch'io speri, Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo Quanto a viver mi resti, e qui per terra Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi In così verde etate! Ahi, per la via Odo non lunge il solitario canto Dell'artigian, che riede a tarda notte, Dopo i sollazzi, al suo povero ostello; E fieramente mi si stringe il core, A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito Il dì festivo, ed al festivo il giorno Volgar succede, e se ne porta il tempo Ogni umano accidente. Or dov'è il suono Di què popoli antichi? Or dov'è il grido Dè nostri avi famosi, e il grande impero Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio Che n'andò per la terra e l'oceano? Tutto è pace e silenzio, e tutto posa Il mondo, e più di lor non si ragiona. Nella mia prima età, quando s'aspetta Bramosamente il dì festivo, or poscia Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia, Premea le piume; ed alla tarda notte Un canto che s'udia per li sentieri Lontanando morire a poco a poco, Già similmente mi stringeva il core.
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MI alzo con le palpebre infuocate. La fanciullezza smorta nella barba cresciuta nel sonno, nella carne smagrita, si fissa con la luce fusa nei miei occhi riarsi. Finisco così nel buio incendio di una giovinezza frastornata dall'eternità; così mi brucio, è inutile - pensando - essere altrimenti, imporre limiti al disordine: mi trascina sempre più frusto, con un viso secco nella sua infanzia, verso un quieto e folle ordine, il peso del mio giorno perso in mute ore di gaiezza, in muti istanti di terrore...
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MI alzo con le palpebre infuocate
Lungo il tempo infinito della Grecia quando concesso era il paradiso alle fanciulle in tèpidi giardini e le vestali avevano corolle sempre accese nel grembo, tu vivevi di già poi che veduta t'ho nel sonno e vagante, sconcertata urgevi già alle porte dell'amore senza averne risposta. Ira conclusa musica folle inetta alle fatiche della Grecia gaudente e pur ben salda dentro la luce enorme che ti tiene. Sempre, Violetta, il tempo ti oscurava dentro quella mordente nostalgia di cose pure, nate dal pensiero purificate al vivo nel dolore... E sempre sola, come una puledra di sceltissima razza, pascolando riluttante le biade degli umani ardi d'amore come un giglio chiuso.
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Sogno
La terra e a lei concorde il mare e sopra ovunque un mare più giocondo per la veloce fiamma dei passeri e la via della riposante luna e del sonno dei dolci corpi socchiusi alla vita e alla morte su un campo; e per quelle voci che scendono sfuggendo a misteriose porte e balzano sopra noi come uccelli folli di tornare sopra le isole originali cantando: qui si prepara un giaciglio di porpora e un canto che culla per chi non ha potuto dormire sì dura era la pietra, sì acuminato l'amore.
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Natura
Che speri, che ti riprometti, amica, se torni per così cupo viaggio fin qua dove nel sole le burrasche hanno una voce altissima abbrunata, di gelsomino odorano e di frane? Mi trovo qui a questa età che sai, né giovane né vecchio, attendo, guardo questa vicissitudine sospesa; non so più quel che volli o mi fu imposto, entri nei miei pensieri e n'esci illesa. Tutto l'altro che deve essere è ancora, il fiume scorre, la campagna varia, grandina, spiove, qualche cane latra esce la luna, niente si riscuote, niente dal lungo sonno avventuroso.
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Notizie a Giuseppina dopo tanti anni
Lascerò il momento per durare nella tua eternità senza confini; così io, ombra delicata e fiori di velo ricoperti tra marmi antichi e divorate chiome svolgo il mio passo acceso alle veggenti distese d'erba e anche al tuo passato, uomo dei boschi, che mi sei sereno quanto angosciata è la mia certa vita. E lasciando le docili pasture della ragione voglio smemorarmi nei tuoi canti boschivi, sì che Amore torni al mio seno e mi riaccolga intatta. Forse tu mi hai sentito, quando ferma nel sonno io gridavo il mio rancore contro la vita, e certo mi hai chiamato con lo strumento avido di suoni; per questo, Pan, io vengo e nella corsa perdo il mio velo e mi dimostro ignuda nuda qual sono e non più giovinetta: che amor mi morse dolce come mela, e a me resta di un torsolo disfatto l'amara meraviglia e la dolente consunzione feroce dell'amore, e che altri mi morda più assetato che non Amore che mi toglie e mi tiene.
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Psyche a Pan
Quando tu venisti, una notte, verso il suo letto, al buio, e le dicesti, piano, già sopra di lei: Non ti vedo, non ti sento. E la ghermisti con artiglio d'aquila, e tutta la costringesti nella tua forza riplasmandola in te con tal furore ch'ella perdette il senso d'esistere. E uno solo in due bocche fu il rantolo e misto fu il sangue e fu il ritmo perfetto, e dal balcone aperto la notte guardava con l'occhio d'una sola stella rossastra, e il sonno che seguì parve la morte, e immoti come cadaveri la tristezza dell'ombra vi vegliò sino all'alba.
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Notturno nuziale
Nel più alto punto dove scienza è oblìo d'ogni sapere e certezza, mi dicono, certezza irrefutabile venuta incontro o nel tempo appeso a un filo d'un riacquisto d'infanzia, tra sonno e veglia, tra innocenza e colpa, dove c'è e non c'è opera nostra voluta e scelta. "La salute della mente è là" dice una voce con cui contendo da anni, una voce che ora è di sirena. Si naviga tra Sardegna e Corsica. C'è un po' di mare e la barca appruata scarricchia. L'equipaggio dorme. Ma due vegliano nella mezzaluce della plancia. È passato agosto; Siamo alla rottura dei tempi. È una notte viva. Viva più di questa notte, viva tanto da serrarmi la gola è la muta confidenza di quelli che riposano si curi in mano d'altri e di questi che non lasciano la manovra e il calcolo mentre pregano per i loro uomini in mare da un punto oscuro della costa, mentre arriva dalla parte del Rodano qualche raffica.
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Per mare
"Era un mattino in cui sognava ignara nei ròsi orizzonti una luce di mare: ogni filo d'erba come cresciuto a stento era un filo di quello splendore opaco e immenso. Venivamo in silenzio per il nascosto argine lungo la ferrovia, leggeri e ancora caldi del nostro ultimo sonno in comune nel nudo granaio tra i campi ch'era il nostro rifugio. In fondo Casarsa biancheggiva esanime nel terrore dell'ultimo proclama di Graziani; e, colpita dal solo contro l'ombra dei monti, la stazione era vuota: oltre i radi tronchi dei gelsi e gli sterpi, solo sopra l'erba del binario, attendeva il treno per Spilimbergo... L'ho visto allontanarsi con la sua valigetta, dove dentro un libro di Montale era stretta tra pochi panni, la sua rivoltella, nel bianco colore dell'aria e della terra. Le spalle un po' strette dentro la giacchetta ch'era stata mia, la nuca giovinetta... ".
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A un ragazzo
Ridotto a me stesso? Morto l'interlocutore? O morto io, l'altro su di me padrone del campo, l'altro, universo, parificatore... o no, niente di questo: il silenzio raggiante dell'amore pieno, della piena incarnazione anticipato da un lampo? - penso se è pensare questo e non opera di sonno nella pausa solare del tumulto di adesso.
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Ridotto a me stesso?
Tace ora, mi chiedo se oppressa dal suo Karma, (so della sua vita, del nome che le dà, e del senso) mentre mostra a lungo lo schermo sul selciato una moltitudine stecchita in una posa tra sonno e morte levarsi a stento in preghiera e spulciarsi nell'alba. Né forse la colpisce il primo aspetto ma un altro più recondito, e vede una giustizia di diverso stampo in quella sofferenza di paria orrida eppure non abietta, e nella sua che le scende addosso. "Avere o non avere la sua parte in questa vita" riemerge in parole il suo pensiero - ma solo un lembo. E io ne tiro a me quella frangia ansioso mi confidi tutto l'altro, attento non mi rubi niente di lei, neppure l'amarezza, ed attendo. S'interrompe invece. Seguono altre immagini dell'India e nel loro riverbero le colgo un sorriso estremo tra di vittima e di bimba quasi mi lasci quella grazia in pegno di lei mentre si eclissa nella sua pena e l'idea di se stessa le muore dentro. "Perché porti quel giogo, perché non insorgi" mi trattengo appena dal gridarle, soffrendo perché soffre, certo, ma più ancora perché lascia la presa della mia tenerezza non saziata e piglia il largo piangendo; "Ascoltami" comincio a mormorarle e già penso al chiarore della sala dopo il technicolor e a lei che sul punto di partire mi guarda da dietro la lampada della sua solitudine tenuta alzata di fronte. "Mario" mi previene lei che indovina il resto. "Ancora levi come una spada, buona a che?, lo sdegno per le cose che ti resistono. Uomo chiuso all'intelligenza del diverso, negato all'amore: del mondo, intendo, di Dio dunque" e indulge a una smorfia fine di scherno per se stessa salita sul pulpito, e quasi si annulla. "Davvero vorrei tu avessi vinto" le dico con affetto incontenibile, più tardi, mentre scorre in un brusio d'api, nel film senza commento, l'India.
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L'India
Tace ora, mi chiedo se oppressa dal suo Karma, (so della sua vita, del nome che le dà, e del senso) mentre mostra a lungo lo schermo sul selciato una moltitudine stecchita in una posa tra sonno e morte levarsi a stento in preghiera e spulciarsi nell'alba. Né forse la colpisce il primo aspetto ma un altro più recondito, e vede una giustizia di diverso stampo in quella sofferenza di paria orrida eppure non abietta, e nella sua che le scende addosso. "Avere o non avere la sua parte in questa vita" riemerge in parole il suo pensiero - ma solo un lembo. E io ne tiro a me quella frangia ansioso mi confidi tutto l'altro, attento non mi rubi niente di lei, neppure l'amarezza, ed attendo. S'interrompe invece. Seguono altre immagini dell'India e nel loro riverbero le colgo un sorriso estremo tra di vittima e di bimba quasi mi lasci quella grazia in pegno di lei mentre si eclissa nella sua pena e l'idea di se stessa le muore dentro. "Perché porti quel giogo, perché non insorgi" mi trattengo appena dal gridarle, soffrendo perché soffre, certo, ma più ancora perché lascia la presa della mia tenerezza non saziata e piglia il largo piangendo; "Ascoltami" comincio a mormorarle e già penso al chiarore della sala dopo il technicolor e a lei che sul punto di partire mi guarda da dietro la lampada della sua solitudine tenuta alzata di fronte. "Mario" mi previene lei che indovina il resto. "Ancora levi come una spada, buona a che?, lo sdegno per le cose che ti resistono. Uomo chiuso all'intelligenza del diverso, negato all'amore: del mondo, intendo, di Dio dunque" e indulge a una smorfia fine di scherno per se stessa salita sul pulpito, e quasi si annulla. "Davvero vorrei tu avessi vinto" le dico con affetto incontenibile, più tardi, mentre scorre in un brusio d'api, nel film senza commento, l'India.
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Il sonno, il nero fiume - v'immerge la sua tempra per il fuoco dell'aurora che lo avvamperà, lo spera, l'indomani - Sono oscuri il turchese ed il carminio nei vasi e nelle ciotole, li prende la notte nel suo grembo, li accomuna a tutta la materia. Saranno - il pensiero lo tortura un attimo, lo allarma - pronti alla chiamata quando ai vetri si presenta in avanscoperta l'alba e, dopo, quando irrompe e sfolgora sotto la navata il pieno giorno - hanno incerta come lui la sorte i colori o il risveglio per loro non è in forse, la luce non li inganna, non li tradisce? E stanno nella materia o sono nell'anima i colori? - divaga o entra nel vivo la sua mente nella pausa della notte che comincia - smarrisce e ritrova i filamenti dell'arte, della giornata... Esce insieme ai lapislazzuli l'oro dal suo forziere, sì, ma incerto il miracolo ritarda, la sua trasmutazione in luce, in radiosità gli sarà data piena? Avrà lui grazia sufficiente a quella spiritualissima alchimia? Si addorme, s'inabissa, è sciocco, lo sente, quel pensiero, è perfida quell'ansia. Chi è lui? Tutto gioca con tutto nella universale danza.
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Infrapensieri la notte
Udii tra il sonno le ciaramelle, ** udito un suono di ninne nanne. Ci sono in cielo tutte le stelle, ci sono i lumi nelle capanne. Sono venute dai monti oscuri le ciaramelle senza dir niente; hanno destata nè suoi tuguri tutta la buona povera gente. Ognuno è sorto dal suo giaciglio; accende il lume sotto la trave; sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio, di cauti passi, di voce grave. Le pie lucerne brillano intorno, là nella casa, qua su la siepe: sembra la terra, prima di giorno, un piccoletto grande presepe. Nel cielo azzurro tutte le stelle paion restare come in attesa; ed ecco alzare le ciaramelle il loro dolce suono di chiesa; suono di chiesa, suono di chiostro, suono di casa, suono di culla, suono di mamma, suono del nostro dolce e passato pianger di nulla. O ciaramelle degli anni primi, d'avanti il giorno, d'avanti il vero, or che le stelle son là sublimi, conscie del nostro breve mistero; che non ancora si pensa al pane, che non ancora s'accende il fuoco; prima del grido delle campane fateci dunque piangere un poco. Non più di nulla, sì di qualcosa, di tante cose! Ma il cuor lo vuole, quel pianto grande che poi riposa, quel gran dolore che poi non duole; sopra le nuove pene sue vere vuol quei singulti senza ragione: sul suo martòro, sul suo piacere, vuol quelle antiche lagrime buone!
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Le Ciaramelle
C'è il sole Tuona, piove È autunno Dal risveglio al sonno. Le foglie sono secche e passive E i fiori morti e inattivi Più tardi, nevica I vicini della locanda Vedono passare il cervo Tutto il santo giorno E tutta la sera Sentiamo che i nervi stanno cambiando Per dare il benvenuto alla nuova stagione Dove siamo lontani dal raccolto. Puoi sentire da molto lontano Il vento che ronza nel fieno Le vibrazioni non sono monotone Poiché i colibrì delle colline Fanno sentire la loro spettacolare presenza E i poeti con giardini immaginari Descrivono tutto ciò che accade Nella terra dove le masse Restano insensibili e ignoranti E dove i funzionari eletti corrotti si vantano. C'è il sole Tuona, piove È autunno Dal risveglio al sonno. P.S. Traduzione di “The Ancient Canticles Of Autumn”. Questa poesia è dedicata ai miei amici e fan italiani. Copyright © Novembre 2024, Hébert Logerie, Tutti i diritti riservati Hébert Logerie è autore di numerosi libri di poesia.
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Nov 25, 2024
Nov 25, 2024 at 8:45 PM UTC
Gli Antichi Canti Dell'Autunno
A lungo, modulando le discrete erte forme del cuore per attingere a foce inconosciuta mani esangui di donna e mani vigorose e pronte, il solco hanno tracciato in circolo alla terra perché vi si calasse inopinato seme, ristoratore del peccato. Ma poi che avvenne il crollo onde di un moto originario mosse la dolcezza della sua pura essenza, nudi giacciono in sonno gli antenati, anfore chiuse al fremito del parto.
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Gli antenati di Cristo
su campi rosso sangue terra di oblio caldo come all'inferno ma sembrava inverno su campi rosso sangue terra di oblio caldo come all'inferno ma sembrava inverno lungo il confine una notte senza fine sembrava di dormire ma non era sonno in lontananza suoni di libertà brillavano come un faro ma dall'approdo desiderato hanno risposto no! erano 8 braccianti poi 9, 10, 11, 12... all'incrocio con il destino una striscia di dolore sull'asfalto e di quella storia, questo l'epilogo ....................... on blood red fields land of oblivion hot like in hell but felt like winter along the border an endless night it felt like sleep but it was not far in the distance, sounded like freedom shined as a lighthouse but from the harbour they answered no! they were 8 laborers and 9, 10, 11 12.... at the crossroad with fate, just a strip of pain and of that story, this was the end ------------------------ en campos rojos sangre tierra del olvido calientes como infierno y frio como invierno a lo largo de la frontera una noche interminable se sentía como dormir pero no era sueño a lo lejos sonaba libertad brillado como un faro pero desde el puerto respondieron no! eran 8 trabajadores y 9,10, 11 y 12... al cruze con el destino una tira de dolor y de esta historia, ese fue el final -.................................. sur champs rouge sang terre d'oubli chaud comme l'enfer mais semblait l'hiver le long de la frontière une nuit sans fin Il semblait dormir mais n'était pas au loin bruits de liberté ils brillaient comme un phare mais du port désiré ils ont dit non! ils étaient 8 ouvriers puis 9, 10, 11, 12 ... au croisement du destin une bande de douleur sur l'asphalte et de cette histoire, voici l'épilogue
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Aug 8, 2018
Aug 8, 2018 at 1:37 AM UTC
they were 8 laborers
su campi rosso sangue terra di oblio caldo come all'inferno ma sembrava inverno su campi rosso sangue terra di oblio caldo come all'inferno ma sembrava inverno lungo il confine una notte senza fine sembrava di dormire ma non era sonno in lontananza suoni di libertà brillavano come un faro ma dall'approdo desiderato hanno risposto no! erano 8 braccianti poi 9, 10, 11, 12... all'incrocio con il destino una striscia di dolore sull'asfalto e di quella storia, questo l'epilogo ....................... on blood red fields land of oblivion hot like in hell but felt like winter along the border an endless night it felt like sleep but it was not far in the distance, sounded like freedom shined as a lighthouse but from the harbour they answered no! they were 8 laborers and 9, 10, 11 12.... at the crossroad with fate, just a strip of pain and of that story, this was the end ------------------------ en campos rojos sangre tierra del olvido calientes como infierno y frio como invierno a lo largo de la frontera una noche interminable se sentía como dormir pero no era sueño a lo lejos sonaba libertad brillado como un faro pero desde el puerto respondieron no! eran 8 trabajadores y 9,10, 11 y 12... al cruze con el destino una tira de dolor y de esta historia, ese fue el final -.................................. sur champs rouge sang terre d'oubli chaud comme l'enfer mais semblait l'hiver le long de la frontière une nuit sans fin Il semblait dormir mais n'était pas au loin bruits de liberté ils brillaient comme un phare mais du port désiré ils ont dit non! ils étaient 8 ouvriers puis 9, 10, 11, 12 ... au croisement du destin une bande de douleur sur l'asphalte et de cette histoire, voici l'épilogue
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Veleggio come un'ombra nel sonno del giorno e senza sapere mi riconosco come tanti schierata su un altare per essere mangiata da chissà chi. Io penso che l'inferno sia illuminato di queste stesse strane lampadine. Vogliono cibarsi della mia pena perché la loro forse non s'addormenta mai.
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Veleggio come un'ombra