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"mondi" poems
from On the Infinite Universe and Worlds (DE L'INFINITO UNIVERSO ET MONDI) by GIORDANO BRUNO 1548 – 17 February 1600 burned at the stake in Rome's Campo de' Fiori THREE SONNETS Passing alone to those realms The object erst of thine exalted thought, I would rise to infinity: then I would compass the skill Of industries and arts equal to the objects. There would I be reborn: there on high I would foster for thee Thy fair offspring, now that at length cruel Destiny hath run her whole course Against the enterprise whereby I was wont to withdraw to thee. Fly not from me, for I yearn for a nobler refuge That I may rejoice in thee. And I shall have as guide A god called blind by the unseeing. May Heaven deliver thee, and every emanation Of the great Architect be ever gracious unto thee: But turn thou not to me unless thou art mine. Escaped from the narrow murky prison Where for so many years error held me straitly, Here I leave the chain that bound me And the shadow of my fiercely malicious foe Who can force me no longer to the gloomy dusk of night. For he who hath overcome the great Python With whose blood he hath dyed the waters of the sea Hath put to flight the Fury that pursued me. To thee I turn, I soar, O my sustaining Voice; I render thanks to thee, my Sun, my divine Light, For thou hast summoned me from that horrible torture, Thou hast led me to a goodlier tabernacle; Thou hast brought healing to my bruised heart. Thou art my delight and the warmth of my heart; Thou makest me without fear of Fate or of Death; Thou breakest the chains and bars Whence few come forth free. Seasons, years, months, days and hours -- The children and weapons of Time -- and that Court Where neither steel nor treasure avail Have secured me from the fury [of the foe]. Henceforth I spread confident wings to space; I fear no barrier of crystal or of glass; I cleave the heavens and soar to the infinite. And while I rise from my own globe to others And penetrate ever further through the eternal field, That which others saw from afar, I leave far behind me
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Jul 7, 2015
Jul 7, 2015 at 8:09 PM UTC
THREE SONNETS from On the Infinite Universe and Worlds by GIORDANO BRUNO
from On the Infinite Universe and Worlds (DE L'INFINITO UNIVERSO ET MONDI) by GIORDANO BRUNO 1548 – 17 February 1600 burned at the stake in Rome's Campo de' Fiori THREE SONNETS Passing alone to those realms The object erst of thine exalted thought, I would rise to infinity: then I would compass the skill Of industries and arts equal to the objects. There would I be reborn: there on high I would foster for thee Thy fair offspring, now that at length cruel Destiny hath run her whole course Against the enterprise whereby I was wont to withdraw to thee. Fly not from me, for I yearn for a nobler refuge That I may rejoice in thee. And I shall have as guide A god called blind by the unseeing. May Heaven deliver thee, and every emanation Of the great Architect be ever gracious unto thee: But turn thou not to me unless thou art mine. Escaped from the narrow murky prison Where for so many years error held me straitly, Here I leave the chain that bound me And the shadow of my fiercely malicious foe Who can force me no longer to the gloomy dusk of night. For he who hath overcome the great Python With whose blood he hath dyed the waters of the sea Hath put to flight the Fury that pursued me. To thee I turn, I soar, O my sustaining Voice; I render thanks to thee, my Sun, my divine Light, For thou hast summoned me from that horrible torture, Thou hast led me to a goodlier tabernacle; Thou hast brought healing to my bruised heart. Thou art my delight and the warmth of my heart; Thou makest me without fear of Fate or of Death; Thou breakest the chains and bars Whence few come forth free. Seasons, years, months, days and hours -- The children and weapons of Time -- and that Court Where neither steel nor treasure avail Have secured me from the fury [of the foe]. Henceforth I spread confident wings to space; I fear no barrier of crystal or of glass; I cleave the heavens and soar to the infinite. And while I rise from my own globe to others And penetrate ever further through the eternal field, That which others saw from afar, I leave far behind me
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Cara beltà che amore Lunge m'inspiri o nascondendo il viso, Fuor se nel sonno il core Ombra diva mi scuoti, O nè campi ove splenda Più vago il giorno e di natura il riso; Forse tu l'innocente Secol beasti che dall'oro ha nome, Or leve intra la gente Anima voli? O te la sorte avara Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara? Viva mirarti omai Nulla spene m'avanza; S'allor non fosse, allor che ignudo e solo Per novo calle a peregrina stanza Verrà lo spirto mio. Già sul novello Aprir di mia giornata incerta e bruna, Te viatrice in questo arido suolo Io mi pensai. Ma non è cosa in terra Che ti somigli; e s'anco pari alcuna Ti fosse al volto, agli atti, alla favella, Saria, così conforme, assai men bella. Fra cotanto dolore Quanto all'umana età propose il fato, Se vera e quale il mio pensier ti pinge, Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora Questo viver beato: E ben chiaro vegg'io siccome ancora Seguir loda e virtù qual nè prim'anni L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse Il ciel nullo conforto ai nostri affanni; E teco la mortal vita saria Simile a quella che nel cielo india. Per le valli, ove suona Del faticoso agricoltore il canto, Ed io seggo e mi lagno Del giovanile error che m'abbandona; E per li poggi, ov'io rimembro e piagno I perduti desiri, e la perduta Speme dè giorni miei; di te pensando, A palpitar mi sveglio. E potess'io, Nel secol tetro e in questo aer nefando, L'alta specie serbar; che dell'imago, Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago. Se dell'eterne idee L'una sei tu, cui di sensibil forma Sdegni l'eterno senno esser vestita, E fra caduche spoglie Provar gli affanni di funerea vita; O s'altra terra nè superni giri Frà mondi innumerabili t'accoglie, E più vaga del Sol prossima stella T'irraggia, e più benigno etere spiri; Di qua dove son gli anni infausti e brevi, Questo d'ignoto amante inno ricevi.
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Alla sua donna
Cara beltà che amore Lunge m'inspiri o nascondendo il viso, Fuor se nel sonno il core Ombra diva mi scuoti, O nè campi ove splenda Più vago il giorno e di natura il riso; Forse tu l'innocente Secol beasti che dall'oro ha nome, Or leve intra la gente Anima voli? O te la sorte avara Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara? Viva mirarti omai Nulla spene m'avanza; S'allor non fosse, allor che ignudo e solo Per novo calle a peregrina stanza Verrà lo spirto mio. Già sul novello Aprir di mia giornata incerta e bruna, Te viatrice in questo arido suolo Io mi pensai. Ma non è cosa in terra Che ti somigli; e s'anco pari alcuna Ti fosse al volto, agli atti, alla favella, Saria, così conforme, assai men bella. Fra cotanto dolore Quanto all'umana età propose il fato, Se vera e quale il mio pensier ti pinge, Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora Questo viver beato: E ben chiaro vegg'io siccome ancora Seguir loda e virtù qual nè prim'anni L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse Il ciel nullo conforto ai nostri affanni; E teco la mortal vita saria Simile a quella che nel cielo india. Per le valli, ove suona Del faticoso agricoltore il canto, Ed io seggo e mi lagno Del giovanile error che m'abbandona; E per li poggi, ov'io rimembro e piagno I perduti desiri, e la perduta Speme dè giorni miei; di te pensando, A palpitar mi sveglio. E potess'io, Nel secol tetro e in questo aer nefando, L'alta specie serbar; che dell'imago, Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago. Se dell'eterne idee L'una sei tu, cui di sensibil forma Sdegni l'eterno senno esser vestita, E fra caduche spoglie Provar gli affanni di funerea vita; O s'altra terra nè superni giri Frà mondi innumerabili t'accoglie, E più vaga del Sol prossima stella T'irraggia, e più benigno etere spiri; Di qua dove son gli anni infausti e brevi, Questo d'ignoto amante inno ricevi.
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San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l'aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo favilla. Ritornava una rondine al tetto: l'uccisero: cadde tra spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena dei suoi rondinini. Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano; e il suo nido è nell'ombra, che attende che pigola sempre più piano. Anche un uomo tornava al suo nido: l'uccisero: disse: Perdono; e restò negli aperti occhi un grido: portava due bambole in dono... Ora là, nella casa romita, lo aspettano, aspettano in vano: egli immobile, attonito, addita le bambole al cielo lontano. E tu, Cielo, dall'alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d'un pianto di stelle lo inondi quest'atomo opaco del Male!
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10 agosto
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco lo dichiari e risplenda come un croco perduto in mezzo a un polveroso prato. Ah l'uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico, e l'ombra sua non cura che la canicola stampa sopra uno scalcinato muro! Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
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Non chiederci la parola
I: una volta sputavo vetri rotti, ora si sono tramutati in perle e diamanti, conosco le parole segrete per distruggere i mondi dei miei nemici, basterebbe un aveva ragione lei o un mi ha amato più di quanto amerà te per farvi schiantare al suolo, fate attenzione perché oltre ai gioielli so sputare fiamme. spero che leggiate e soffriate soffriate soffriate. II: guardo le mie notti andare avanti contando gli spazi vuoti nei blister di plastica delle pastiglie. III: delle volte amore mio mi chiedo se non sia ingiusto che io spenda su di te così poche parole ma la verità è che io parlo per non vedere le ferite tesoro, alcune sono lì e non sono rimarginate. spesso e volentieri le mie parole sono fatte di rabbia e rancore e tristezza, non c'è nulla di più lontano da te in tutto questo, scusami.
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Jul 3, 2015
Jul 3, 2015 at 8:03 PM UTC
02:02 tre piccole confessioni
Ricordi quand'eri saggina, coi penduli grani che il vento scoteva, come una manina di ***** il sonaglio d'argento? Cadeva la brina; la pioggia cadeva: passavano uccelli gemendo: tu gracile e roggia tinnivi coi cento ramelli. Ed oggi non più come ieri tu senti la pioggia e la brina, ma sgrigioli come quand'eri saggina. Restavi negletta nei solchi quand'ogni pannocchia fu colta: te, colsero, quando i bifolchi v'ararono ancora una volta. Un vecchio ti prese, recise, legò; ti privò della bella semenza tua rossa; e ti mise nell'angolo, ad essere ancella. E in casa tu resti, in un canto, negletta qui come laggiù; ma niuno è di casa pur quanto sei tu. Se t'odia colui che la trama distende negli alti solai, l'arguta gallina pur t'ama, cui porti la preda che fai. E t'ama anche senza, ché ai costi ti sbalza, ed i grani t'invola, residui del tempo che fosti saggina, nei campi già sola. Ma più, gracilando t'aspetta con ciò che in tua vasta rapina le strascichi dalla già netta cucina. Tu lasci che t'odiino, lasci che t'amino: muta, il tuo giorno, nell'angolo, resti, coi fasci di stecchi che attendono il forno. Nell'angolo il giorno tu resti, pensosa del canto del gallo; se al ***** tu già non ti presti, che viene, e ti vuole cavallo. Riporti, con lui che ti frena, le paglie ch'hai tolte, e ben più; e gioia or n'ha esso; ma pena poi tu. Sei l'umile ancella; ma reggi la casa: tu sgridi a buon'ora, mentre impaziente passeggi, gl'ignavi che dormono ancora. E quanto tu muovi dal canto, la rondine è ancora nel nido; e quando comincia il suo canto, già ode per casa il tuo strido. E l'alba il suo cielo rischiara, ma prima lo spruzza e imperlina, così come tu la tua cara casina. Sei l'umile ancella, ma regni su l'umile casa pulita. Minacci, rimproveri; insegni ch'è bella, se pura, la vita. Insegni, con l'acre tua cura rodendo la pietra e la creta, che sempre, per essere pura, si logora l'anima lieta. Insegni, tu sacra ad un rogo non tardo, non bello, che più di ciò che tu mondi, ti logori tu!
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La canzone della granata
Ricordi quand'eri saggina, coi penduli grani che il vento scoteva, come una manina di ***** il sonaglio d'argento? Cadeva la brina; la pioggia cadeva: passavano uccelli gemendo: tu gracile e roggia tinnivi coi cento ramelli. Ed oggi non più come ieri tu senti la pioggia e la brina, ma sgrigioli come quand'eri saggina. Restavi negletta nei solchi quand'ogni pannocchia fu colta: te, colsero, quando i bifolchi v'ararono ancora una volta. Un vecchio ti prese, recise, legò; ti privò della bella semenza tua rossa; e ti mise nell'angolo, ad essere ancella. E in casa tu resti, in un canto, negletta qui come laggiù; ma niuno è di casa pur quanto sei tu. Se t'odia colui che la trama distende negli alti solai, l'arguta gallina pur t'ama, cui porti la preda che fai. E t'ama anche senza, ché ai costi ti sbalza, ed i grani t'invola, residui del tempo che fosti saggina, nei campi già sola. Ma più, gracilando t'aspetta con ciò che in tua vasta rapina le strascichi dalla già netta cucina. Tu lasci che t'odiino, lasci che t'amino: muta, il tuo giorno, nell'angolo, resti, coi fasci di stecchi che attendono il forno. Nell'angolo il giorno tu resti, pensosa del canto del gallo; se al ***** tu già non ti presti, che viene, e ti vuole cavallo. Riporti, con lui che ti frena, le paglie ch'hai tolte, e ben più; e gioia or n'ha esso; ma pena poi tu. Sei l'umile ancella; ma reggi la casa: tu sgridi a buon'ora, mentre impaziente passeggi, gl'ignavi che dormono ancora. E quanto tu muovi dal canto, la rondine è ancora nel nido; e quando comincia il suo canto, già ode per casa il tuo strido. E l'alba il suo cielo rischiara, ma prima lo spruzza e imperlina, così come tu la tua cara casina. Sei l'umile ancella, ma regni su l'umile casa pulita. Minacci, rimproveri; insegni ch'è bella, se pura, la vita. Insegni, con l'acre tua cura rodendo la pietra e la creta, che sempre, per essere pura, si logora l'anima lieta. Insegni, tu sacra ad un rogo non tardo, non bello, che più di ciò che tu mondi, ti logori tu!
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ACH-NAH Gli uomini camminano liberi, tra il bene e il male, ognuno guida la propria vita senza comprendere il mistero. Il corpo soffre, l’anima custodisce, ma non è questo il loro compito: non sanno guarire, non sanno rivelare. Solo lo Spirito conosce, solo lo Spirito attende, e quando si risveglia si fa voce, si fa guida, si fa luce per l’anima smarrita. ACH-NAH non è parola, è la potenza che apre immensi mondi: chi l’ascolta troverà comprensione, guarigione, cammino. Masi Roberto © 2025 --- ACH-NAH (English Version) Humans walk in freedom, between good and evil, each one steering their own life without grasping the mystery. The body suffers, the soul contains, but this is not their task: they cannot heal, they cannot reveal. Only the Spirit knows, only the Spirit waits, and when it awakens it becomes voice, it becomes guide, it becomes light for the lost soul. ACH-NAH is not a word, it is the power that opens immense worlds: whoever listens to it will find understanding, healing, and a path. Masi Roberto © 2025
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Sep 24, 2025
Sep 24, 2025 at 3:12 PM UTC
ACH-NAH