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"fondo" poems
Lo spiraglio dell'alba respira con la tua bocca in fondo alle vie vuote. Luce grigia i tuoi occhi, dolci gocce dell'alba sulle colline scure. Il tuo passo e il tuo fiato come il vento dell'alba sommergono le case. La città abbrividisce, odorano le pietre sei la vita, il risveglio. Stella sperduta nella luce dell'alba, cigolio della brezza, tepore, respiro è finita la notte. Sei la luce e il mattino.
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In the Morning you Always come Back
Déjame ser tu espejo... te supliqué aquel día. Recuerdo que tu mano se estremeció en la mía. Yo, que envidio tu espejo, quiero saber qué sientes 1 al copiar en la alcoba tu cuerpo adolescente... (detrás de los almendros, casi del fondo 2 del mar surgió la luna, con su espejo redondo...) Te vi de pie en la sombra. Junto al lecho vacío se oyó un rumor de sedas, como el rumor de un río. Y yo, como el espejo de aquella alcoba oscura, yo, allí, solo contigo, reflejé tu hermosura. Fue un instante, en la sombra. No sé bien todavía, si eras tú, si fue un sueño o una flor que se abría. Muchacha de la noche de un día diferente: yo no envidio tu espejo, ya sé que nada siente. 3 Ya sé que te duplica sin comprender siquiera que eres mujer hermosa como la primavera; 4 pues, si lo comprendiera, saltaría en pedazos, por el ansia imposible de tenderte los brazos.
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Poema del espejo
Desde el fondo de ti, y arrodillado, un niño triste, como yo, nos mira. Por esa vida que arderá en sus venas tendrían que amarrarse nuestras vidas. Por esas manos, hijas de tus manos, tendrían que matar las manos mías. Por sus ojos abiertos en la tierra veré en los tuyos lágrimas un día. Yo no lo quiero, Amada. Para que nada nos amarre que no nos una nada. Ni la palabra que aromó tu boca, ni lo que no dijeron las palabras. Ni la fiesta de amor que no tuvimos, ni tus sollozos junto a la ventana. (Amo el amor de los marineros que besan y se van. Dejan una promesa. No vuelven nunca más. En cada puerto una mujer espera: los marineros besan y se van. Una noche se acuestan con la muerte en el lecho del mar). Amor el amor que se reparte en besos, lecho y pan. Amor que puede ser eterno y puede ser fugaz. Amor que quiere libertarse para volver a amar. Amor divinizado que se acerca Amor divinizado que se va. Ya no se encantarán mis ojos en tus ojos, ya no se endulzará junto a ti mi dolor. Pero hacia donde vaya llevaré tu mirada y hacia donde camines llevarás mi dolor. Fui tuyo, fuiste mía. Qué más? Juntos hicimos un recodo en la ruta donde el amor pasó. Fui tuyo, fuiste mía. Tú serás del que te ame, del que corte en tu huerto lo que he sembrado yo. Yo me voy. Estoy triste: pero siempre estoy triste. Vengo desde tus brazos. No sé hacia dónde voy. ...Desde tu corazón me dice adiós un niño. Y yo le digo adiós.
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Farewell
i used to think myself immortal. see, i grew up spanish next to english and the only nouns left genderless were ones i didn't know to say. so i'd look at empty sky (not el cielo, not with nothing to hold) and tell my friends it was me up there. you: imagine the god-named planetas. i was the backdrop to their orbits, not bound to el fondo, but more than words. now i know el abismo is beyond me but the only genderless thing i knew was so deep i'd drown just looking. now i know the word agender but remember: before i was this i was infinite.
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Mar 4, 2016
Mar 4, 2016 at 8:05 PM UTC
gender void
Nella Torre il silenzio era già alto. Sussurravano i pioppi del Rio Salto. I cavalli normanni alle lor poste frangean la biada con rumor di croste. Là in fondo la cavalla era, selvaggia, nata tra i pini su la salsa spiaggia; che nelle froge avea del mar gli spruzzi ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi. Con su la greppia un gomito, da essa era mia madre; e le dicea sommessa: "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; tu capivi il suo cenno ed il suo detto! Egli ha lasciato un figlio giovinetto; il primo d'otto tra miei figli e figlie; e la sua mano non toccò mai briglie. Tu che ti senti ai fianchi l'uragano, tu dai retta alla sua piccola mano. Tu ch'hai nel cuore la marina brulla, tu dai retta alla sua voce fanciulla". La cavalla volgea la scarna testa verso mia madre, che dicea più mesta: "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; lo so, lo so, che tu l'amavi forte! Con lui c'eri tu sola e la sua morte. O nata in selve tra l'ondate e il vento, tu tenesti nel cuore il tuo spavento; sentendo lasso nella bocca il morso, nel cuor veloce tu premesti il corso: adagio seguitasti la tua via, perché facesse in pace l'agonia... " La scarna lunga testa era daccanto al dolce viso di mia madre in pianto. "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; oh! Due parole egli dové pur dire! E tu capisci, ma non sai ridire. Tu con le briglie sciolte tra le zampe, con dentro gli occhi il fuoco delle vampe, con negli orecchi l'eco degli scoppi, seguitasti la via tra gli alti pioppi: lo riportavi tra il morir del sole, perché udissimo noi le sue parole". Stava attenta la lunga testa fiera. Mia madre l'abbracciò su la criniera "O cavallina, cavallina storna, portavi a casa sua chi non ritorna! A me, chi non ritornerà più mai! Tu fosti buona... Ma parlar non sai! Tu non sai, poverina; altri non osa. Oh! ma tu devi dirmi una cosa! Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise: esso t'è qui nelle pupille fise. Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. E tu fa cenno. Dio t'insegni, come". Ora, i cavalli non frangean la biada: dormian sognando il bianco della strada. La paglia non battean con l'unghie vuote: dormian sognando il rullo delle ruote. Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: disse un nome... Sonò alto un nitrito.
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La cavalla storna
Nella Torre il silenzio era già alto. Sussurravano i pioppi del Rio Salto. I cavalli normanni alle lor poste frangean la biada con rumor di croste. Là in fondo la cavalla era, selvaggia, nata tra i pini su la salsa spiaggia; che nelle froge avea del mar gli spruzzi ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi. Con su la greppia un gomito, da essa era mia madre; e le dicea sommessa: "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; tu capivi il suo cenno ed il suo detto! Egli ha lasciato un figlio giovinetto; il primo d'otto tra miei figli e figlie; e la sua mano non toccò mai briglie. Tu che ti senti ai fianchi l'uragano, tu dai retta alla sua piccola mano. Tu ch'hai nel cuore la marina brulla, tu dai retta alla sua voce fanciulla". La cavalla volgea la scarna testa verso mia madre, che dicea più mesta: "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; lo so, lo so, che tu l'amavi forte! Con lui c'eri tu sola e la sua morte. O nata in selve tra l'ondate e il vento, tu tenesti nel cuore il tuo spavento; sentendo lasso nella bocca il morso, nel cuor veloce tu premesti il corso: adagio seguitasti la tua via, perché facesse in pace l'agonia... " La scarna lunga testa era daccanto al dolce viso di mia madre in pianto. "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; oh! Due parole egli dové pur dire! E tu capisci, ma non sai ridire. Tu con le briglie sciolte tra le zampe, con dentro gli occhi il fuoco delle vampe, con negli orecchi l'eco degli scoppi, seguitasti la via tra gli alti pioppi: lo riportavi tra il morir del sole, perché udissimo noi le sue parole". Stava attenta la lunga testa fiera. Mia madre l'abbracciò su la criniera "O cavallina, cavallina storna, portavi a casa sua chi non ritorna! A me, chi non ritornerà più mai! Tu fosti buona... Ma parlar non sai! Tu non sai, poverina; altri non osa. Oh! ma tu devi dirmi una cosa! Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise: esso t'è qui nelle pupille fise. Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. E tu fa cenno. Dio t'insegni, come". Ora, i cavalli non frangean la biada: dormian sognando il bianco della strada. La paglia non battean con l'unghie vuote: dormian sognando il rullo delle ruote. Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: disse un nome... Sonò alto un nitrito.
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Una victoria. Es tarde, no sabías. Llegó como azucena a mi albedrío el blanco talle que traspasa la eternidad inmóvil de la tierra, empujando una débil forma clara hasta horadar la arcilla con rayo blanco o espolón de leche. Muda, compacta oscuridad del suelo en cuyo precipicio avanza la flor clara hasta que el pabellón de su blancura derrota el fondo indigno de la noche y de la claridad en movimiento se derraman atónitas semillas.
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Enigma con una flor
*Te amo Te amo de una manera inexplicable. De una forma inconfesable. De un modo contradictorio. Te amo Con mis estados de ánimo que son muchos y cambian de humor continuamente. Por lo que ya sabes... el tiempo... la vida... la muerte. Te amo Con el mundo que no entiendo. Con la gente que no comprende. Con la ambivalencia de mi alma. Con la incoherencia de mis actos. Con la fatalidad del destino. Con la conspiración del deseo. Con la ambigüedad de los hechos. Aún cuando te digo que no te amo, te amo. Hasta cuando te engaño, no te engaño. En el fondo, llevo a cabo un plan, para amarte mejor. Te amo Sin reflexionar, inconscientemente, irresponsablemente, espontáneamente, involuntariamente, por instinto, por impulso, irracionalmente. En efecto, no tengo argumentos lógicos, ni siquiera improvisados para fundamentar este amor que siento por ti, que surgió misteriosamente de la nada, que no ha resuelto mágicamente nada, y que milagrosamente, de a poco, con poco y nada ha mejorado lo peor de mi. Te amo. Te amo con un cuerpo que no piensa, con un corazón que no razona, con una cabeza que no coordina. Te amo incomprensiblemente. Sin preguntarme por qué te amo. Sin importarme por qué te amo. Sin cuestionarme por qué te amo. Te amo sencillamente porque te amo. Yo mismo no se por qué te amo.* ― Pablo Neruda
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May 22, 2014
May 22, 2014 at 9:12 PM UTC
Te amo
¿Quieres que hablemos?... Está bien... empieza: Habla a mi corazón como otros días... ¡Pero no!... ¿qué dirías? ¿Qué podrías decir a mi tristeza? No intentes disculparte... ¡todo es vano! Ya murieron las rosas en el huerto; el campo verde lo secó el verano, y mi fe en ti, como mi amor, ha muerto.Amor arrepentido, ave que quieres regresar al nido al través de la escarcha y las neblinas; amor que vienes aterido y yerto, ¡donde fuiste feliz... ya todo ha muerto! ¡No vuelvas... Todo lo hallarás en ruinas!¿A qué has venido? ¿Para qué volviste? ¿Qué buscas?... &iexclNadie; habrá de responderte! Está sola mi alma, y estoy triste, inmensamente triste hasta la muerte. Todas las ilusiones que te amaron, las que quisieron compartir tu suerte, mucho tiempo en la sombra te esperaron, y se fueron... ¡cansadas de no verte!Cuando por vez primera en mi camino te encontré, reía en los campos la alegre primavera... toda esa luz, aromas y armonía.Hoy... &iexcltodo; cuán distinto! Paso a paso y solo voy por la desierta vía. -Nave sin rumbo entre revueltas olas- pensando en las tristezas del ocaso, y en las tristezas de las almas solas.En torno la mirada no columbra sino aspereza y páramos sombríos; los nidos en la nieve están vacíos, y la estrella que amamos ya no alumbra el azul de tus sueños y los míos.Partiste para ignota lontananza cuando empezaba a descender la sombra. ...¿Recuerdas? Te imploraba mi esperanza, ¡pero ya mi esperanza no te nombra!¡No ha de nombrarte!...¿para qué?... Vacía está el ara, y la historia yace trunca. ¡Ya para que esperar que irradie el día! ¡Ya para que decirnos: Todavía! Si una voz grita en nuestras almas: ¡Nunca!Dices que eres la misma; que en tu pecho la dulce llama de otros tiempos arde; que el nido del amor no esta desecho, que para amarnos otra vez, no es tarde.¡Te engañas!... ¡No lo creas!... Ya la duda echó en mi corazón fuertes raíces. Ya la fe de otros años no me escuda... Quedó de sueños mi ilusión desnuda, ¡y no puedo creer lo que me dices!¡No lo puedo creer!... Mi fe burlada, mi fe en tu amor perdida, es ansia de una nave destrozada, ¡ancla en el fondo de la mar caída!Anhelos de un amor, castos risueños, ya nunca volveréis... Se van... ¡Se esconden! ¿Los llamas?... ¡Es inútil!... No responden... ¡Ya los cubre el sudario de mis sueños!Hace tiempo se fue la primavera... ¡Llegó el invierno, fúnebre y sombrío! Ave fue nuestro amor, ave viajera, ¡y las aves se van cuando hace frío!
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A solas
¿Quieres que hablemos?... Está bien... empieza: Habla a mi corazón como otros días... ¡Pero no!... ¿qué dirías? ¿Qué podrías decir a mi tristeza? No intentes disculparte... ¡todo es vano! Ya murieron las rosas en el huerto; el campo verde lo secó el verano, y mi fe en ti, como mi amor, ha muerto.Amor arrepentido, ave que quieres regresar al nido al través de la escarcha y las neblinas; amor que vienes aterido y yerto, ¡donde fuiste feliz... ya todo ha muerto! ¡No vuelvas... Todo lo hallarás en ruinas!¿A qué has venido? ¿Para qué volviste? ¿Qué buscas?... &iexclNadie; habrá de responderte! Está sola mi alma, y estoy triste, inmensamente triste hasta la muerte. Todas las ilusiones que te amaron, las que quisieron compartir tu suerte, mucho tiempo en la sombra te esperaron, y se fueron... ¡cansadas de no verte!Cuando por vez primera en mi camino te encontré, reía en los campos la alegre primavera... toda esa luz, aromas y armonía.Hoy... &iexcltodo; cuán distinto! Paso a paso y solo voy por la desierta vía. -Nave sin rumbo entre revueltas olas- pensando en las tristezas del ocaso, y en las tristezas de las almas solas.En torno la mirada no columbra sino aspereza y páramos sombríos; los nidos en la nieve están vacíos, y la estrella que amamos ya no alumbra el azul de tus sueños y los míos.Partiste para ignota lontananza cuando empezaba a descender la sombra. ...¿Recuerdas? Te imploraba mi esperanza, ¡pero ya mi esperanza no te nombra!¡No ha de nombrarte!...¿para qué?... Vacía está el ara, y la historia yace trunca. ¡Ya para que esperar que irradie el día! ¡Ya para que decirnos: Todavía! Si una voz grita en nuestras almas: ¡Nunca!Dices que eres la misma; que en tu pecho la dulce llama de otros tiempos arde; que el nido del amor no esta desecho, que para amarnos otra vez, no es tarde.¡Te engañas!... ¡No lo creas!... Ya la duda echó en mi corazón fuertes raíces. Ya la fe de otros años no me escuda... Quedó de sueños mi ilusión desnuda, ¡y no puedo creer lo que me dices!¡No lo puedo creer!... Mi fe burlada, mi fe en tu amor perdida, es ansia de una nave destrozada, ¡ancla en el fondo de la mar caída!Anhelos de un amor, castos risueños, ya nunca volveréis... Se van... ¡Se esconden! ¿Los llamas?... ¡Es inútil!... No responden... ¡Ya los cubre el sudario de mis sueños!Hace tiempo se fue la primavera... ¡Llegó el invierno, fúnebre y sombrío! Ave fue nuestro amor, ave viajera, ¡y las aves se van cuando hace frío!
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Alla voce della persona, ignorata, non risponde che uno stesso sfondo di suono paziente, vuoto. Con gesti circospetti non si fermano gli oggetti lasciati in un punto. C'è stato un giorno qualsiasi, un avvenimento banale: qualcuno che dormiva nelle camere di fianco mentre si parlava. E continuan le abitudini. Sul cortile riposano la nera facciata e gli archi dei terrazzi. Da un angolo proviene una vampata di terrore. S'arresta il rumore dei fili della luce sbattuti. S'apre una corta reminiscenza. Nello stesso spazio occupato prima da un senso strano ora è un cemento d'angoscia. Sul parapetto del muro di fronte cade qualcosa, poi si muove un animale nel fondo. Arriveranno altri perduti dettagli, si sentirà l'assenza. Quando dal vicolo si scorge un'altra spoglia di ringhiera e una parvenza di passi sulla ghiaia, come un pazzo risvolto, si ripete, nel grembo dell'essere t'assale, senza speranza, un incontrastato malessere così forte che il tempo appare nella posa arrogante degli oggetti. Oltre la scarpata, piani di terra asciutta, martoriata, i campi dove si tuffi l'acqua di motori accesi nella notte e, dietro, il mare. E' un disuguale accorgersi delle distanze. A volte si sostiene per ore un manto di oscurità feroce intorno ad una statua. Poi non resta che il dissapore per aver inteso domandare pietà da un'inutile voce.
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Feb 19, 2010
Feb 19, 2010 at 4:38 PM UTC
Alla voce della persona ignorata...
al verte parado frente a mi, pense en todas las veces que miraba tu foto & te imaginaba junto a mi. pense en lo pequeño que se ponen tus ojos cuando te ries & en lo amplia que se pone tu sonrisa cuando digo algo que te parece gracioso. pense en lo agradecida que estaba, pues era yo la culpable de que sonrieras tanto. te tuve tan cerca por mucho rato. volvi a tocarte, a abrazarte, a sentirte, a hablarte, a mirarte, a pensarte. hacias de cualquier momento uno util para hablarme. me preguntabas "estas cansada?" & sonreias. puede que me sienta cansada fisicamente, pero jamas me sentire cansada de ver tu sonrisa, ver tus ojos, escuchar tu voz, & escucharte sonreir. tu sonrisa es como la melodia que calma mis pensamientos & me ayuda a sentir viva. tantos dias mirando tu foto imaginandote a mi lado, & hoy por fin te tuve frente a mi sonriente como siempre lo has estado. aprovechabas cada momento para abrazarme & tocarme, observarme & hablarme. me hacias pensar en la vez que me preguntaste si eramos algo mas, que con tanto rato al lado tuyo lo comenze a creer. solo queria mas & mas & mas de ti. no solo te queria para ese rato. te queria para mas. para ese rato, & otro rato, & todos los ratos que puedan ser. sentir tus manos en mi me hizo sentir como pieza de museo. como si tu fueras el escultor que moldeaba la pieza & le daba forma & vida. & yo era la pieza de museo que cobraba vida al ser moldeada & tocada por ti. como si yo fuera esa pieza de museo que te sabes de memoria, te encanta tocar, & siempre esta en tus pensamientos. pense que eras el escultor que vendia taquillas de museo para que todos fueran & puedan admirar tu amada pieza de museo que soy yo. como si yo fuera tu pieza de museo favorita & quisieras que todos lo supieran para que conozcan & esten consientes de tan majestuosa pieza de museo que soy. que solo tuya soy & tuya sere. que no importa cuantos ojos vengan a observarme, sabrias que ninguno podria mirarme de la misma manera en la que lo haces tu. que no importa cuantas manos vengan con la intencion de tocarme, ninguno podria hacerlo pues soy tu pieza favorita & no quisieras que me rompieran, aunque muy en el fondo sabias que una pieza como yo jamas podria romperse, pues estaba echa de un material unico que no se encuentra en todas partes, si no dentro de ti: tu gran amor hacia mi. tan delicada pero a la misma vez tan fuerte & llena de vida. no quisieras que hubieran piezas de otras personas en mi. total, sabias que ninguno otro podria tocarme con el amor & la dulzura que lo haces tu. tu me conoces, pues tu me creaste. cuando me mirabas, te pensaba observando mi foto e imaginandome junto a ti. & que cuando estuve frente a ti, era la unica con la quien querias pasar todos tus ratos. tantos pensamientos cobraron vida cuando te vi, hasta que volvi a la realidad & recorde que no soy tu pieza de museo favorita. hasta que recorde que existe otra pieza de museo que te gusta tocar & moldear aun mas. hasta que recorde que hay alguien mas en tu vida que ocupa todos tus pensamientos & con quien pasas todos tus ratos.
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Jan 12, 2016
Jan 12, 2016 at 11:05 PM UTC
español
al verte parado frente a mi, pense en todas las veces que miraba tu foto & te imaginaba junto a mi. pense en lo pequeño que se ponen tus ojos cuando te ries & en lo amplia que se pone tu sonrisa cuando digo algo que te parece gracioso. pense en lo agradecida que estaba, pues era yo la culpable de que sonrieras tanto. te tuve tan cerca por mucho rato. volvi a tocarte, a abrazarte, a sentirte, a hablarte, a mirarte, a pensarte. hacias de cualquier momento uno util para hablarme. me preguntabas "estas cansada?" & sonreias. puede que me sienta cansada fisicamente, pero jamas me sentire cansada de ver tu sonrisa, ver tus ojos, escuchar tu voz, & escucharte sonreir. tu sonrisa es como la melodia que calma mis pensamientos & me ayuda a sentir viva. tantos dias mirando tu foto imaginandote a mi lado, & hoy por fin te tuve frente a mi sonriente como siempre lo has estado. aprovechabas cada momento para abrazarme & tocarme, observarme & hablarme. me hacias pensar en la vez que me preguntaste si eramos algo mas, que con tanto rato al lado tuyo lo comenze a creer. solo queria mas & mas & mas de ti. no solo te queria para ese rato. te queria para mas. para ese rato, & otro rato, & todos los ratos que puedan ser. sentir tus manos en mi me hizo sentir como pieza de museo. como si tu fueras el escultor que moldeaba la pieza & le daba forma & vida. & yo era la pieza de museo que cobraba vida al ser moldeada & tocada por ti. como si yo fuera esa pieza de museo que te sabes de memoria, te encanta tocar, & siempre esta en tus pensamientos. pense que eras el escultor que vendia taquillas de museo para que todos fueran & puedan admirar tu amada pieza de museo que soy yo. como si yo fuera tu pieza de museo favorita & quisieras que todos lo supieran para que conozcan & esten consientes de tan majestuosa pieza de museo que soy. que solo tuya soy & tuya sere. que no importa cuantos ojos vengan a observarme, sabrias que ninguno podria mirarme de la misma manera en la que lo haces tu. que no importa cuantas manos vengan con la intencion de tocarme, ninguno podria hacerlo pues soy tu pieza favorita & no quisieras que me rompieran, aunque muy en el fondo sabias que una pieza como yo jamas podria romperse, pues estaba echa de un material unico que no se encuentra en todas partes, si no dentro de ti: tu gran amor hacia mi. tan delicada pero a la misma vez tan fuerte & llena de vida. no quisieras que hubieran piezas de otras personas en mi. total, sabias que ninguno otro podria tocarme con el amor & la dulzura que lo haces tu. tu me conoces, pues tu me creaste. cuando me mirabas, te pensaba observando mi foto e imaginandome junto a ti. & que cuando estuve frente a ti, era la unica con la quien querias pasar todos tus ratos. tantos pensamientos cobraron vida cuando te vi, hasta que volvi a la realidad & recorde que no soy tu pieza de museo favorita. hasta que recorde que existe otra pieza de museo que te gusta tocar & moldear aun mas. hasta que recorde que hay alguien mas en tu vida que ocupa todos tus pensamientos & con quien pasas todos tus ratos.
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Adesso, nella calma, si vedon muovere i pali della luce, i fogli di carta sui recinti di legno dei cantieri. Un’altra volta c’era stato il commento degli arabi, dei negri. In un vecchio vano della casa, le povere braccia, le gambe lunghe e magre legate, incominciano i racconti. E si urtano gli oggetti finiti sul fondo della strada, mentre, per errore, un fruscìo dei rami avverte chi vi cammina o da una griglia esala ancora l’odore tiepido dell’umidità. Si dissolve il colore dalle pianure disegnate nel sonno dell’umanità. Le creste delle piante viste d’improvviso da un punto oscuro ravvicinate, mute, perché si possieda in alto qualche luce della quiete?
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Dec 25, 2010
Dec 25, 2010 at 1:29 PM UTC
Adesso, nella calma...
Verde vivienda— Tortura mia. Cuanto quisiera irme a mi casa— La casa de rosas rojas y llenas De amor y pasion para la ciudad. Blanca pureza— Tu voz me llama hasta al fondo del las raíces De la tierra, De la alma, De la corrupcion. Tu lengua dice muy calladito: “Viva Mexico”. No dejes que tu belleza desaparezca Dentro del crimen carmesí del paiz. Aunque me fui de tus manos a un ano, Quiero que sepas que te extrano. Visito tus pueblos esmeraldas seguido, Pero siempre te llevo conmigo. Por favor, mi vida, Gritame en el esplendor de marfil — Como lo hicistes ese quince de Septiembre Para que te escuche desde aqui: “Viva Mexico!” Tan potente, Tan triunfante— Nunca moriras.
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Jun 6, 2014
Jun 6, 2014 at 7:40 PM UTC
El Grito Fuerte (The Strong Cry)
Forse più di lei quel che resta è la sagoma che compone le cose riversa nel vetro d’una finestra, presa per un reale abbandono. Questo è il tempo. Dove finisce il suono s’avviano le luci di due fari che sollevano dal fondo notturno del viale il parto torbido della terra: questo fumo d’infinita ragione. Il passo di chi fiancheggia l’auto e bisbiglia all’orecchio del conducente la strada di un cortile dove siede, assente, il corpo inerte di un padrone. Si spalanca su una corte l’assottigliato riverbero dei vetri. Assiepata città di vani incerti sulla fine. Se ne va l’immobile foschia con un tremore sconnesso. Forse di lei quel che s’appresta è una lenta agonia.
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Jul 9, 2010
Jul 9, 2010 at 12:32 PM UTC
Forse più di lei quel che resta...
Gracias a los que entiende, miró a ambos lados, nunca juzgado mal por el propio bien. los que sabían, que se quedaron en el interior, sin un precio, sin ningún argumento amistad. Para los verdaderos amigos no entienden, se mantendrá en contacto, y nunca, hablar mal de boca. se levanta la moral, contra las fuerzas que resisten, pero, una falsa voluntad de que usted se hunde en el fondo de arenas movedizas. Ahora, todavía estoy esperando, la positividad es lo que estoy deseando, que son para siempre, desde hace años que estamos haciendo. por todos los recuerdos, hemos construido un muro, cuatro de nosotros, lo hizo todo. A pesar de todo, lo que el mundo nos importa? porque yo sentía la comodidad, en la sabiduría a todos desnudos, que ha compartido,e deseo la felicidad, incluso todo lo que ha cambiado, aún estoy expulsado, cuando nos encontremos, en algún momento,en algún lugar, lo que puedo decir, que ha sido un parte, y mi pasado nunca fue un llorar, que siempre recordará, he definido, que es la amistad.
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May 27, 2011
May 27, 2011 at 1:26 AM UTC
Este es de cuatro ti
¿Sabes tú? Mi vida es como un canto que nadie ha de cantar, pues tuvo las violentas inquietudes del mar y el espejismo de la droga hindú... Yo anduve errante, soñador proscrito, un año, o veinte, o quizás cien, y medí las pirámides de Egipto y las murallas de Jerusalén. Yo tuve más tesoros que los Zares, y un diamante mayor que el Gran Mogol, y en cada uno de los siete mares me vio náufrago el sol. Yo visité con tembloroso paso, como quien rinde un fúnebre tributo, la húmeda celda de Torcuato Tasso y el oscuro taller de Benvenuto. Yo busqué en los jardines de Versalles la huella leve de María Antonieta, y lloré por Ronaldo en Roncesvalles y por Ícaro en Creta. Y como fin de una aventura rara, enloquecido por un astro hostil, fui jeque de un aduar en el Sahara y negrero en la Costa de Marfil. Aún guardo en el cristal de una redoma, para unir mis creencias y mis dudas, un pelo de la barba de Mahoma y una hoja del árbol donde se ahorcara Judas. Tuve un corcel de resonante casco que florecía en la llanura seca, y mendigué en las calles de Damasco, y oré en una mezquita de La Meca. Y mucho más, que huyó de mi memoria y que quizás no ha de volver jamás: días de amor y odio, de fracaso y de gloria; y mucho más... y mucho más... ¿Sabes tú? Quizás nada ha sido cierto. Acaso únicamente lo soñé... -o sé bien si dormido o despierto; no sé...- Quizás la vida que he vivido ha sido tan abrumadoramente ****** que inventé los recuerdos por no morir de olvido, y nunca vi de cerca el mar. Pero si sé que he naufragado en una lágrima de mujer: fue un naufragio romántico, a la luz de la luna, y me quedé en el fondo, sin querer.
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Cuento para la niña triste
¿Sabes tú? Mi vida es como un canto que nadie ha de cantar, pues tuvo las violentas inquietudes del mar y el espejismo de la droga hindú... Yo anduve errante, soñador proscrito, un año, o veinte, o quizás cien, y medí las pirámides de Egipto y las murallas de Jerusalén. Yo tuve más tesoros que los Zares, y un diamante mayor que el Gran Mogol, y en cada uno de los siete mares me vio náufrago el sol. Yo visité con tembloroso paso, como quien rinde un fúnebre tributo, la húmeda celda de Torcuato Tasso y el oscuro taller de Benvenuto. Yo busqué en los jardines de Versalles la huella leve de María Antonieta, y lloré por Ronaldo en Roncesvalles y por Ícaro en Creta. Y como fin de una aventura rara, enloquecido por un astro hostil, fui jeque de un aduar en el Sahara y negrero en la Costa de Marfil. Aún guardo en el cristal de una redoma, para unir mis creencias y mis dudas, un pelo de la barba de Mahoma y una hoja del árbol donde se ahorcara Judas. Tuve un corcel de resonante casco que florecía en la llanura seca, y mendigué en las calles de Damasco, y oré en una mezquita de La Meca. Y mucho más, que huyó de mi memoria y que quizás no ha de volver jamás: días de amor y odio, de fracaso y de gloria; y mucho más... y mucho más... ¿Sabes tú? Quizás nada ha sido cierto. Acaso únicamente lo soñé... -o sé bien si dormido o despierto; no sé...- Quizás la vida que he vivido ha sido tan abrumadoramente ****** que inventé los recuerdos por no morir de olvido, y nunca vi de cerca el mar. Pero si sé que he naufragado en una lágrima de mujer: fue un naufragio romántico, a la luz de la luna, y me quedé en el fondo, sin querer.
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Cierra los ojos y a oscuras piérdete bajo el follaje rojo de tus párpados. Húndete en esas espirales del sonido que zumba y cae y suena allá, remoto, hacia el sitio del tímpano, como una catarata ensordecida. Hunde tu ser a oscuras, anégate en tu piel, y más, en tus entrañas ; que te deslumbre y ciegue el hueso, lívida centella, y entre simas y golfos de tiniebla abra su azul penacho el fuego fatuo. En esa sombra líquida del sueño moja tu desnudez; abandona tu forma, espuma que no se sabe quién dejó en la orilla; piérdete en ti, infinita, en tu infinito ser, mar que se pierde en otro mar: olvídate y olvídame. En ese olvido sin edad ni fondo labios, besos, amor, todo, renace: las estrellas son hijas de la noche.
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Olvido
Juego mi vida, cambio mi vida, de todos modos la llevo perdida... Y la juego o la cambio por el más infantil espejismo, la dono en usufructo, o la regalo... La juego contra uno o contra todos, la juego contra el cero o contra el infinito, la juego en una alcoba, en el ágora, en un garito, en una encrucijada, en una barricada, en un motín; la juego definitivamente, desde el principio hasta el fin, a todo lo ancho y a todo lo hondo -en la periferia, en el medio, y en el sub-fondo...- Juego mi vida, cambio mi vida, la llevo perdida sin remedio. Y la juego, o la cambio por el más infantil espejismo, la dono en usufructo, o la regalo...: o la trueco por una sonrisa y cuatro besos: todo, todo me da lo mismo: lo eximio y lo rüin, lo trivial, lo perfecto, lo malo... Todo, todo me da lo mismo: todo me cabe en el diminuto, hórrido abismo donde se anudan serpentinos mis sesos. Cambio mi vida por lámparas viejas o por los dados con los que se jugó la túnica inconsútil: -por lo más anodino, por lo más obvio, por lo más fútil: por los colgajos que se guinda en las orejas la simiesca mulata, la terracota rubia; la pálida morena, la amarilla oriental, o la hiperbórea rubia: cambio mi vida por una anilla de hojalata o por la espada de Sigmundo, o por el mundo que tenía en los dedos Carlomagno: -para echar a rodar la bola... Cambio mi vida por la cándida aureola del idiota o del santo;                                         la cambio por el collar que le pintaron al gordo Capeto; o por la ducha rígida que llovió en la nuca a Carlos de Inglaterra;                                         la cambio por un romance, la cambio por un soneto; por once gatos de Angora, por una copla, por una saeta, por un cantar; por una baraja incompleta; por una faca, por una pipa, por una sambuca... o por esa muñeca que llora como cualquier poeta. Cambio mi vida -al fiado- por una fábrica de crepúsculos (con arreboles);                               por un gorila de Borneo; por dos panteras de Sumatra; por las perlas que se bebió la cetrina Cleopatra- o por su naricilla que está en algún Museo; cambio mi vida por lámparas viejas, o por la escala de Jacob, o por su plato de lentejas... ¡o por dos huequecillos minúsculos -en las sienes- por donde se me fugue, en grises podres, la hartura, todo el fastidio, todo el horror que almaceno en mis odres...! Juego mi vida, cambio mi vida. De todos modos la llevo perdida...
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Relato de sergio stepansky
Juego mi vida, cambio mi vida, de todos modos la llevo perdida... Y la juego o la cambio por el más infantil espejismo, la dono en usufructo, o la regalo... La juego contra uno o contra todos, la juego contra el cero o contra el infinito, la juego en una alcoba, en el ágora, en un garito, en una encrucijada, en una barricada, en un motín; la juego definitivamente, desde el principio hasta el fin, a todo lo ancho y a todo lo hondo -en la periferia, en el medio, y en el sub-fondo...- Juego mi vida, cambio mi vida, la llevo perdida sin remedio. Y la juego, o la cambio por el más infantil espejismo, la dono en usufructo, o la regalo...: o la trueco por una sonrisa y cuatro besos: todo, todo me da lo mismo: lo eximio y lo rüin, lo trivial, lo perfecto, lo malo... Todo, todo me da lo mismo: todo me cabe en el diminuto, hórrido abismo donde se anudan serpentinos mis sesos. Cambio mi vida por lámparas viejas o por los dados con los que se jugó la túnica inconsútil: -por lo más anodino, por lo más obvio, por lo más fútil: por los colgajos que se guinda en las orejas la simiesca mulata, la terracota rubia; la pálida morena, la amarilla oriental, o la hiperbórea rubia: cambio mi vida por una anilla de hojalata o por la espada de Sigmundo, o por el mundo que tenía en los dedos Carlomagno: -para echar a rodar la bola... Cambio mi vida por la cándida aureola del idiota o del santo;                                         la cambio por el collar que le pintaron al gordo Capeto; o por la ducha rígida que llovió en la nuca a Carlos de Inglaterra;                                         la cambio por un romance, la cambio por un soneto; por once gatos de Angora, por una copla, por una saeta, por un cantar; por una baraja incompleta; por una faca, por una pipa, por una sambuca... o por esa muñeca que llora como cualquier poeta. Cambio mi vida -al fiado- por una fábrica de crepúsculos (con arreboles);                               por un gorila de Borneo; por dos panteras de Sumatra; por las perlas que se bebió la cetrina Cleopatra- o por su naricilla que está en algún Museo; cambio mi vida por lámparas viejas, o por la escala de Jacob, o por su plato de lentejas... ¡o por dos huequecillos minúsculos -en las sienes- por donde se me fugue, en grises podres, la hartura, todo el fastidio, todo el horror que almaceno en mis odres...! Juego mi vida, cambio mi vida. De todos modos la llevo perdida...
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Chicas lindas las de piel clara e imaginación bermellón Chicas lindas con voz cautiva y collar de huesos Chicas lindas de cintura mínima y piernas como alfiles bajo las bastillas de chifón Chicas lindas de labios carnosos, curiosos que se escapan como sueños justo cuando sale el sol Chicas lindas las que se visten de flores, colores o amores... dependiendo del clima y la ocasión Chicas lindas las que prometen y juegan que siempre ganan pero nunca entregan. Las que aman el reflejo que la vida les mostró Las que llevan en los labios el color del corazón pero por dentro huecos que rellenan de adulación Las chicas lindas por las que todos caen y a nadie levantan las que todos desean y todas quieren aunque sea en el fondo llegar a ser Las chicas lindas las que marcan la pauta y te hacen ser La chica fea la de los labios secos, la de la piel morena, la de la vida no plena, y más bien azarosa La chica fea con el alma abundante y el corazón palpitante inevitablemente, comparante La chica fea, a la que nadie sueña y nadie desea.
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May 7, 2014
May 7, 2014 at 4:11 AM UTC
Untitled
Él jugaba con su ilusión contándoles mentiras, llenándola de miedo ,día a día ella moría. Eran ciertas sus sospechas, pero en cada uno de sus rincones lo encontraba a él aprisionándole lánguido su pura alma. Obstinada ella , no lo sabía que en unos días dejaría esta vida sin jamás saber porque le había cargado el fondo de su núcleo con grilletes, que aplastaba su corazón hasta dejarlo sin latir. Ella sabía. Sabía algo, pero lo amaba tanto que prefirió morir a escuchar la verdad que jamás saldría de sus labios. copyleft/reflectbox/© copyright Valentina de la Canal 21/06/2014 Nápoles
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Feb 28, 2015
Feb 28, 2015 at 5:11 PM UTC
ELLA SABÍA ...
En el fondo del mar profundo, en la noche de largas listas, como un caballo cruza corriendo tu callado callado nombre. Alójame en tu espalda, ay refúgiame, aparéceme en tu espejo, de pronto, sobre la hoja solitaria, nocturna, brotando de lo oscuro, detrás de ti. Flor de la dulce luz completa, acúdeme tu boca de besos, violenta de separaciones, determinada y fina boca. Ahora bien, en lo largo y largo, de olvido a olvido residen conmigo los rieles, el grito de la lluvia: lo que la oscura noche preserva. Acógeme en la tarde de hilo cuando el anochecer trabaja su vestuario, y palpita en el cielo una estrella llena de viento. Acércame tu ausencia hasta el fondo, pesadamente, tapándote los ojos, crúzame tu existencia, suponiendo que mi corazón está destruido.
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Madrigal escrito en invierno
Si solamente me tocaras el corazón, si solamente pusieras tu boca en mi corazón, tu fina boca, tus dientes, si pusieras tu lengua como una flecha roja allí donde mi corazón polvoriento golpea, si soplaras en mi corazón, cerca del mar, llorando, sonaría con un ruido oscuro, con sonido de ruedas de tren con sueño, como aguas vacilantes, como el otoño en hojas, como sangre, con un ruido de llamas húmedas quemando el cielo, sonando como sueños o ramas o lluvias, o bocinas de puerto triste; si tú soplaras en mi corazón, cerca del mar, como un fantasma blanco, al borde de la espuma, en mitad del viento, como un fantasma desencadenado, a la orilla del mar, llorando. Como ausencia extendida, como campana súbita, el mar reparte el sonido del corazón, lloviendo, atardeciendo, en una costa sola, la noche cae sin duda, y su lúgubre azul de estandarte en naufragio se puebla de planetas de plata enronquecida. Y suena el corazón como un caracol agrio, llama, oh mar, oh lamento, oh derretido espanto esparcido en desgracias y olas desvencijadas: de lo sonoro el mar acusa sus sombras recostadas, sus amapolas verdes. Si existieras de pronto, en una costa lúgubre, rodeada por el día muerto, frente a una nueva noche, llena de olas, y soplaras en mi corazón de miedo frío, soplaras en la sangre sola de mi corazón, soplaras en su movimiento de paloma con llamas, sonarían sus negras sílabas de sangre, crecerían sus incesantes aguas rojas, y sonaría, sonaría a sombras, sonaría como la muerte, llamaría como un tubo lleno de viento o llanto o una botella echando espanto a borbotones. Así es, y los relámpagos cubrirían tus trenzas y la lluvia entraría por tus ojos abiertos a preparar el llanto que sordamente encierras, y las alas negras del mar girarían en torno de ti, con grandes garras, y graznidos, y vuelos. ¿Quieres ser fantasma que sople, solitario, cerca del mar su estéril, triste instrumento? Si solamente llamaras, su prolongado són, su maléfico pito, su orden de olas heridas, alguien vendría acaso, alguien vendría, desde las cimas de las islas, desde el fondo rojo del mar, alguien vendría, alguien vendría. Alguien vendría, sopla con furia, que suene como sirena de barco roto, como lamento, como un relincho en medio de la espuma y la sangre, como un agua feroz mordiéndose y sonando. En la estación marina su caracol de sombra circula como un grito, los pájaros del mar lo desestiman y huyen, sus listas de sonido, sus lúgubres barrotes se levantan a orillas del océano solo.
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Barcarola
Si solamente me tocaras el corazón, si solamente pusieras tu boca en mi corazón, tu fina boca, tus dientes, si pusieras tu lengua como una flecha roja allí donde mi corazón polvoriento golpea, si soplaras en mi corazón, cerca del mar, llorando, sonaría con un ruido oscuro, con sonido de ruedas de tren con sueño, como aguas vacilantes, como el otoño en hojas, como sangre, con un ruido de llamas húmedas quemando el cielo, sonando como sueños o ramas o lluvias, o bocinas de puerto triste; si tú soplaras en mi corazón, cerca del mar, como un fantasma blanco, al borde de la espuma, en mitad del viento, como un fantasma desencadenado, a la orilla del mar, llorando. Como ausencia extendida, como campana súbita, el mar reparte el sonido del corazón, lloviendo, atardeciendo, en una costa sola, la noche cae sin duda, y su lúgubre azul de estandarte en naufragio se puebla de planetas de plata enronquecida. Y suena el corazón como un caracol agrio, llama, oh mar, oh lamento, oh derretido espanto esparcido en desgracias y olas desvencijadas: de lo sonoro el mar acusa sus sombras recostadas, sus amapolas verdes. Si existieras de pronto, en una costa lúgubre, rodeada por el día muerto, frente a una nueva noche, llena de olas, y soplaras en mi corazón de miedo frío, soplaras en la sangre sola de mi corazón, soplaras en su movimiento de paloma con llamas, sonarían sus negras sílabas de sangre, crecerían sus incesantes aguas rojas, y sonaría, sonaría a sombras, sonaría como la muerte, llamaría como un tubo lleno de viento o llanto o una botella echando espanto a borbotones. Así es, y los relámpagos cubrirían tus trenzas y la lluvia entraría por tus ojos abiertos a preparar el llanto que sordamente encierras, y las alas negras del mar girarían en torno de ti, con grandes garras, y graznidos, y vuelos. ¿Quieres ser fantasma que sople, solitario, cerca del mar su estéril, triste instrumento? Si solamente llamaras, su prolongado són, su maléfico pito, su orden de olas heridas, alguien vendría acaso, alguien vendría, desde las cimas de las islas, desde el fondo rojo del mar, alguien vendría, alguien vendría. Alguien vendría, sopla con furia, que suene como sirena de barco roto, como lamento, como un relincho en medio de la espuma y la sangre, como un agua feroz mordiéndose y sonando. En la estación marina su caracol de sombra circula como un grito, los pájaros del mar lo desestiman y huyen, sus listas de sonido, sus lúgubres barrotes se levantan a orillas del océano solo.
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Luz mañanera de los lunes, esa que ilumina Aquel vago recuerdo estancado en la almohada. Un silbido sale de las botellas añejadas bajo la cama Y la silueta de lo que pudo ser prende un cigarrillo. Lúgubres desfiles en las tardes Donde las quejas son el primer acto. Las quejas de lo que nunca fui Y de lo que nunca seré. Acostada en la bañera con otra copa de vino Y algunas pastillas para dormir Ahogándome en el vacío que emanan de mis promesas. “Todo estará bien” me decía “es solo una etapa”. Cicatrices de inquilinas, arrojándome A un acantilado sin fondo. Adentro llovía todos los días y ya no sabía Como evitar que el agua entrara. No dormía ni comía Era un cuerpo vagando entre vivos. Ilusa la persona que creía poder salvarme Absurdo el pensar que podía salir de eso. Estaba en aquella tina contemplando desde mi ventana El vestido que me tejía la luna y allí Entre recuerdos, pastillas y alcohol Quise dejarme ir; liberarme de todo el suplicio Que jamás me dejo vivir, así que recite Las últimas palabras antes de dejar esta vida “Al fin, el fin”.
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Aug 3, 2015
Aug 3, 2015 at 6:54 PM UTC
El fin.
Sube a nacer conmigo, hermano. Dame la mano desde la profunda zona de tu dolor diseminado. No volverás del fondo de las rocas. No volverás del tiempo subterráneo. No volverá tu voz endurecida. No volverán tus ojos taladrados. Mírame desde el fondo de la tierra, labrador, tejedor, pastor callado: domador de guanacos tutelares: albañil del andamio desafiado: aguador de las lágrimas andinas: joyero de los dedos machacados: agricultor temblando en la semilla: alfarero en tu greda derramado: traed a la copa de esta nueva vida vuestros viejos dolores enterrados. Mostradme vuestra sangre y vuestro surco, decidme: aquí fui castigado, porque la joya no brilló o la tierra no entregó a tiempo la piedra o el grano: señaladme la piedra en que caísteis y la madera en que os crucificaron, encendedme los viejos pedernales, las viejas lámparas, los látigos pegados a través de los siglos en las llagas y las hachas de brillo ensangrentado. Yo vengo a hablar por vuestra boca muerta. A través de la tierra juntad todos los silenciosos labios derramados y desde el fondo habladme toda esta larga noche como si yo estuviera con vosotros anclado, contadme todo, cadena a cadena, eslabón a eslabón, y paso a paso, afilad los cuchillos que guardasteis, ponedlos en mi pecho y en mi mano, como un río de rayos amarillos, como un río de tigres enterrados, y dejadme llorar, horas, días, años, edades ciegas, siglos estelares. Dadme el silencio, el agua, la esperanza. Dadme la lucha, el hierro, los volcanes. Hablad por mis palabras y mi sangre.
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Alturas de machu picchu
Sube a nacer conmigo, hermano. Dame la mano desde la profunda zona de tu dolor diseminado. No volverás del fondo de las rocas. No volverás del tiempo subterráneo. No volverá tu voz endurecida. No volverán tus ojos taladrados. Mírame desde el fondo de la tierra, labrador, tejedor, pastor callado: domador de guanacos tutelares: albañil del andamio desafiado: aguador de las lágrimas andinas: joyero de los dedos machacados: agricultor temblando en la semilla: alfarero en tu greda derramado: traed a la copa de esta nueva vida vuestros viejos dolores enterrados. Mostradme vuestra sangre y vuestro surco, decidme: aquí fui castigado, porque la joya no brilló o la tierra no entregó a tiempo la piedra o el grano: señaladme la piedra en que caísteis y la madera en que os crucificaron, encendedme los viejos pedernales, las viejas lámparas, los látigos pegados a través de los siglos en las llagas y las hachas de brillo ensangrentado. Yo vengo a hablar por vuestra boca muerta. A través de la tierra juntad todos los silenciosos labios derramados y desde el fondo habladme toda esta larga noche como si yo estuviera con vosotros anclado, contadme todo, cadena a cadena, eslabón a eslabón, y paso a paso, afilad los cuchillos que guardasteis, ponedlos en mi pecho y en mi mano, como un río de rayos amarillos, como un río de tigres enterrados, y dejadme llorar, horas, días, años, edades ciegas, siglos estelares. Dadme el silencio, el agua, la esperanza. Dadme la lucha, el hierro, los volcanes. Hablad por mis palabras y mi sangre.
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Como en la vaguedad de un espejismo: -¿qué sabes? -mi conciencia me interroga, fluïda en llanto entre mi propio abismo. Y miro el mar ardiente, el monte flavo que suaviza el azul, la estrella límpida rielando en el rocío del capullo; y en sus cunas los cándidos infantes, cazados con las redes del arrullo por el sueño de manos hechizantes. Y vuelto a mí, gimiendo el corazón: -¿qué sabes? -vanamente me interrogo, mudo, bajo la múltiple emoción. Sólo un saber escondo claro y justo; llévole como antorcha y como daga en medio del cerrado laberinto; en su vasta amplitud mi fe naufraga y hallo en su anchura incómodo recinto. Se oyen sordos, roncos lamentos, y alzan sus puños en el vacío los pensamientos. ¡Oh menguado saber, pobre riqueza de formas en imágenes trocadas, ley ondeante, ciencia que alucina, que cada noche en el silencio empieza y cada día con el sol culmina! ¡Oh menguado saber de la iracunda vida que ante mis ojos se renueva, germinal y cruël, ciega y profunda; madre de los mil partos y el misterio que al barro humilla y a Psiquis subleva! Como ventana que el azul del cielo circunscribe, se entreabren los sentidos. ¡Pobre, ruïn saber! Y, sin embargo, la leve mariposa del anhelo entra por la ventana sin ruïdos. Cuaja en el corazón de la manzana la dulzura estival; la mariposa vuela del fondo de la carne humana. ¡Que al claro cielo suba el anhelo! Por ese vuelo, la heredad natía canté, con ritmo del ideal retorno, en la ingenua parábola temprana. En el turquí del éter desleía un nácar tenue mi primer mañana. Por ese anhelo entre los acres pinos y las rosas en llamas del ocaso, al hablar dejo la palabra trunca: el tiempo es breve y el vigor escaso, y la Amada ideal no vino nunca. Por ese anhelo, en rimas balbucientes canto el rojo camino que a la tarde se pinta en la montaña evocadora, o a la vívida luz del sol temprano, como una obsesión conturbadora de sangre y sangre en el azul lejano. Y por él amo, en fin, y por él sueño con una honda transfusión divina de la luz en mi carne de tortura, ¡puesto que está la estrella vespertina sobre el horror de esta prisión oscura! Columpia el mar su cauda nacarina, y en ustorios relámpagos de espejos esplende en bruma de ópaco la carne de la ondina. Y fluye Acuarimántima a lo lejos...
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Acuarimántima iii
Como en la vaguedad de un espejismo: -¿qué sabes? -mi conciencia me interroga, fluïda en llanto entre mi propio abismo. Y miro el mar ardiente, el monte flavo que suaviza el azul, la estrella límpida rielando en el rocío del capullo; y en sus cunas los cándidos infantes, cazados con las redes del arrullo por el sueño de manos hechizantes. Y vuelto a mí, gimiendo el corazón: -¿qué sabes? -vanamente me interrogo, mudo, bajo la múltiple emoción. Sólo un saber escondo claro y justo; llévole como antorcha y como daga en medio del cerrado laberinto; en su vasta amplitud mi fe naufraga y hallo en su anchura incómodo recinto. Se oyen sordos, roncos lamentos, y alzan sus puños en el vacío los pensamientos. ¡Oh menguado saber, pobre riqueza de formas en imágenes trocadas, ley ondeante, ciencia que alucina, que cada noche en el silencio empieza y cada día con el sol culmina! ¡Oh menguado saber de la iracunda vida que ante mis ojos se renueva, germinal y cruël, ciega y profunda; madre de los mil partos y el misterio que al barro humilla y a Psiquis subleva! Como ventana que el azul del cielo circunscribe, se entreabren los sentidos. ¡Pobre, ruïn saber! Y, sin embargo, la leve mariposa del anhelo entra por la ventana sin ruïdos. Cuaja en el corazón de la manzana la dulzura estival; la mariposa vuela del fondo de la carne humana. ¡Que al claro cielo suba el anhelo! Por ese vuelo, la heredad natía canté, con ritmo del ideal retorno, en la ingenua parábola temprana. En el turquí del éter desleía un nácar tenue mi primer mañana. Por ese anhelo entre los acres pinos y las rosas en llamas del ocaso, al hablar dejo la palabra trunca: el tiempo es breve y el vigor escaso, y la Amada ideal no vino nunca. Por ese anhelo, en rimas balbucientes canto el rojo camino que a la tarde se pinta en la montaña evocadora, o a la vívida luz del sol temprano, como una obsesión conturbadora de sangre y sangre en el azul lejano. Y por él amo, en fin, y por él sueño con una honda transfusión divina de la luz en mi carne de tortura, ¡puesto que está la estrella vespertina sobre el horror de esta prisión oscura! Columpia el mar su cauda nacarina, y en ustorios relámpagos de espejos esplende en bruma de ópaco la carne de la ondina. Y fluye Acuarimántima a lo lejos...
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Siempre estabas a punto de partir, siempre en otra parte, detrás del mar, más allá de Madrid o Sri Lanka. Te morías por volver, nos moríamos debajo de las piedras y las nubes y los Borges, en el fondo de las botellas. ¡Qué nostalgia tan cruda! Y yo que nunca terminé de encontrarte, de destilar los lejanos paraísos que alguna vez consumimos, entre besos y cigarros. Y yo, que nunca aprendí con que ojos verte, algún día, entre mañana y nunca, ya no volví.
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Feb 17, 2011
Feb 17, 2011 at 4:22 AM UTC
Al amanecer.