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"cemento" poems
Nevica a Parigi sugli alberi di carta, sugli addobbi di Natale sgonfi, sui bambini di plastica e sui castelli di latta. Nevica a Parigi una neve fiacca che s’incolla ai cappotti della gente che si trascina per strada con aria distratta. Nevica nei caffè, attraverso i vetri, sui boulevards deserti e sui nostri sguardi tetri. Si colorano di bianco la cupola dell’albergo di lusso, il tettuccio dell’edicola senza giornali, il carretto delle castagne arrosto, il marciapiede su cui scivola una dama e cerca un cantuccio il barbone. Nevica a Parigi, senza ragione, sulle donne e sugli uomini. *** Nevica nei grandi magazzini, nelle chiese vuote e nelle nostre stanze. Sulle autostrade inondate di fango che corrono sopra la città, sulle scarpate coperte d’immondizia e sulle nostre frasi lasciate a metà. Nevica a Parigi sulla terra del parco in cui non attecchirà più l’erba, sulla nostra visione acerba delle cose. Nevica a Parigi come per illusione. *** Nevica perché non ha nessun senso che nevichi, perché siamo in inverno ma non è detto che torni il bel tempo. Nevica sul cemento di chi ha avuto il coraggio di costruire i grattacieli per i grandi e le cabine di comando per gli uomini d’affari dagli occhi stanchi. *** Nevica sui ghetti e sulle città satelliti, sulle lampade al neon dei luna park abbandonati. Nevica, in televisione e al cinema, per i negri, i bianchi, le persone sole e gli alcolizzati. Nevica e le cose si perdono in un pulviscolo. Da un vicolo sbuca un autobus senza autista, da un altro una carrozza trainata da elefanti. In un carosello di fiocchi di neve impazziscono le immagini. Nevica a Parigi sui camposanti. *** Nevica nei bordelli e nelle bettole, nei salotti alla moda, nei negozi degli antiquari e nei quadri che i pittori non hanno fatto a tempo a terminare… Nevica sugli operai stanchi di non lavorare, sulle matrone che si abbandonano alle braccia dei drogati. Nevica sugli ospedali e sugli ammalati. *** Nevica sugli aeroplani e sulla notte, sulle navi e sul vento, sull’eco delle stragi, sul pianto dei feriti e sul rantolo dei moribondi. Nevica a Parigi sul tempo che finisce in un’esplosione di secondi. *** Nevica sulla neve e nevicherà ancora. E’ una neve che a tratti ci sferza e a tratti ci ignora. E’ una neve che spazza via tutto, una neve spietata. Perché a Parigi da oggi nevica nella nostra mente annebbiata.
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Dec 2, 2010
Dec 2, 2010 at 3:04 PM UTC
Nevica a Parigi...
Nevica a Parigi sugli alberi di carta, sugli addobbi di Natale sgonfi, sui bambini di plastica e sui castelli di latta. Nevica a Parigi una neve fiacca che s’incolla ai cappotti della gente che si trascina per strada con aria distratta. Nevica nei caffè, attraverso i vetri, sui boulevards deserti e sui nostri sguardi tetri. Si colorano di bianco la cupola dell’albergo di lusso, il tettuccio dell’edicola senza giornali, il carretto delle castagne arrosto, il marciapiede su cui scivola una dama e cerca un cantuccio il barbone. Nevica a Parigi, senza ragione, sulle donne e sugli uomini. *** Nevica nei grandi magazzini, nelle chiese vuote e nelle nostre stanze. Sulle autostrade inondate di fango che corrono sopra la città, sulle scarpate coperte d’immondizia e sulle nostre frasi lasciate a metà. Nevica a Parigi sulla terra del parco in cui non attecchirà più l’erba, sulla nostra visione acerba delle cose. Nevica a Parigi come per illusione. *** Nevica perché non ha nessun senso che nevichi, perché siamo in inverno ma non è detto che torni il bel tempo. Nevica sul cemento di chi ha avuto il coraggio di costruire i grattacieli per i grandi e le cabine di comando per gli uomini d’affari dagli occhi stanchi. *** Nevica sui ghetti e sulle città satelliti, sulle lampade al neon dei luna park abbandonati. Nevica, in televisione e al cinema, per i negri, i bianchi, le persone sole e gli alcolizzati. Nevica e le cose si perdono in un pulviscolo. Da un vicolo sbuca un autobus senza autista, da un altro una carrozza trainata da elefanti. In un carosello di fiocchi di neve impazziscono le immagini. Nevica a Parigi sui camposanti. *** Nevica nei bordelli e nelle bettole, nei salotti alla moda, nei negozi degli antiquari e nei quadri che i pittori non hanno fatto a tempo a terminare… Nevica sugli operai stanchi di non lavorare, sulle matrone che si abbandonano alle braccia dei drogati. Nevica sugli ospedali e sugli ammalati. *** Nevica sugli aeroplani e sulla notte, sulle navi e sul vento, sull’eco delle stragi, sul pianto dei feriti e sul rantolo dei moribondi. Nevica a Parigi sul tempo che finisce in un’esplosione di secondi. *** Nevica sulla neve e nevicherà ancora. E’ una neve che a tratti ci sferza e a tratti ci ignora. E’ una neve che spazza via tutto, una neve spietata. Perché a Parigi da oggi nevica nella nostra mente annebbiata.
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Carrizo, lamina, Cemento, y varilla. Mi casa Su casa Sus casas. Te busco Te deseo Y no te encuentro. Fotos Mapas y Recuerdos Es donde te tengo. Escucha, Habla y dime, Como esta Mi pueblo. Villa de Etla, Querida, Adorada.
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Dec 30, 2015
Dec 30, 2015 at 1:34 PM UTC
Frijolero
Alla voce della persona, ignorata, non risponde che uno stesso sfondo di suono paziente, vuoto. Con gesti circospetti non si fermano gli oggetti lasciati in un punto. C'è stato un giorno qualsiasi, un avvenimento banale: qualcuno che dormiva nelle camere di fianco mentre si parlava. E continuan le abitudini. Sul cortile riposano la nera facciata e gli archi dei terrazzi. Da un angolo proviene una vampata di terrore. S'arresta il rumore dei fili della luce sbattuti. S'apre una corta reminiscenza. Nello stesso spazio occupato prima da un senso strano ora è un cemento d'angoscia. Sul parapetto del muro di fronte cade qualcosa, poi si muove un animale nel fondo. Arriveranno altri perduti dettagli, si sentirà l'assenza. Quando dal vicolo si scorge un'altra spoglia di ringhiera e una parvenza di passi sulla ghiaia, come un pazzo risvolto, si ripete, nel grembo dell'essere t'assale, senza speranza, un incontrastato malessere così forte che il tempo appare nella posa arrogante degli oggetti. Oltre la scarpata, piani di terra asciutta, martoriata, i campi dove si tuffi l'acqua di motori accesi nella notte e, dietro, il mare. E' un disuguale accorgersi delle distanze. A volte si sostiene per ore un manto di oscurità feroce intorno ad una statua. Poi non resta che il dissapore per aver inteso domandare pietà da un'inutile voce.
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Feb 19, 2010
Feb 19, 2010 at 4:38 PM UTC
Alla voce della persona ignorata...
¡Criollo, no: ¡Criollazo! Canta en el tono que rasques. Le llaman "El Amigazo", Su nombre: ¡PORFIRIO VÁSQUEZ! Escúcheme, por favor, escúcheme aunque no quiera: cómo canta marinera, yo lo creo un trovador. Soy su fiel admirador, lo oí y le di un abrazo; donde él fui pasito a paso por sentir su melodía. Le digo, desde ese día ¡criollo, no: ¡Criollazo...! Es el adjetivo justo que merece un decimista, zapateador, jaranista, compositor de buen gusto. Perdóname si te asusto pero por Dios, no me atasques, que aunque la lengua me masques repetiré que es tan ducho que sin esforzarse mucho canta en el tono que rasques. Riqueza debía tener mas Dios le dará otro premio, pues por su alma de bohemio como si fuera un deber, gozó más con proteger al que le tendió su brazo. Hoy comentan este caso los que de él han recibido, y en un geto agradecido le llaman "El Amigazo". Cuando le llegue el momento... -y esto no es un mal presagio-, como póstumo sufragio le haremos un monumento. Ruego al que grabe el cemento que con buen cincel recalque y en un ángulo le marque, donde la piedra resista, para que por siempre exista su nombre: ¡PORFIRIO VÁSQUEZ!
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A don porfirio vásquez
mio caro amore ** deciso che i tempi dello scrivere sotto sedativi sono tornati quindi poggia la testa al sedile, chiudi gli occhi e goditi la corsa. I: ** messo la testa fuori dalla finestra nella speranza di riempire i miei polmoni di aria gelida ma tutto ciò che ** visto è la solita strada con il solito alienante senso di vuoto che solo un paesino del Sud può regalare. quando ** detto che i vicini di casa mi spaventano non stavo dicendo una bugia: aspetto ancora che qualcuno ammazzi qualcuno sulla mia strada, probabilmente perché un paio di anni fa quello sarebbe dovuto essere il mio destino. II: chissà se le persone hanno capito che le mie domande non hanno un doppio fine ma semplicemente ** una vera e propria dipendenza da informazioni, devo avere tutto perfettamente chiaro e perfettamente illuminato, altrimenti perdo il controllo e divento ossessiva finché il tutto non si chiarisce. III; penso alle ninfee, alle ranocchie, agli stagni putridi in cui riposano ossa. ogni Monet occulta un cadavere. IV; le tue mani sono molto belle e non mi importa se ti mangi le pellicine e non mi importa se le rovini col cemento finché le usi anche per costruìre imperi sulla mia schiena, palazzi con i miei capelli intrecciati. V: sono le 02:02 e il mondo non è bello ma almeno è silenzioso.
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Jun 28, 2015
Jun 28, 2015 at 8:02 PM UTC
01:48 am
Allí están, allí estaban las trashumantes nubes, la fácil desnudez del arroyo, la voz de la madera, los trigales ardientes, la amistad apacible de las piedras. Allí la sal, los juncos que se bañan, el melodioso sueño de los sauces, el trino de los astros, de los grillos, la luna recostada sobre el césped, el horizonte azul, ¡el horizonte! con sus briosos tordillos por el aire. ¡Pero no! Nos sedujo lo infecto, la opinión clamorosa de las cloacas, los vibrantes eructos de onda corta, el pasional engrudo las circuncisas lenguas de cemento, los poetas de moco enternecido, los vocablos, las sombras sin remedio. Y aquí estamos: exangües, más pálidos que nunca; como tibios pescados corrompidos por tanto mercader y ruido muerto: como mustias acelgas digeridas por la preocupación y la dispepsia; como resumideros ululantes que toman el tranvía y bostezan y sudan sobre el carbón, la cal, las telarañas; como erectos ombligos con pelusa que se rascan las piernas y sonríen, bajo los cielorrasos y las mesas de luz y los felpudos; llenos de iniquidad y de lagañas, llenos de hiel y tics a contrapelo, de histrionismos madeja, yarará, mosca muerta; con el cráneo repleto de aserrín escupido, con las venas pobladas de alacranes filtrables, con los ojos rodeados de pantanosas costas y paisajes de arena, nada más que de arena. Escoria entumecida de enquistados complejos y cascarrientos labios que se olvida del **** en todas partes, que confunde el amor con el masaje, la poesía con la congoja acidulada, los misales con los libros de caja. Desolados engendros del azar y el hastío, con la carne exprimida por los bancos de estuco y tripas de oro, por los dedos cubiertos de insaciables ventosas, por caducos gargajos de cuello almidonado, por cuantos mingitorios con trato de excelencia explotan las tinieblas, ordeñan las cascadas, la edulcorada caña, la sangre oleaginosa de los falsos caballos, sin orejas, sin cascos, ni florecido esfínter de amapola, que los llevan al hambre, a empeñar la esperanza, a vender los ovarios, a cortar a pedazos sus adoradas madres, a ingerir los infundios que pregonan las lámparas, los hilos tartamudos, los babosos escuerzos que tienen la palabra, y hablan, hablan, hablan, ante las barbas próceres, o verdes redomones de bronce que no mean, ante las multitudes que desde un sexto piso podrán semejarse a caviar envasado, aunque de cerca apestan: a sudor sometido, a cama trasnochada, a sacrificio inútil, a rencor estancado, a pis en cuarentena, a rata muerta.
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Testimonial
Allí están, allí estaban las trashumantes nubes, la fácil desnudez del arroyo, la voz de la madera, los trigales ardientes, la amistad apacible de las piedras. Allí la sal, los juncos que se bañan, el melodioso sueño de los sauces, el trino de los astros, de los grillos, la luna recostada sobre el césped, el horizonte azul, ¡el horizonte! con sus briosos tordillos por el aire. ¡Pero no! Nos sedujo lo infecto, la opinión clamorosa de las cloacas, los vibrantes eructos de onda corta, el pasional engrudo las circuncisas lenguas de cemento, los poetas de moco enternecido, los vocablos, las sombras sin remedio. Y aquí estamos: exangües, más pálidos que nunca; como tibios pescados corrompidos por tanto mercader y ruido muerto: como mustias acelgas digeridas por la preocupación y la dispepsia; como resumideros ululantes que toman el tranvía y bostezan y sudan sobre el carbón, la cal, las telarañas; como erectos ombligos con pelusa que se rascan las piernas y sonríen, bajo los cielorrasos y las mesas de luz y los felpudos; llenos de iniquidad y de lagañas, llenos de hiel y tics a contrapelo, de histrionismos madeja, yarará, mosca muerta; con el cráneo repleto de aserrín escupido, con las venas pobladas de alacranes filtrables, con los ojos rodeados de pantanosas costas y paisajes de arena, nada más que de arena. Escoria entumecida de enquistados complejos y cascarrientos labios que se olvida del **** en todas partes, que confunde el amor con el masaje, la poesía con la congoja acidulada, los misales con los libros de caja. Desolados engendros del azar y el hastío, con la carne exprimida por los bancos de estuco y tripas de oro, por los dedos cubiertos de insaciables ventosas, por caducos gargajos de cuello almidonado, por cuantos mingitorios con trato de excelencia explotan las tinieblas, ordeñan las cascadas, la edulcorada caña, la sangre oleaginosa de los falsos caballos, sin orejas, sin cascos, ni florecido esfínter de amapola, que los llevan al hambre, a empeñar la esperanza, a vender los ovarios, a cortar a pedazos sus adoradas madres, a ingerir los infundios que pregonan las lámparas, los hilos tartamudos, los babosos escuerzos que tienen la palabra, y hablan, hablan, hablan, ante las barbas próceres, o verdes redomones de bronce que no mean, ante las multitudes que desde un sexto piso podrán semejarse a caviar envasado, aunque de cerca apestan: a sudor sometido, a cama trasnochada, a sacrificio inútil, a rencor estancado, a pis en cuarentena, a rata muerta.
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El tiempo nos ha cambiado, ha dejado un zanja de grietas. Las penas, tristezas, las traiciones han embadurnado nuestras almas, dejándolas secas y forradas en piedras. Nuestra vestidura ha cambiado. El algodón y las sedas no arrullan nuestra piel, El cemento del engaño a sellado nuestros sueños de algún día gozar de una relación sana y plena. No somos plomo, No somos piedra No somos hierro Somos almas buscando su mejor melodía. Su mejor madrigal. La esperanza vestida en poesía. Te propongo amartillarnos los pedazos tiesos con tibios besos, que vayan humedeciendo las partes más impasibles de nuestras almas. Con tórridos abrazos que demuelan las inseguridades de nuestro turbulento pasado. No estamos hechos de piedra amor, es una cubierta que ha fraguado el tiempo. Es un escape a una errante realidad de soledades impuestas. Es vivir encarcelado a silencios sempiternos, Poseyendo copiosa libertad . te aseguro cielo, es la manera más cobarde de vivir en esta tierra. No estamos hechos de piedra amor, tenemos miedo a la entrega, a las heridas, a más huellas. Somos los ecos de una prosa que leímos algún día. Somos luz en la tenebrosidad,………………. solo tenemos que buscar nuestro almacén de lámparas. Solo tenemos que llevar nuestras cálidas manos a ese espacio que quiere latir mas nuestra cobija está obstruyendo el paso. LeydisProse 5/31/2017 https://m.facebook.com/LeydisProse/
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Jun 1, 2017
Jun 1, 2017 at 10:41 AM UTC
NO SOMOS PIEDRA AMOR!
Debajo de las multiplicaciones hay una gota de sangre de pato. Debajo de las divisiones hay una gota de sangre de marinero. Debajo de las sumas, un río de sangre tierna; un río que viene cantando por los dormitorios de los arrabales, y es plata, cemento o brisa en el alba mentida de New York. Existen las montañas, lo sé. Y los anteojos para la sabiduría, lo sé.  Pero yo no he venido a ver el cielo. He venido para ver la turbia sangre, la sangre que lleva las máquinas a las cataratas y el espíritu a la lengua de la cobra. Todos los días se matan en New York cuatro millones de patos, cinco millones de cerdos, dos mil palomas para el gusto de los agonizantes, un millón de vacas, un millón de corderos y dos millones de gallos que dejan los cielos hechos añicos. Más vale sollozar afilando la navaja o asesinar a los perros en las alucinantes cacerías que resistir en la madrugada los interminables trenes de leche, los interminables trenes de sangre, y los trenes de rosas maniatadas por los comerciantes de perfumes. Los patos y las palomas y los cerdos y los corderos ponen sus gotas de sangre debajo de las multiplicaciones; y los terribles alaridos de las vacas estrujadas llenan de dolor el valle donde el Hudson se emborracha con aceite. Yo denuncio a toda la gente que ignora la otra mitad, la mitad irredimible que levanta sus montes de cemento donde laten los corazones de los animalitos que se olvidan y donde caeremos todos en la última fiesta de los taladros. Os escupo en la cara. La otra mitad me escucha devorando, cantando, volando en su pureza como los niños en las porterías que llevan frágiles palitos a los huecos donde se oxidan las antenas de los insectos. No es el infierno, es la calle. No es la muerte, es la tienda de frutas. Hay un mundo de ríos quebrados y distancias inasibles en la patita de ese gato quebrada por el automóvil, y yo oigo el canto de la lombriz en el corazón de muchas niñas. óxido, fermento, tierra estremecida. Tierra tú mismo que nadas por los números de la oficina. ¿Qué voy a hacer, ordenar los paisajes? ¿Ordenar los amores que luego son fotografías, que luego son pedazos de madera y bocanadas de sangre? No, no; yo denuncio, yo denuncio la conjura de estas desiertas oficinas que no radian las agonías, que borran los programas de la selva, y me ofrezco a ser comido por las vacas estrujadas cuando sus gritos llenan el valle donde el Hudson se emborracha con aceite.
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New york (oficina y denuncia)
Debajo de las multiplicaciones hay una gota de sangre de pato. Debajo de las divisiones hay una gota de sangre de marinero. Debajo de las sumas, un río de sangre tierna; un río que viene cantando por los dormitorios de los arrabales, y es plata, cemento o brisa en el alba mentida de New York. Existen las montañas, lo sé. Y los anteojos para la sabiduría, lo sé.  Pero yo no he venido a ver el cielo. He venido para ver la turbia sangre, la sangre que lleva las máquinas a las cataratas y el espíritu a la lengua de la cobra. Todos los días se matan en New York cuatro millones de patos, cinco millones de cerdos, dos mil palomas para el gusto de los agonizantes, un millón de vacas, un millón de corderos y dos millones de gallos que dejan los cielos hechos añicos. Más vale sollozar afilando la navaja o asesinar a los perros en las alucinantes cacerías que resistir en la madrugada los interminables trenes de leche, los interminables trenes de sangre, y los trenes de rosas maniatadas por los comerciantes de perfumes. Los patos y las palomas y los cerdos y los corderos ponen sus gotas de sangre debajo de las multiplicaciones; y los terribles alaridos de las vacas estrujadas llenan de dolor el valle donde el Hudson se emborracha con aceite. Yo denuncio a toda la gente que ignora la otra mitad, la mitad irredimible que levanta sus montes de cemento donde laten los corazones de los animalitos que se olvidan y donde caeremos todos en la última fiesta de los taladros. Os escupo en la cara. La otra mitad me escucha devorando, cantando, volando en su pureza como los niños en las porterías que llevan frágiles palitos a los huecos donde se oxidan las antenas de los insectos. No es el infierno, es la calle. No es la muerte, es la tienda de frutas. Hay un mundo de ríos quebrados y distancias inasibles en la patita de ese gato quebrada por el automóvil, y yo oigo el canto de la lombriz en el corazón de muchas niñas. óxido, fermento, tierra estremecida. Tierra tú mismo que nadas por los números de la oficina. ¿Qué voy a hacer, ordenar los paisajes? ¿Ordenar los amores que luego son fotografías, que luego son pedazos de madera y bocanadas de sangre? No, no; yo denuncio, yo denuncio la conjura de estas desiertas oficinas que no radian las agonías, que borran los programas de la selva, y me ofrezco a ser comido por las vacas estrujadas cuando sus gritos llenan el valle donde el Hudson se emborracha con aceite.
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Marineros, ¿por qué le dais a la tierra lo que no es suyo y se lo quitáis al mar? ¿Por qué le habéis enterrado, marineros, si era un soldado del mar? Su frente encendida, un faro; ojos azules, carne de iodo y de sal. Murió allá arriba, en el puente, en su trinchera, como un soldado del mar; con la rosa de los vientos en la mano deshojando la estrella de navegar. ¿Por qué le habéis enterrado, marineros? ¡Y en una tierra sin conchas! ¡¡En la playa negra!! ... Allá, en la ribera siniestra del otro mar; ¡Nueva York! -piedra, cemento y hierro en tempestad-. Donde el ojo ciclópeo del gran faro que busca a los ahogados no puede llegar; donde se acaban las torres y los puentes; donde no se ve ya la espuma altiva de los rascacielos; en los escombros de las calles sórdidas que rompen en el último arrabal; donde se vuelve la culebra sombría de los elevados a meterse otra vez en la ciudad... Allí, la arcilla opaca de los cementerios, marineros, allí habéis enterrado al capitán. ¿Por qué le habéis enterrado, marineros, por qué le habéis enterrado, si murió como el mejor capitán, y su alma -viento, espuma y cabrilleo- está ahí, entre la noche y el mar...?
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Elegía
La nostalgia del sol en los terrados, en el muro color paloma de cemento -sin embargo tan vívido- y el frío repentino que casi sobrecoge.La dulzura, el calor de los labios a solas en medio de la calle familiar igual que un gran salón, donde acudieran multitudes lejanas como seres queridos.Y sobre todo el vértigo del tiempo, el gran boquete abriéndose hacia dentro del alma mientras arriba sobrenadan promesas que desmayan, lo mismo que si espumas.Es sin duda el momento de pensar que el hecho de estar vivo exige algo, acaso heroicidades -o basta, simplemente, alguna humilde cosa comúncuya corteza de materia terrestre tratar entre los dedos, con un poco de fe? Palabras, por ejemplo. Palabras de familia gastadas tibiamente.
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Arte poética
Cuando la tierra llena de párpados mojados se haga ceniza y duro aire cernido, y los terrones secos y las aguas, los pozos, los metales, por fin devuelvan sus gastados muertos, quiero una oreja, un ojo, un corazón herido dando tumbos, un hueco de puñal hace ya tiempo hundido en un cuerpo hace tiempo exterminado y solo, quiero unas manos, una ciencia de uñas, una boca de espanto y amapolas muriendo, quiero ver levantarse del polvo inútil un ronco árbol de venas sacudidas, yo quiero de la tierra más amarga, entre azufre y turquesa y olas rojas y torbellinos de carbón callado, quiero una carne despertar sus huesos aullando llamas, y un especial olfato correr en busca de algo, y una vista cegada por la tierra correr detrás de dos ojos oscuros, y un oído, de pronto, como una ostra furiosa, rabiosa, desmedida, levantarse hacia el trueno, y un tacto puro, entre sales perdido, salir tocando pechos y azucenas, de pronto. Oh día de los muertos! oh distancia hacia donde la espiga muerta yace con su olor a relámpago, oh galerías entregando un nido y un pez y una mejilla y una espada, todo molido entre las confusiones, todo sin esperanzas decaído, todo en la sima seca alimentado entre los dientes de la tierra dura. Y la pluma a su pájaro suave, y la luna a su cinta, y el perfume a su forma, y, entre las rosas, el desenterrado, el hombre lleno de algas minerales, y a sus dos agujeros sus ojos retornando. Está desnudo, sus ropas no se encuentran en el polvo, y su armadura rota se ha deslizado al fondo del infierno, y su barba ha crecido como el aire en otoño, y hasta su corazón quiere morder manzanas. Cuelgan de sus rodillas y sus hombros adherencias de olvido, hebras del suelo, zonas de vidrio roto y aluminio, cáscaras de cadáveres amargos, bolsillos de agua convertida en hierro: y reuniones de terribles bocas derramadas y azules, y ramas de coral acongojado hacen corona a su cabeza verde, y tristes vegetales fallecidos y maderas nocturnas le rodean, y en él aún duermen palomas entreabiertas con ojos de cemento subterráneo. Conde dulce, en la niebla, oh recién despertado de las minas, oh recién seco del agua sin río, oh recién sin arañas! Crujen minutos en tus pies naciendo, tu **** asesinado se incorpora, y levantas la mano en donde vive todavía el secreto de la espuma.
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El desenterrado
Cuando la tierra llena de párpados mojados se haga ceniza y duro aire cernido, y los terrones secos y las aguas, los pozos, los metales, por fin devuelvan sus gastados muertos, quiero una oreja, un ojo, un corazón herido dando tumbos, un hueco de puñal hace ya tiempo hundido en un cuerpo hace tiempo exterminado y solo, quiero unas manos, una ciencia de uñas, una boca de espanto y amapolas muriendo, quiero ver levantarse del polvo inútil un ronco árbol de venas sacudidas, yo quiero de la tierra más amarga, entre azufre y turquesa y olas rojas y torbellinos de carbón callado, quiero una carne despertar sus huesos aullando llamas, y un especial olfato correr en busca de algo, y una vista cegada por la tierra correr detrás de dos ojos oscuros, y un oído, de pronto, como una ostra furiosa, rabiosa, desmedida, levantarse hacia el trueno, y un tacto puro, entre sales perdido, salir tocando pechos y azucenas, de pronto. Oh día de los muertos! oh distancia hacia donde la espiga muerta yace con su olor a relámpago, oh galerías entregando un nido y un pez y una mejilla y una espada, todo molido entre las confusiones, todo sin esperanzas decaído, todo en la sima seca alimentado entre los dientes de la tierra dura. Y la pluma a su pájaro suave, y la luna a su cinta, y el perfume a su forma, y, entre las rosas, el desenterrado, el hombre lleno de algas minerales, y a sus dos agujeros sus ojos retornando. Está desnudo, sus ropas no se encuentran en el polvo, y su armadura rota se ha deslizado al fondo del infierno, y su barba ha crecido como el aire en otoño, y hasta su corazón quiere morder manzanas. Cuelgan de sus rodillas y sus hombros adherencias de olvido, hebras del suelo, zonas de vidrio roto y aluminio, cáscaras de cadáveres amargos, bolsillos de agua convertida en hierro: y reuniones de terribles bocas derramadas y azules, y ramas de coral acongojado hacen corona a su cabeza verde, y tristes vegetales fallecidos y maderas nocturnas le rodean, y en él aún duermen palomas entreabiertas con ojos de cemento subterráneo. Conde dulce, en la niebla, oh recién despertado de las minas, oh recién seco del agua sin río, oh recién sin arañas! Crujen minutos en tus pies naciendo, tu **** asesinado se incorpora, y levantas la mano en donde vive todavía el secreto de la espuma.
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La plaza es diminuta. Cuatro muros leprosos, una fuente sin agua, dos bancas de cemento y fresnos malheridos. El estruendo, remoto, de ríos ciudadanos. Indecisa y enorme, rueda la noche y borra graves arquitecturas. Ya encendieron las lámparas. En los golfos de sombra, en esquinas y quicios, brotan columnas vivas e inmóviles: parejas. Enlazadas y quietas, entretejen murmullos: pilares de latidos. En el otro hemisferio la noche es femenina, abundante y acuática. Hay islas que llamean en las aguas del cielo. Las hojas del banano vuelven verde la sombra. En mitad del espacio ya somos, enlazados, un árbol que respira. Nuestros cuerpos se cubren de una yedra de sílabas. Follajes de rumores, insomnio de los grillos en la yerba dormida, las estrellas se bañan en un charco de ranas, el verano acumula allá arriba sus cántaros, con manos visibles el aire abre una puerta. Tu frente es la terraza que prefiere la luna. El instante es inmenso, el mundo ya es pequeño. Yo me pierdo en tus ojos y al perderme te miro en mis ojos perdida. Se quemaron los nombres, nuestros cuerpos se han ido. Estamos en el centro imantado de ¿donde? Inmóviles parejas en un parque de México o en un jardín asiático: bajo estrellas distintas diarias eucaristías. Por la escala del tacto bajamos ascendemos al arriba de abajo, reino de las raíces, república de alas. Los cuerpos anudados son el libro del alma: con los ojos cerrados, con mi tacto y mi lengua, deletreo en tu cuerpo la escritura del mundo. Un saber ya sin nombres: el sabor de esta tierra. Breve luz suficiente que ilumina y nos ciega como el súbito brote de la espiga y el ***** Entre el fin y el comienzo un instante sin tiempo frágil arco de sangre, puente sobre el vacío. Al trabarse los cuerpos un relámpago esculpen.
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Pilares
La plaza es diminuta. Cuatro muros leprosos, una fuente sin agua, dos bancas de cemento y fresnos malheridos. El estruendo, remoto, de ríos ciudadanos. Indecisa y enorme, rueda la noche y borra graves arquitecturas. Ya encendieron las lámparas. En los golfos de sombra, en esquinas y quicios, brotan columnas vivas e inmóviles: parejas. Enlazadas y quietas, entretejen murmullos: pilares de latidos. En el otro hemisferio la noche es femenina, abundante y acuática. Hay islas que llamean en las aguas del cielo. Las hojas del banano vuelven verde la sombra. En mitad del espacio ya somos, enlazados, un árbol que respira. Nuestros cuerpos se cubren de una yedra de sílabas. Follajes de rumores, insomnio de los grillos en la yerba dormida, las estrellas se bañan en un charco de ranas, el verano acumula allá arriba sus cántaros, con manos visibles el aire abre una puerta. Tu frente es la terraza que prefiere la luna. El instante es inmenso, el mundo ya es pequeño. Yo me pierdo en tus ojos y al perderme te miro en mis ojos perdida. Se quemaron los nombres, nuestros cuerpos se han ido. Estamos en el centro imantado de ¿donde? Inmóviles parejas en un parque de México o en un jardín asiático: bajo estrellas distintas diarias eucaristías. Por la escala del tacto bajamos ascendemos al arriba de abajo, reino de las raíces, república de alas. Los cuerpos anudados son el libro del alma: con los ojos cerrados, con mi tacto y mi lengua, deletreo en tu cuerpo la escritura del mundo. Un saber ya sin nombres: el sabor de esta tierra. Breve luz suficiente que ilumina y nos ciega como el súbito brote de la espiga y el ***** Entre el fin y el comienzo un instante sin tiempo frágil arco de sangre, puente sobre el vacío. Al trabarse los cuerpos un relámpago esculpen.
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by these outskirts of the world, adrift in the post-truth era a few fragments of scattered certainties here and there sometimes in the middle of a meadow sometimes on the asphalt, between the cracks in the cement inside puddles they sink small splinters of evidence like inhaling breeze that feeds and in the gestures in posture in the look in the eyes around the lips between wrinkles like furrows to be irrigated with tears sometimes of joy under this forgotten suburban sky small fragments of truth not in the words but in the body heat and in silence silence please ----------------------- nel calore di un corpo presso queste periferie del mondo alla deriva nell'era della post-verità pochi frammenti di certezze sparse qua è là a volte in mezzo a un prato a volte sull'asfalto, tra le crepe nel cemento dentro a pozzanghere affondano piccole schegge di evidenze come inspirare una brezza fresca che nutre e poi nei gesti nella postura nello sguardo negli occhi attorno alle labbra tra le rughe come solchi da irrigare con lacrime a volte anche di gioia sotto questo cielo urbano dimenticato piccoli frammenti di verità non nelle parole ma nel calore del corpo e del silenzio silenzio per favore ........................... en el calor del cuerpo en estas afueras del mundo, a la deriva en la era de la post-verdad algunos fragmentos de certezas dispersas aquí y allá a veces entre la hierba del campo a veces en el asfalto, entre las grietas en el cemento adentro de charcos se hunden pequeñas astillas de evidencia como inhalar brisa que alimenta y en los gestos en la postura en la mirada en los ojos alrededor de los labios entre arrugas como surcos a regar con lágrimas a veces de alegría bajo este olvidado cielo suburbano pequeños fragmentos de verdad no en las palabras en el calor del cuerpo y en el silencio silencio por favor
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Aug 4, 2018
Aug 4, 2018 at 5:59 PM UTC
body heat
by these outskirts of the world, adrift in the post-truth era a few fragments of scattered certainties here and there sometimes in the middle of a meadow sometimes on the asphalt, between the cracks in the cement inside puddles they sink small splinters of evidence like inhaling breeze that feeds and in the gestures in posture in the look in the eyes around the lips between wrinkles like furrows to be irrigated with tears sometimes of joy under this forgotten suburban sky small fragments of truth not in the words but in the body heat and in silence silence please ----------------------- nel calore di un corpo presso queste periferie del mondo alla deriva nell'era della post-verità pochi frammenti di certezze sparse qua è là a volte in mezzo a un prato a volte sull'asfalto, tra le crepe nel cemento dentro a pozzanghere affondano piccole schegge di evidenze come inspirare una brezza fresca che nutre e poi nei gesti nella postura nello sguardo negli occhi attorno alle labbra tra le rughe come solchi da irrigare con lacrime a volte anche di gioia sotto questo cielo urbano dimenticato piccoli frammenti di verità non nelle parole ma nel calore del corpo e del silenzio silenzio per favore ........................... en el calor del cuerpo en estas afueras del mundo, a la deriva en la era de la post-verdad algunos fragmentos de certezas dispersas aquí y allá a veces entre la hierba del campo a veces en el asfalto, entre las grietas en el cemento adentro de charcos se hunden pequeñas astillas de evidencia como inhalar brisa que alimenta y en los gestos en la postura en la mirada en los ojos alrededor de los labios entre arrugas como surcos a regar con lágrimas a veces de alegría bajo este olvidado cielo suburbano pequeños fragmentos de verdad no en las palabras en el calor del cuerpo y en el silencio silencio por favor
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Santa patrona de los Cirujanos plásticos y las Escaras Por ti merodeamos más cerca al infierno No hay que hacerse ilusiones Por ti mediante El cielo se mantiene libre De hombres y expectativas Nos pegaste al barro Y al cemento Condenados a la calvicie Y a las rodillas en carne viva El hecho de vivir de pie Puede parecer una herejía   Frente a tu maldita y relativa Omnipotencia
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Oct 31, 2019
Oct 31, 2019 at 12:05 AM UTC
Gravedad
Enorme y sólida                                 pero oscilante, golpeada por el viento                                           pero encadenada, rumor de un millón de hojas contra mi ventana.                                     Motín de árboles, oleaje de sonidos verdinegros.                                                         La arboleda, quieta de pronto,                                 es un tejido de ramas y frondas. Hay claros llameantes.                                         Caída en esas redes se revuelve,                       respira una materia violenta y resplandeciente, un animal iracundo y rápido, cuerpo de lumbre entre las hojas:                                                           el día. A la izquierda del macizo,                                                 más idea que color, poco cielo y muchas nubes,                                                   el azuleo de una cuenca rodeada de peñones en demolición,                                                               arena precipitada en el embudo de la arboleda.                                                     En la región central gruesas gotas de tinta                                       esparcidas sobre un papel que el poniente inflama, ***** casi enteramente allá,                                                 en el extremo sudeste, donde se derrumba el horizonte.                                                           La enramada, vuelta cobre, relumbra.                                           Tres mirlos atraviesan la hoguera y reaparecen                                                             ilesos, en una zona vacía: ni luz ni sombra.                                                           Nubes en marcha hacia su disolución. Encienden luces en las casas. El cielo se acumula en la ventana.                                                           El patio, encerrado en sus cuatro muros,                                                   se aísla más y más. Así perfecciona su realidad.                                               El bote de basura, la maceta sin planta,                                   ya no son, sobre el opaco cemento,                                         sino sacos de sombras. Sobre sí mismo                                 el espacio se cierra           Poco a poco se petrifican los nombres.
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La arboleda
Enorme y sólida                                 pero oscilante, golpeada por el viento                                           pero encadenada, rumor de un millón de hojas contra mi ventana.                                     Motín de árboles, oleaje de sonidos verdinegros.                                                         La arboleda, quieta de pronto,                                 es un tejido de ramas y frondas. Hay claros llameantes.                                         Caída en esas redes se revuelve,                       respira una materia violenta y resplandeciente, un animal iracundo y rápido, cuerpo de lumbre entre las hojas:                                                           el día. A la izquierda del macizo,                                                 más idea que color, poco cielo y muchas nubes,                                                   el azuleo de una cuenca rodeada de peñones en demolición,                                                               arena precipitada en el embudo de la arboleda.                                                     En la región central gruesas gotas de tinta                                       esparcidas sobre un papel que el poniente inflama, ***** casi enteramente allá,                                                 en el extremo sudeste, donde se derrumba el horizonte.                                                           La enramada, vuelta cobre, relumbra.                                           Tres mirlos atraviesan la hoguera y reaparecen                                                             ilesos, en una zona vacía: ni luz ni sombra.                                                           Nubes en marcha hacia su disolución. Encienden luces en las casas. El cielo se acumula en la ventana.                                                           El patio, encerrado en sus cuatro muros,                                                   se aísla más y más. Así perfecciona su realidad.                                               El bote de basura, la maceta sin planta,                                   ya no son, sobre el opaco cemento,                                         sino sacos de sombras. Sobre sí mismo                                 el espacio se cierra           Poco a poco se petrifican los nombres.
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under this gray suburban sky I am not a brick in your wall I am not the tool that will lay it down I am not I am not the water the sand and the concrete I am not the mortar that will paste it on I am not the hands that will climb it and not even those that will color it I am not I am not the sea that separates I am not the beach that will not receive I am not the boat that will sink down and not even the waves that will drift it away I am not I am not your eyes that pretend not to see I am not your ears that don't know how to listen anymore I am not I am not your sense of guilt and not even your repentance on the day of feast your clean jacket and your plastic shoes and your Sunday brunch waiting for you at home I am not I I do not know what exactly I am but I know I will learn it on the way and you alone on the other side of the wall you will never ever know sotto questo grigio cielo di periferia io non sono un mattone nel tuo muro io non sono l'attrezzo che lo poserà io non sono io non sono l'acqua la sabbia e il cemento io non sono la malta che lo incollerà io non sono le mani che lo scaleranno e nemmeno quelle che lo coloreranno io non sono io non sono il mare che separa io non sono la spiaggia che non accoglierà io non sono la barca che affonderà e nemmeno le onde che la porteranno alla deriva io non sono io non sono i tuoi occhi che faranno finta di non vedere io non sono le tue orecchie che non sanno più ascoltare io non sono io non sono il tuo senso di colpa e nemmeno il tuo pentimento nel giorno di festa la tua giacca pulita le tue scarpe di plastica e il tuo pranzo della Domenica che a casa ti aspetta io non sono io non so cosa esattamente sono ma so che lo imparerò sul cammino e tu da solo dall'altra parte del muro non saprai mai ................ under this gray suburban sky I am not a brick in your wall I am not the tool that will lay down I am not I am not the water the sand and the concrete I am not the mortar that will paste it on I am not the hands that will climb it and not even those that will color it I am not I am not the sea that separates I am not the beach that will not receive I am not the boat that will sink down and not even the waves that will drift it away I'm not I am not your eyes that pretend not to see I am not your ears that don't know how to listen anymore I am not I am not your guilt and not even your repentance on the day of feast your clean jacket and your plastic shoes and your Sunday brunch waiting for you at home I am not I I do not know what exactly I am but I know I will learn it on the way and you alone on the other side of the wall you will never ever know ............. bajo este gris cielo suburbano yo no soy un ladrillo en tu muro yo no soy la herramienta que lo instalará yo no soy yo no soy agua, arena y concreto yo no soy el cemento que lo pegará yo no soy las manos que subirán el muro y ni siquiera los que lo colorearán yo no soy yo no soy el mar que separa yo no soy la playa que no acogerà yo no soy el bote que se hundirá y ni siquiera las olas que la llevarán yo no soy yo no soy tus ojos que pretenderán no ver yo no soy tus oídos que ya no saben escuchar yo no soy yo soy tu sentido de culpa y ni siquiera tu arrepentimiento en el día de la fiesta tu chaqueta limpia tus zapatos de plástico y tu almuerzo del domingo esperándote en casa yo no soy yo yo no sé que exactamente soy pero sé que lo aprenderé en el camino y tu solo al otro lado del muro nunca no sabrás
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May 17, 2020
May 17, 2020 at 3:48 PM UTC
isolation n. 36 - I am not
under this gray suburban sky I am not a brick in your wall I am not the tool that will lay it down I am not I am not the water the sand and the concrete I am not the mortar that will paste it on I am not the hands that will climb it and not even those that will color it I am not I am not the sea that separates I am not the beach that will not receive I am not the boat that will sink down and not even the waves that will drift it away I am not I am not your eyes that pretend not to see I am not your ears that don't know how to listen anymore I am not I am not your sense of guilt and not even your repentance on the day of feast your clean jacket and your plastic shoes and your Sunday brunch waiting for you at home I am not I I do not know what exactly I am but I know I will learn it on the way and you alone on the other side of the wall you will never ever know sotto questo grigio cielo di periferia io non sono un mattone nel tuo muro io non sono l'attrezzo che lo poserà io non sono io non sono l'acqua la sabbia e il cemento io non sono la malta che lo incollerà io non sono le mani che lo scaleranno e nemmeno quelle che lo coloreranno io non sono io non sono il mare che separa io non sono la spiaggia che non accoglierà io non sono la barca che affonderà e nemmeno le onde che la porteranno alla deriva io non sono io non sono i tuoi occhi che faranno finta di non vedere io non sono le tue orecchie che non sanno più ascoltare io non sono io non sono il tuo senso di colpa e nemmeno il tuo pentimento nel giorno di festa la tua giacca pulita le tue scarpe di plastica e il tuo pranzo della Domenica che a casa ti aspetta io non sono io non so cosa esattamente sono ma so che lo imparerò sul cammino e tu da solo dall'altra parte del muro non saprai mai ................ under this gray suburban sky I am not a brick in your wall I am not the tool that will lay down I am not I am not the water the sand and the concrete I am not the mortar that will paste it on I am not the hands that will climb it and not even those that will color it I am not I am not the sea that separates I am not the beach that will not receive I am not the boat that will sink down and not even the waves that will drift it away I'm not I am not your eyes that pretend not to see I am not your ears that don't know how to listen anymore I am not I am not your guilt and not even your repentance on the day of feast your clean jacket and your plastic shoes and your Sunday brunch waiting for you at home I am not I I do not know what exactly I am but I know I will learn it on the way and you alone on the other side of the wall you will never ever know ............. bajo este gris cielo suburbano yo no soy un ladrillo en tu muro yo no soy la herramienta que lo instalará yo no soy yo no soy agua, arena y concreto yo no soy el cemento que lo pegará yo no soy las manos que subirán el muro y ni siquiera los que lo colorearán yo no soy yo no soy el mar que separa yo no soy la playa que no acogerà yo no soy el bote que se hundirá y ni siquiera las olas que la llevarán yo no soy yo no soy tus ojos que pretenderán no ver yo no soy tus oídos que ya no saben escuchar yo no soy yo soy tu sentido de culpa y ni siquiera tu arrepentimiento en el día de la fiesta tu chaqueta limpia tus zapatos de plástico y tu almuerzo del domingo esperándote en casa yo no soy yo yo no sé que exactamente soy pero sé que lo aprenderé en el camino y tu solo al otro lado del muro nunca no sabrás
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under this grey suburban sky thunders rolling as rocks and drums then silence in concrete transit spaces although wild beats inside our veins hunting scenes and escapes in vain taste of honey and salt on your teeth prey predators and carnival masks smiles dreams feasts fire tears running water silence and lightning remote storms gentle breeze essences and perfumes tobacco leather cinnamon and ashes smells of life and skin it's time to go home home where we will recall every flavor every hug every drop of dew every smile and every single tear their true meaning and we will ask ourselves why? why have we ever parted from our heart? ................ sotto questo grigio cielo suburbano tuoni che rotolano come pietre e tamburi poi silenzio in spazi di transito di asfalto e cemento anche se il selvatico batte nelle nostre vene scene di caccia e fughe invano sapore di miele e sale sui denti prede predatori e maschere di carnevale sorrisi sogni feste lacrime acqua corrente silenzio e fulmini tempeste remote e brezza leggera essenze e profumi tabacco cuoio cannella e cenere odori di vita e di pelle è ora di tornare a casa casa dove ricorderemo ogni sapore ogni abbraccio ogni goccia di rugiada ogni sorriso e ogni singola lacrima il loro vero significato e ci chiederemo perché? perché mai ci siamo separati dal nostro cuore?
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Sep 4, 2018
Sep 4, 2018 at 3:31 AM UTC
why have we ever parted from our heart?
no existo soy el reflejo de mi mismo la forma que se oculta entre las sombras del desierto soy el espejismo soy el tiempo que perdiste soy esa oración que hiciste no existo soy la anticipación del momento soy la grieta que se hace en el cemento soy tan solo un intento no existo soy lo que nadie esta sintiendo no existo pero sigo siendo
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Jan 10, 2019
Jan 10, 2019 at 6:07 AM UTC
soy
Era una noche gris, lúgubre y solitaria. Tal vez como tu mirada, tal vez como te movías como el dada como una actriz. Bailabas como si te programaran, como si te lo ordenaran. Eras arte y tus piernas lo sabían, los demás también pero no entendían tu concepto. La sangre coagulada de una caída, mantenía la cruz justo sobre el baúl. El cuervo analizaba el movimiento de tu cuerpo azul, entre edificaciones mórbidas de cemento. Deseo de corazón, corazón de alma, alma de deseo. Repetir hasta memorizar.
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Nov 27, 2017
Nov 27, 2017 at 10:12 PM UTC
Beatriz//Nervio
Me pondría las botas con ***** de acero, llenas de lodo para machacarte la cabeza contra el cemento Y finalmente exhalar el humo que me metiste y aún cargo dentro Porque sé que me dirías que en vez de saltarte encima debería patearte Porque arriba de ti no causo daño Ya me lo decías tú Quisiera agarrarte del pelo Arrancarte el cuero cabelludo como peluca de ortiga Atarte a un poste de luz en un callejón oscuro Azotarte con tu pelo y cubrirte de tu propia caspa Deslizar la navaja para abrirte una sonrisa Aunque no soportaría tus gritos, solo por eso no lo haría. Exprimirte las manos sudorosas Y ensanchar el mar de distancia entre tu padre y tú Ya calva, te arrastraría al barrio para condenarte a trabajar de cajera Y a no conocer a nadie que guste del arte el resto de tu mugrosa vida.
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Aug 16, 2024
Aug 16, 2024 at 3:59 PM UTC
Odio
Que era lo que querían dos sometidos a la sodamizacion, volcados en el cemento, echos mármol, y sin grgklujaapan. Entre los enrededores y la pasta de ayer enfrente del televisor, se encontraba una puerca ramera, soñando sus sueños en heroínas, y mas mota barata. Ramona de mis entrañas, que seria de tu vida en el estiércol y las faldas de piernas cortas, utilizando el maquillaje de compostura anual. Los ilos que se mantenían en el vidrio de sus vidas era demasiado para la ramera, así utilizaba heroína como jabón de manos, era ahogante. Su primera ves, era apropiado decir que pertenencia tenía la cuchara propia, para ella solo necesitaba estar en su cama vacía, sola y feliz, la calentaba y pensaba en su ideología perdida, en sus penas. Que tubo de grande la maquina de instrumentos en drogados. Era una ilusión algo como la psychosis y plena morfina solo eso servía. lo calenta entre postada y alienta a pura sangre borgia, "im in heaven"
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Oct 6, 2021
Oct 6, 2021 at 2:37 AM UTC
Queremo tanto a Ramona: