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"fatte" poems
Everything thing you are about to read is the whole truth, and nothing but... she flew via jet blue, da coop decamped urban lands, leaving poet producing this piece de (at-the-door poem-de crap) resistance: Sad mad bad where I asked? a mountain in Mexico, where purpled pink wild flowers decorate, and the yoga mat is never rolled up and post pampering included! harrumph, and worse, exclaimed **NYC got florists and yogi masters for hire** with my sisters, will commune, hike by dawn light, eat veggies day and night and bone my body with exercise **Manhattan got veggies, central parks, and occasionally a pretty dawn, bone doctors extraordinaire, don't you know the best veggies, grown in Whole Foods in the Time Warner Center? go then, leaving poet, sad mad bad to salve my soul, know this! I am eating a tuna Swiss melt, French Fries and ketchup, Danish made with Danish cheese, drinking my fatte latte. This my stress, so well expressed, but baby, be advised, I am doing it, in our bed! all day tv watching, crushed neath an inconsolable need to do all those spiritual things of which you disapprove!** you went down the long hallway at 6am, you thot you heard me say, Leila, you got me on my knees! what was said but this: *Save me babe, from doing as I please!*
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May 11, 2014
May 11, 2014 at 10:02 AM UTC
She Decooped and Decamped
I: una volta sputavo vetri rotti, ora si sono tramutati in perle e diamanti, conosco le parole segrete per distruggere i mondi dei miei nemici, basterebbe un aveva ragione lei o un mi ha amato più di quanto amerà te per farvi schiantare al suolo, fate attenzione perché oltre ai gioielli so sputare fiamme. spero che leggiate e soffriate soffriate soffriate. II: guardo le mie notti andare avanti contando gli spazi vuoti nei blister di plastica delle pastiglie. III: delle volte amore mio mi chiedo se non sia ingiusto che io spenda su di te così poche parole ma la verità è che io parlo per non vedere le ferite tesoro, alcune sono lì e non sono rimarginate. spesso e volentieri le mie parole sono fatte di rabbia e rancore e tristezza, non c'è nulla di più lontano da te in tutto questo, scusami.
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Jul 3, 2015
Jul 3, 2015 at 8:03 PM UTC
02:02 tre piccole confessioni
Li osservo, questi uomini, educati ad altra vita che la mia: frutti d'una storia tanto diversa, e ritrovati, quasi fratelli, qui, nell'ultima forma storica di Roma. Li osservo: in tutti c'è come l'aria d'un buttero che dorma armato di coltello: nei loro succhi vitali, è disteso un tenebrore intenso, la papale itterizia del Belli, non porpora, ma spento peperino, bilioso cotto. La biancheria, sotto, fine e sporca; nell'occhio, l'ironia che trapela il suo umido, rosso, indecente bruciore. La sera li espone quasi in romitori, in riserve fatte di vicoli, muretti, androni e finestrelle perse nel silenzio. È certo la prima delle loro passioni il desiderio di ricchezza: sordido come le loro membra non lavate, nascosto, e insieme scoperto, privo di ogni pudore: come senza pudore è il rapace che svolazza pregustando chiotto il boccone, o il lupo, o il ragno; essi bramano i soldi come zingari, mercenari, puttane: si lagnano se non ce n'hanno, usano lusinghe abbiette per ottenerli, si gloriano plautinamente se ne hanno le saccocce piene. Se lavorano - lavoro di mafiosi macellari, ferini lucidatori, invertiti commessi, tranvieri incarogniti, tisici ambulanti, manovali buoni come cani - avviene che abbiano ugualmente un'aria di ladri: troppa avita furberia in quelle vene... Sono usciti dal ventre delle loro madri a ritrovarsi in marciapiedi o in prati preistorici, e iscritti in un'anagrafe che da ogni storia li vuole ignorati... Il loro desiderio di ricchezza è, così, banditesco, aristocratico. Simile al mio. Ognuno pensa a sé, a vincere l'angosciosa scommessa, a dirsi: "È fatta, " con un ghigno di re... La nostra speranza è ugualmente ossessa: estetizzante, in me, in essi anarchica. Al raffinato e al sottoproletariato spetta la stessa ordinazione gerarchica dei sentimenti: entrambi fuori dalla storia, in un mondo che non ha altri varchi che verso il sesso e il cuore, altra profondità che nei sensi. In cui la gioia è gioia, il dolore dolore.
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Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano
Li osservo, questi uomini, educati ad altra vita che la mia: frutti d'una storia tanto diversa, e ritrovati, quasi fratelli, qui, nell'ultima forma storica di Roma. Li osservo: in tutti c'è come l'aria d'un buttero che dorma armato di coltello: nei loro succhi vitali, è disteso un tenebrore intenso, la papale itterizia del Belli, non porpora, ma spento peperino, bilioso cotto. La biancheria, sotto, fine e sporca; nell'occhio, l'ironia che trapela il suo umido, rosso, indecente bruciore. La sera li espone quasi in romitori, in riserve fatte di vicoli, muretti, androni e finestrelle perse nel silenzio. È certo la prima delle loro passioni il desiderio di ricchezza: sordido come le loro membra non lavate, nascosto, e insieme scoperto, privo di ogni pudore: come senza pudore è il rapace che svolazza pregustando chiotto il boccone, o il lupo, o il ragno; essi bramano i soldi come zingari, mercenari, puttane: si lagnano se non ce n'hanno, usano lusinghe abbiette per ottenerli, si gloriano plautinamente se ne hanno le saccocce piene. Se lavorano - lavoro di mafiosi macellari, ferini lucidatori, invertiti commessi, tranvieri incarogniti, tisici ambulanti, manovali buoni come cani - avviene che abbiano ugualmente un'aria di ladri: troppa avita furberia in quelle vene... Sono usciti dal ventre delle loro madri a ritrovarsi in marciapiedi o in prati preistorici, e iscritti in un'anagrafe che da ogni storia li vuole ignorati... Il loro desiderio di ricchezza è, così, banditesco, aristocratico. Simile al mio. Ognuno pensa a sé, a vincere l'angosciosa scommessa, a dirsi: "È fatta, " con un ghigno di re... La nostra speranza è ugualmente ossessa: estetizzante, in me, in essi anarchica. Al raffinato e al sottoproletariato spetta la stessa ordinazione gerarchica dei sentimenti: entrambi fuori dalla storia, in un mondo che non ha altri varchi che verso il sesso e il cuore, altra profondità che nei sensi. In cui la gioia è gioia, il dolore dolore.
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Ognuno 'e nuie nasce cu nu destino: 'a malasciorta, 'e 'vvote, va..., pò torna; chi nasce c'o scartiello arreto 'e rine, chi nasce c'o destino 'e purtà 'e ccorne. Io, per esempio, nun mme metto scuorno: che nce aggio 'a fà si tarde ll'aggio appreso? Penzavo: sì, aggio avuto quacche cuorno, ma no a tal punto da sentirme offeso. E stato aiere 'o juorno, 'a chiromante, liggénneme cu 'a lente mmiezo 'a mano, mm'ha ditto: "Siete stato un triste amante, vedete questa linea comme è strana? Questa se chiamma 'a linea del cuore, arriva mmiezo 'o palmo e pò ritorna. Che v'aggia dì, carissimo signore; cu chesta linea vuie tenite 'e ccorne. Guardate st'atu segno fatto a uncino, stu segno ormai da tutti è risaputo ca 'o porta mmiezo 'a mano San Martino: 'o Santo prutettore d'e cornute". Sentenno sti pparole 'int'o cerviello accuminciaie a ffà mille penziere. Mo vaco 'a casa e faccio nu maciello, pe Ddio, aggia fà correre 'e pumpiere. " Ma no... Chi t'o ffa fà? " (na voce interna mme suggerette). "Lieve ll'occasione. 'E ccorne ormai songhe na cosa eterna, nun c'è che ffà, è 'a solita canzone. 'O stesso Adamo steva mparaviso, eppure donna Eva ll'ha traduto. Ncoppa a sti ccorne fatte 'nu surriso, ca pure Napulione era cornuto!".
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'E ccorne