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"canti" poems
II Donna leggiadra il cui bel nome honora L’herbosa val di Rheno, e il nobil varco, Ben e colui d’ogni valore scarco Qual tuo spirto gentil non innamora, Che dolcemente mostra si di fuora De suoi atti soavi giamai parco, E i don’, che son d’amor saette ed arco, La onde l’ alta tua virtu s’infiora. Quando tu vaga parli, O lieta canti Che mover possa duro alpestre legno, Guardi ciascun a gli occhi ed a gli orecchi L’entrata, chi di te si truova indegno; Gratia sola di su gli vaglia, inanti Che’l disio amoroso al cuor s’invecchi.
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Sonnet 02
D'in su la vetta della torre antica, Passero solitario, alla campagna Cantando vai finché non more il giorno; Ed erra l'armonia per questa valle. Primavera dintorno Brilla nell'aria, e per li campi esulta, Sì ch'a mirarla intenerisce il core. Odi greggi belar, muggire armenti; Gli altri augelli contenti, a gara insieme Per lo libero ciel fan mille giri, Pur festeggiando il lor tempo migliore: Tu pensoso in disparte il tutto miri; Non compagni, non voli, Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi; Canti, e così trapassi Dell'anno e di tua vita il più bel fiore. Oimè, quanto somiglia Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso, Della novella età dolce famiglia, E te german di giovinezza, amore, Sospiro acerbo dè provetti giorni, Non curo, io non so come; anzi da loro Quasi fuggo lontano; Quasi romito, e strano Al mio loco natio, Passo del viver mio la primavera. Questo giorno ch'omai cede alla sera, Festeggiar si costuma al nostro borgo. Odi per lo sereno un suon di squilla, Odi spesso un tonar di ferree canne, Che rimbomba lontan di villa in villa. Tutta vestita a festa La gioventù del loco Lascia le case, e per le vie si spande; E mira ed è mirata, e in cor s'allegra. Io solitario in questa Rimota parte alla campagna uscendo, Ogni diletto e gioco Indugio in altro tempo: e intanto il guardo Steso nell'aria aprica Mi fere il Sol che tra lontani monti, Dopo il giorno sereno, Cadendo si dilegua, e par che dica Che la beata gioventù vien meno. Tu, solingo augellin, venuto a sera Del viver che daranno a te le stelle, Certo del tuo costume Non ti dorrai; che di natura è frutto Ogni vostra vaghezza. A me, se di vecchiezza La detestata soglia Evitar non impetro, Quando muti questi occhi all'altrui core, E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro Del dì presente più noioso e tetro, Che parrà di tal voglia? Che di quest'anni miei? Che di me stesso? Ahi pentirommi, e spesso, Ma sconsolato, volgerommi indietro.
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Passero solitario
D'in su la vetta della torre antica, Passero solitario, alla campagna Cantando vai finché non more il giorno; Ed erra l'armonia per questa valle. Primavera dintorno Brilla nell'aria, e per li campi esulta, Sì ch'a mirarla intenerisce il core. Odi greggi belar, muggire armenti; Gli altri augelli contenti, a gara insieme Per lo libero ciel fan mille giri, Pur festeggiando il lor tempo migliore: Tu pensoso in disparte il tutto miri; Non compagni, non voli, Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi; Canti, e così trapassi Dell'anno e di tua vita il più bel fiore. Oimè, quanto somiglia Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso, Della novella età dolce famiglia, E te german di giovinezza, amore, Sospiro acerbo dè provetti giorni, Non curo, io non so come; anzi da loro Quasi fuggo lontano; Quasi romito, e strano Al mio loco natio, Passo del viver mio la primavera. Questo giorno ch'omai cede alla sera, Festeggiar si costuma al nostro borgo. Odi per lo sereno un suon di squilla, Odi spesso un tonar di ferree canne, Che rimbomba lontan di villa in villa. Tutta vestita a festa La gioventù del loco Lascia le case, e per le vie si spande; E mira ed è mirata, e in cor s'allegra. Io solitario in questa Rimota parte alla campagna uscendo, Ogni diletto e gioco Indugio in altro tempo: e intanto il guardo Steso nell'aria aprica Mi fere il Sol che tra lontani monti, Dopo il giorno sereno, Cadendo si dilegua, e par che dica Che la beata gioventù vien meno. Tu, solingo augellin, venuto a sera Del viver che daranno a te le stelle, Certo del tuo costume Non ti dorrai; che di natura è frutto Ogni vostra vaghezza. A me, se di vecchiezza La detestata soglia Evitar non impetro, Quando muti questi occhi all'altrui core, E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro Del dì presente più noioso e tetro, Che parrà di tal voglia? Che di quest'anni miei? Che di me stesso? Ahi pentirommi, e spesso, Ma sconsolato, volgerommi indietro.
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Freddi silenti e arcuati Imprevedibili canti dalle rime abbandonate Ghiaccio e neve sulle cime di montagne imponenti Angeli dalle ali spezzate Ingiustamente bruciati nel vizio e nel peccato Organi muti il canto della disperazione. Occhi sbarrati sul mondo.
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Feb 10, 2013
Feb 10, 2013 at 4:25 PM UTC
Untitled
** nel cuore la mesta parola d'un ***** ch'all'uscio mi viene. Una lagrima sparsi, una sola, per tante sue povere pene; e pur quella pensai che vanisse negl'ispidi riccioli ignota: egli alzò le pupille sue fisse, sentendosi molle la gota. E io, quasi chiedendo perdono, gli tersi la stilla smarrita, con un bacio, e ponevo il mio dono tra quelle sue povere dita. Ed allora ne intesi nel cuore la voce che ancora vi sta: Non li voglio: non voglio, signore, che scemi le vostra pietà. E quand'egli già fuor del cancello riprese il solingo sentiero, io sentii, che, il suo grave fardello, godeva a portarselo intiero: e chiamava sua madre, che sorta pareva da nebbie lontane, a vederlo; poi ch'erano, morta lei, morta! Ma lui senza pane.
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Fanciullo Mendico (Canti di Castelvecchio)
Lascerò il momento per durare nella tua eternità senza confini; così io, ombra delicata e fiori di velo ricoperti tra marmi antichi e divorate chiome svolgo il mio passo acceso alle veggenti distese d'erba e anche al tuo passato, uomo dei boschi, che mi sei sereno quanto angosciata è la mia certa vita. E lasciando le docili pasture della ragione voglio smemorarmi nei tuoi canti boschivi, sì che Amore torni al mio seno e mi riaccolga intatta. Forse tu mi hai sentito, quando ferma nel sonno io gridavo il mio rancore contro la vita, e certo mi hai chiamato con lo strumento avido di suoni; per questo, Pan, io vengo e nella corsa perdo il mio velo e mi dimostro ignuda nuda qual sono e non più giovinetta: che amor mi morse dolce come mela, e a me resta di un torsolo disfatto l'amara meraviglia e la dolente consunzione feroce dell'amore, e che altri mi morda più assetato che non Amore che mi toglie e mi tiene.
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Psyche a Pan
Vi arriva il poeta e poi torna alla luce con i suoi canti a li disperde. Di questa poesia mi resta quel nulla d'inesauribile segreto.
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Il Porto Sepolto
C'è il sole Tuona, piove È autunno Dal risveglio al sonno. Le foglie sono secche e passive E i fiori morti e inattivi Più tardi, nevica I vicini della locanda Vedono passare il cervo Tutto il santo giorno E tutta la sera Sentiamo che i nervi stanno cambiando Per dare il benvenuto alla nuova stagione Dove siamo lontani dal raccolto. Puoi sentire da molto lontano Il vento che ronza nel fieno Le vibrazioni non sono monotone Poiché i colibrì delle colline Fanno sentire la loro spettacolare presenza E i poeti con giardini immaginari Descrivono tutto ciò che accade Nella terra dove le masse Restano insensibili e ignoranti E dove i funzionari eletti corrotti si vantano. C'è il sole Tuona, piove È autunno Dal risveglio al sonno. P.S. Traduzione di “The Ancient Canticles Of Autumn”. Questa poesia è dedicata ai miei amici e fan italiani. Copyright © Novembre 2024, Hébert Logerie, Tutti i diritti riservati Hébert Logerie è autore di numerosi libri di poesia.
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Nov 25, 2024
Nov 25, 2024 at 8:45 PM UTC
Gli Antichi Canti Dell'Autunno
O cipresso, che solo e nero stacchi dal vitreo cielo, sopra lo sterpeto irto di cardi e stridulo di biacchi: in te sovente, al tempo delle more, odono i bimbi un pispillìo secreto, come d'un nido che ti sogni in cuore. L'ultima cova. Tu canti sommesso mentre s'allunga l'ombra taciturna nel tristo campo: quasi, ermo cipresso, ella ricerchi tra què bronchi un'urna. Più brevi i giorni, e l'ombra ogni dì meno s'indugia e cerca, irrequieta, al sole; e il sole è freddo e pallido il sereno. L'ombra, ogni sera prima, entra nell'ombra: nell'ombra ove le stelle errano sole. E il rovo arrossa e con le spine ingombra tutti i sentieri, e cadono già roggie le foglie intorno (indifferente oscilla l'ermo cipresso), e già le prime pioggie fischiano, ed il libeccio ulula e squilla. E il tuo nido? Il tuo nido?... Ulula forte il vento e t'urta e ti percuote a lungo: tu sorgi, e resti; simile alla Morte. E il tuo cuore? Il tuo cuore?... Orrida trebbia l'acqua i miei vetri, e là ti vedo lungo, di nebbia nera tra la grigia nebbia. E il tuo sogno? La terra ecco scompare: la neve, muta a guisa del pensiero, cade. Tra il bianco e tacito franare tu stai, gigante immobilmente nero.
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Il cuore del cipresso