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"stanze" poems
in this other side air took other color forms emphasizing details, scanning asymptotes, like hearts burning on pristine snow, of winter coming in october already, even in the sun, in the sun above all, almost red, like the air that took your form, hiding walls and faces, of concealed rooms you make insomniac and abruptly clear away, as you pour them in sealess salt —————————————— Italian version from “Chieti, Scalo”, 2014: asintoti obliqui in quest’altra parte l’aria prese altre forme di colore, insistendo sui dettagli, scandendo asintoti, come cuori bruciati sulla precocissima neve, dell’inverno che viene già di ottobre, anche nel sole, soprattutto nel sole, quasi rosso, come l’aria che ha preso forma di te, celando volti e pareti, di segrete stanze che componi insonne e sparecchi di colpo, versandole in un sale senza mari
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Oct 25, 2014
Oct 25, 2014 at 5:22 PM UTC
Oblique Asymptotes
Nevica a Parigi sugli alberi di carta, sugli addobbi di Natale sgonfi, sui bambini di plastica e sui castelli di latta. Nevica a Parigi una neve fiacca che s’incolla ai cappotti della gente che si trascina per strada con aria distratta. Nevica nei caffè, attraverso i vetri, sui boulevards deserti e sui nostri sguardi tetri. Si colorano di bianco la cupola dell’albergo di lusso, il tettuccio dell’edicola senza giornali, il carretto delle castagne arrosto, il marciapiede su cui scivola una dama e cerca un cantuccio il barbone. Nevica a Parigi, senza ragione, sulle donne e sugli uomini. *** Nevica nei grandi magazzini, nelle chiese vuote e nelle nostre stanze. Sulle autostrade inondate di fango che corrono sopra la città, sulle scarpate coperte d’immondizia e sulle nostre frasi lasciate a metà. Nevica a Parigi sulla terra del parco in cui non attecchirà più l’erba, sulla nostra visione acerba delle cose. Nevica a Parigi come per illusione. *** Nevica perché non ha nessun senso che nevichi, perché siamo in inverno ma non è detto che torni il bel tempo. Nevica sul cemento di chi ha avuto il coraggio di costruire i grattacieli per i grandi e le cabine di comando per gli uomini d’affari dagli occhi stanchi. *** Nevica sui ghetti e sulle città satelliti, sulle lampade al neon dei luna park abbandonati. Nevica, in televisione e al cinema, per i negri, i bianchi, le persone sole e gli alcolizzati. Nevica e le cose si perdono in un pulviscolo. Da un vicolo sbuca un autobus senza autista, da un altro una carrozza trainata da elefanti. In un carosello di fiocchi di neve impazziscono le immagini. Nevica a Parigi sui camposanti. *** Nevica nei bordelli e nelle bettole, nei salotti alla moda, nei negozi degli antiquari e nei quadri che i pittori non hanno fatto a tempo a terminare… Nevica sugli operai stanchi di non lavorare, sulle matrone che si abbandonano alle braccia dei drogati. Nevica sugli ospedali e sugli ammalati. *** Nevica sugli aeroplani e sulla notte, sulle navi e sul vento, sull’eco delle stragi, sul pianto dei feriti e sul rantolo dei moribondi. Nevica a Parigi sul tempo che finisce in un’esplosione di secondi. *** Nevica sulla neve e nevicherà ancora. E’ una neve che a tratti ci sferza e a tratti ci ignora. E’ una neve che spazza via tutto, una neve spietata. Perché a Parigi da oggi nevica nella nostra mente annebbiata.
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Dec 2, 2010
Dec 2, 2010 at 3:04 PM UTC
Nevica a Parigi...
Nevica a Parigi sugli alberi di carta, sugli addobbi di Natale sgonfi, sui bambini di plastica e sui castelli di latta. Nevica a Parigi una neve fiacca che s’incolla ai cappotti della gente che si trascina per strada con aria distratta. Nevica nei caffè, attraverso i vetri, sui boulevards deserti e sui nostri sguardi tetri. Si colorano di bianco la cupola dell’albergo di lusso, il tettuccio dell’edicola senza giornali, il carretto delle castagne arrosto, il marciapiede su cui scivola una dama e cerca un cantuccio il barbone. Nevica a Parigi, senza ragione, sulle donne e sugli uomini. *** Nevica nei grandi magazzini, nelle chiese vuote e nelle nostre stanze. Sulle autostrade inondate di fango che corrono sopra la città, sulle scarpate coperte d’immondizia e sulle nostre frasi lasciate a metà. Nevica a Parigi sulla terra del parco in cui non attecchirà più l’erba, sulla nostra visione acerba delle cose. Nevica a Parigi come per illusione. *** Nevica perché non ha nessun senso che nevichi, perché siamo in inverno ma non è detto che torni il bel tempo. Nevica sul cemento di chi ha avuto il coraggio di costruire i grattacieli per i grandi e le cabine di comando per gli uomini d’affari dagli occhi stanchi. *** Nevica sui ghetti e sulle città satelliti, sulle lampade al neon dei luna park abbandonati. Nevica, in televisione e al cinema, per i negri, i bianchi, le persone sole e gli alcolizzati. Nevica e le cose si perdono in un pulviscolo. Da un vicolo sbuca un autobus senza autista, da un altro una carrozza trainata da elefanti. In un carosello di fiocchi di neve impazziscono le immagini. Nevica a Parigi sui camposanti. *** Nevica nei bordelli e nelle bettole, nei salotti alla moda, nei negozi degli antiquari e nei quadri che i pittori non hanno fatto a tempo a terminare… Nevica sugli operai stanchi di non lavorare, sulle matrone che si abbandonano alle braccia dei drogati. Nevica sugli ospedali e sugli ammalati. *** Nevica sugli aeroplani e sulla notte, sulle navi e sul vento, sull’eco delle stragi, sul pianto dei feriti e sul rantolo dei moribondi. Nevica a Parigi sul tempo che finisce in un’esplosione di secondi. *** Nevica sulla neve e nevicherà ancora. E’ una neve che a tratti ci sferza e a tratti ci ignora. E’ una neve che spazza via tutto, una neve spietata. Perché a Parigi da oggi nevica nella nostra mente annebbiata.
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Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi? Sonavan le quiete stanze, e le vie dintorno, al tuo perpetuo canto, allor che all'opre femminili intenta sedevi, assai contenta di quel vago avvenir che in mente avevi. Era il maggio odoroso: e tu solevi così menare il giorno. Io gli studi leggiadri talor lasciando e le sudate carte, ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte, d'in su i veroni del paterno ostello porgea gli orecchi al suon della tua voce, ed alla man veloce che percorrea la faticosa tela. Mirava il ciel sereno, le vie dorate e gli orti, e quinci il mar da lungi, e quindi il monte. Lingua mortal non dice quel ch'io sentiva in seno. Che pensieri soavi, che speranze, che cori, o Silvia mia! Quale allor ci apparia la vita umana e il fato! Quando sovviemmi di cotanta speme, un affetto mi preme acerbo e sconsolato, e tornami a doler di mia sventura. O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi? Tu pria che l'erbe inaridisse il verno, da chiuso morbo combattuta e vinta, perivi, o tenerella. E non vedevi il fior degli anni tuoi; non ti molceva il core la dolce lode or delle negre chiome, or degli sguardi innamorati e schivi; né teco le compagne ai dì festivi ragionavan d'amore. Anche peria tra poco la speranza mia dolce: agli anni miei anche negaro i fati la giovanezza. Ahi come, come passata sei, cara compagna dell'età mia nova, mia lacrimata speme! Questo è quel mondo? Questi i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi onde cotanto ragionammo insieme? Questa la sorte dell'umane genti? All'apparir del vero tu, misera, cadesti: e con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda mostravi di lontano.
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A Silvia
Silvia, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi? Sonavan le quiete stanze, e le vie dintorno, al tuo perpetuo canto, allor che all'opre femminili intenta sedevi, assai contenta di quel vago avvenir che in mente avevi. Era il maggio odoroso: e tu solevi così menare il giorno. Io gli studi leggiadri talor lasciando e le sudate carte, ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte, d'in su i veroni del paterno ostello porgea gli orecchi al suon della tua voce, ed alla man veloce che percorrea la faticosa tela. Mirava il ciel sereno, le vie dorate e gli orti, e quinci il mar da lungi, e quindi il monte. Lingua mortal non dice quel ch'io sentiva in seno. Che pensieri soavi, che speranze, che cori, o Silvia mia! Quale allor ci apparia la vita umana e il fato! Quando sovviemmi di cotanta speme, un affetto mi preme acerbo e sconsolato, e tornami a doler di mia sventura. O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi? Tu pria che l'erbe inaridisse il verno, da chiuso morbo combattuta e vinta, perivi, o tenerella. E non vedevi il fior degli anni tuoi; non ti molceva il core la dolce lode or delle negre chiome, or degli sguardi innamorati e schivi; né teco le compagne ai dì festivi ragionavan d'amore. Anche peria tra poco la speranza mia dolce: agli anni miei anche negaro i fati la giovanezza. Ahi come, come passata sei, cara compagna dell'età mia nova, mia lacrimata speme! Questo è quel mondo? Questi i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi onde cotanto ragionammo insieme? Questa la sorte dell'umane genti? All'apparir del vero tu, misera, cadesti: e con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda mostravi di lontano.
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Dolce e chiara è la notte e senza vento, E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna. O donna mia, Già tace ogni sentiero, e pei balconi Rara traluce la notturna lampa: Tu dormi, che t'accolse agevol sonno Nelle tue chete stanze; e non ti morde Cura nessuna; e già non sai né pensi Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno Appare in vista, a salutar m'affaccio, E l'antica natura onnipossente, Che mi fece all'affanno. A te la speme Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. Questo dì fu solenne: or dà trastulli Prendi riposo; e forse ti rimembra In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti Piacquero a te: non io, non già ch'io speri, Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo Quanto a viver mi resti, e qui per terra Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi In così verde etate! Ahi, per la via Odo non lunge il solitario canto Dell'artigian, che riede a tarda notte, Dopo i sollazzi, al suo povero ostello; E fieramente mi si stringe il core, A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito Il dì festivo, ed al festivo il giorno Volgar succede, e se ne porta il tempo Ogni umano accidente. Or dov'è il suono Di què popoli antichi? Or dov'è il grido Dè nostri avi famosi, e il grande impero Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio Che n'andò per la terra e l'oceano? Tutto è pace e silenzio, e tutto posa Il mondo, e più di lor non si ragiona. Nella mia prima età, quando s'aspetta Bramosamente il dì festivo, or poscia Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia, Premea le piume; ed alla tarda notte Un canto che s'udia per li sentieri Lontanando morire a poco a poco, Già similmente mi stringeva il core.
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La sera del dì di festa
Dolce e chiara è la notte e senza vento, E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna. O donna mia, Già tace ogni sentiero, e pei balconi Rara traluce la notturna lampa: Tu dormi, che t'accolse agevol sonno Nelle tue chete stanze; e non ti morde Cura nessuna; e già non sai né pensi Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno Appare in vista, a salutar m'affaccio, E l'antica natura onnipossente, Che mi fece all'affanno. A te la speme Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. Questo dì fu solenne: or dà trastulli Prendi riposo; e forse ti rimembra In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti Piacquero a te: non io, non già ch'io speri, Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo Quanto a viver mi resti, e qui per terra Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi In così verde etate! Ahi, per la via Odo non lunge il solitario canto Dell'artigian, che riede a tarda notte, Dopo i sollazzi, al suo povero ostello; E fieramente mi si stringe il core, A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito Il dì festivo, ed al festivo il giorno Volgar succede, e se ne porta il tempo Ogni umano accidente. Or dov'è il suono Di què popoli antichi? Or dov'è il grido Dè nostri avi famosi, e il grande impero Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio Che n'andò per la terra e l'oceano? Tutto è pace e silenzio, e tutto posa Il mondo, e più di lor non si ragiona. Nella mia prima età, quando s'aspetta Bramosamente il dì festivo, or poscia Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia, Premea le piume; ed alla tarda notte Un canto che s'udia per li sentieri Lontanando morire a poco a poco, Già similmente mi stringeva il core.
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Amici ci aspetta una barca e dondola nella luce ove il cielo s'inarca e tocca il mare, volano creature pazze ad amare il viso d'Iddio caldo di speranza in alto in basso cercando affetto in ogni occulta distanza e piangono: noi siamo in terra ma ci potremo un giorno librare esilmente piegare sul seno divino come rose dai muri nelle strade odorose sul ***** che le chiede senza voce. Amici dalla barca si vede il mondo e in lui una verità che precede intrepida, un sospiro profondo dalle foci alle sorgenti; la Madonna dagli occhi trasparenti scende adagio incontro ai morenti, raccoglie il cumulo della vita, i dolori le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita. Le ragazze alla finestra annerita con lo sguardo verso i monti non sanno finire d'aspettare l'avvenire. Nelle stanze la voce materna senza origine, senza profondità s'alterna col silenzio della terra, è bella e tutto par nato da quella.
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Alla vita
why is everyone wanting the same thing but wanting to be different life's to short to not be thankful the ones that passed and the rest to come you never know when your time has come together is one,equal,independent in various ways are so dependent be wise for time will tell but for now i wish you a good farewell.
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Apr 22, 2016
Apr 22, 2016 at 12:27 PM UTC
The Goodbye Stanze
Io lo so d'esser stato sbattuto qua senza una ragione. In questa vita che tutti mi vogliono far credere di vuoto ne è piena. Come stanze vuote di una casa, riempite solo dall'echeggiare della mia voce Uomo che getti la sigaretta usata per strada, abbi rispetto di questo mondo che amo. La tua futilità mescolata alla tua noncuranza mi rende facile la fantasia della tua morte. Un'altra ancora ed io ucciderò te, prima che tu possa continuare col tuo sterminio. Un'altra ancora e ti estirpero' come un chirurgo estirpa il tumore. Una madre sarà per questo mondo la tua morte. Ma io avrò cura di tutta la meraviglia che mi è stata donata senza ragione né merito. La riempirò d'attimi fuggenti, amore e poesie. E con forza difenderò tutto ciò che amo dalla iniquità di voi diffusissimi esseri vuoti.
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May 14, 2018
May 14, 2018 at 4:01 PM UTC
Vitalità