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"dio" poems
No esperaba y no quería Rosas de compasión, Dijiste que eran las gracias Por lo que hemos pasado. Me dio risa. El premio de consolación? Espera, pero tu cara era tierna, Y las rosas si me gustan, Y no fue otra cosa Sólo tristeza; En otra relación hubiera sentido Felicidad y gusto, Pero contigo solo fue Otro recordatorio de que No somos convencionalmente Lo que yo quiero. Pero esas rosas Que yo pensaba despreciar, Esas rosas me salvaron. Yo pude hablar. Y creo que entendimos, Esta vez nos comprendimos Y creo que te alcance, Por fin te llegue.
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Feb 16, 2013
Feb 16, 2013 at 10:50 PM UTC
Rosas
Now just off Fordbridge road lies a wall where Curry plants line up all in a row , their scent wafts past the walls and to the Church where like sung melody of coral song can be heardwhere Christ is Lord . Did you see the robin red ******* capture ? Did you see how it fluttered it’s tiny wings ? One moment captured by walls of brick , and only an open window found this dear Robins rest . What Babylon’s we seek . What red walls we creep , Our prisons we like birds fly in to open windows . Saddam Hussain looked out on Babylon’s ruines from his Palace of opulent wealth , where black angels stalking darkness creep , the arrogance of evil lies the envy of gold . The night the moons light hid the pagans covered their eyes . The hand of Gods writing on the wall . Wine filled goblets of gold ,pleasure , wealth and power to bestow a feast of flesh for all . Cut down with trembling fear , cut down as God is near , Cut down his arsenal to unfold . Oh gates of Babylon of who Dio did sing and who’s gates opened wide. who Alexander the Great and Babylonian blood could not hide  , the might of the Persian army , now lies crumbling in the dust . Then my dear let no Babylon awake and tremble not that God alone should take you’re fear . For our secret love no one may tell , when we meet with beating hearts in our curry planted gardens of love .
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Sep 3, 2018
Sep 3, 2018 at 11:07 AM UTC
Curry planted gardens .
Nella Torre il silenzio era già alto. Sussurravano i pioppi del Rio Salto. I cavalli normanni alle lor poste frangean la biada con rumor di croste. Là in fondo la cavalla era, selvaggia, nata tra i pini su la salsa spiaggia; che nelle froge avea del mar gli spruzzi ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi. Con su la greppia un gomito, da essa era mia madre; e le dicea sommessa: "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; tu capivi il suo cenno ed il suo detto! Egli ha lasciato un figlio giovinetto; il primo d'otto tra miei figli e figlie; e la sua mano non toccò mai briglie. Tu che ti senti ai fianchi l'uragano, tu dai retta alla sua piccola mano. Tu ch'hai nel cuore la marina brulla, tu dai retta alla sua voce fanciulla". La cavalla volgea la scarna testa verso mia madre, che dicea più mesta: "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; lo so, lo so, che tu l'amavi forte! Con lui c'eri tu sola e la sua morte. O nata in selve tra l'ondate e il vento, tu tenesti nel cuore il tuo spavento; sentendo lasso nella bocca il morso, nel cuor veloce tu premesti il corso: adagio seguitasti la tua via, perché facesse in pace l'agonia... " La scarna lunga testa era daccanto al dolce viso di mia madre in pianto. "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; oh! Due parole egli dové pur dire! E tu capisci, ma non sai ridire. Tu con le briglie sciolte tra le zampe, con dentro gli occhi il fuoco delle vampe, con negli orecchi l'eco degli scoppi, seguitasti la via tra gli alti pioppi: lo riportavi tra il morir del sole, perché udissimo noi le sue parole". Stava attenta la lunga testa fiera. Mia madre l'abbracciò su la criniera "O cavallina, cavallina storna, portavi a casa sua chi non ritorna! A me, chi non ritornerà più mai! Tu fosti buona... Ma parlar non sai! Tu non sai, poverina; altri non osa. Oh! ma tu devi dirmi una cosa! Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise: esso t'è qui nelle pupille fise. Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. E tu fa cenno. Dio t'insegni, come". Ora, i cavalli non frangean la biada: dormian sognando il bianco della strada. La paglia non battean con l'unghie vuote: dormian sognando il rullo delle ruote. Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: disse un nome... Sonò alto un nitrito.
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La cavalla storna
Nella Torre il silenzio era già alto. Sussurravano i pioppi del Rio Salto. I cavalli normanni alle lor poste frangean la biada con rumor di croste. Là in fondo la cavalla era, selvaggia, nata tra i pini su la salsa spiaggia; che nelle froge avea del mar gli spruzzi ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi. Con su la greppia un gomito, da essa era mia madre; e le dicea sommessa: "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; tu capivi il suo cenno ed il suo detto! Egli ha lasciato un figlio giovinetto; il primo d'otto tra miei figli e figlie; e la sua mano non toccò mai briglie. Tu che ti senti ai fianchi l'uragano, tu dai retta alla sua piccola mano. Tu ch'hai nel cuore la marina brulla, tu dai retta alla sua voce fanciulla". La cavalla volgea la scarna testa verso mia madre, che dicea più mesta: "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; lo so, lo so, che tu l'amavi forte! Con lui c'eri tu sola e la sua morte. O nata in selve tra l'ondate e il vento, tu tenesti nel cuore il tuo spavento; sentendo lasso nella bocca il morso, nel cuor veloce tu premesti il corso: adagio seguitasti la tua via, perché facesse in pace l'agonia... " La scarna lunga testa era daccanto al dolce viso di mia madre in pianto. "O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; oh! Due parole egli dové pur dire! E tu capisci, ma non sai ridire. Tu con le briglie sciolte tra le zampe, con dentro gli occhi il fuoco delle vampe, con negli orecchi l'eco degli scoppi, seguitasti la via tra gli alti pioppi: lo riportavi tra il morir del sole, perché udissimo noi le sue parole". Stava attenta la lunga testa fiera. Mia madre l'abbracciò su la criniera "O cavallina, cavallina storna, portavi a casa sua chi non ritorna! A me, chi non ritornerà più mai! Tu fosti buona... Ma parlar non sai! Tu non sai, poverina; altri non osa. Oh! ma tu devi dirmi una cosa! Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise: esso t'è qui nelle pupille fise. Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. E tu fa cenno. Dio t'insegni, come". Ora, i cavalli non frangean la biada: dormian sognando il bianco della strada. La paglia non battean con l'unghie vuote: dormian sognando il rullo delle ruote. Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: disse un nome... Sonò alto un nitrito.
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En Sevilla a un sevillano siete hijas le dio Dios, todas siete fueron hembras y ninguna fue varón. A la más chiquita de ellas le llevó la inclinación de ir a servir a la guerra vestidita de varón. Al montar en el caballo la espada se le cayó; por decir, maldita sea, dijo: maldita sea yo. El Rey que la estaba oyendo, de amores se cautivó, -Madre los ojos de Marcos son de hembra, no de varón. -Convídala tú, hijo mío, a los rios a nadar, que si ella fuese hembra no se querrá desnudar. Toditos los caballeros se empiezan a desnudar, y el caballero Don Marcos se ha retirado a llorar. Por qué llora Vd. Don Marcos por qué debo de llorar, por un falso testimonio que me quieren levantar. No llores alma querida no llores mi corazón, que eso que tú tanto sientes, eso lo deseo yo.
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Romance de la doncella guerrera
Una nuvola arriva e copre, Un ombra davanti al sole Dalle tenebre Diffonde la luce Ha le forme di un tocco angelico Forse un dio, premuroso, O un suo messaggero, Che abbaglia gli indifferenti Ti avrò pensata una, due volte, O forse cento o forse mille Ogni volta era pura magia Con le tue braccia a me avvolte Ti avrò pensata urlando, Piangendo e mentre ero felice. Allo specchio mi son detto, Rifarei tutto quel che andiam sognando
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Apr 23, 2023
Apr 23, 2023 at 8:14 PM UTC
Pensieri che volano
Aquel el dolor sigue presente, Logró marcar un precedente… Y hoy, hoy sigues mal… Aquel recuerdo esta en tu mente, Como si fuera ayer lo sientes… Y hoy, hoy sigues mal… Confiabas en el tiempo como aliado para sanar tus heridas… Mientras vives encerrado en el recuerdo y no encuentras la salida… **Y te destruye como el veneno que gota a gota llena la tasa… Y la amargura es como un trueno que estremece toda tu casa… Y la venganza entro en acción pero aquí te presento el perdón… "Porque el perdón es…" Es más que un sentimiento, es más que una emoción El tiempo no te ayuda, tuya es la de decisión… Enfrenta ese tormento, y sal de esa prisión Porque no fue tu culpa, otorga el perdón...** Aquello que pasó, aquel suceso duro te marcó Pensaste que lo habías olvidado pero no Que ya no te afectaba ni pasaba por tu mente Pero volvió a afectarte y todavía está latente… Desde aquel momento has continuado por la vida Esperando que sea el tiempo el que sane las heridas A veces lo has recordado y con nada de templanza Haz pensando en la opción de acudir a la venganza… Si, fue doloroso, no fue nada bueno Pero el resentimiento es similar a un veneno Que gota a gota tomas para no enfrentar la pena Pero termina contigo te destruye y te envenena… Como tóxico que acaba con el alma y corazón Que te presenta el odio como una gran opción Pero al final tú eres quien recibe la aflicción Pues se enfermó tu cuerpo por la falta de perdón… **Y te destruye como el veneno que gota a gota llena la tasa… Y la amargura es como un trueno que estremece toda tu casa… Y la venganza entro en acción pero aquí te presento el perdón… "Porque el perdón es…" Es más que un sentimiento, es más que una emoción El tiempo no te ayuda, tuya es la de decisión… Enfrenta ese tormento, y sal de esa prisión Porque no fue tu culpa, otorga el perdón...** Perdona y saca todo veneno guardado Permite la salida del rencor acumulado Perdona, reacciona y regresa al presente Lo que pasó se fue ya no lo tengas pendiente Quizás hayas pensado que no hay una razón Que no fuiste culpable de lo de tu corazón… Pero en ocasiones el perdón por algo trágico Habrá que darlo aunque suene ilógico Como aquel caballero que por ti fue mal herido Tomando tu lugar te dio un regalo inmerecido… No suena razonable tampoco apetecible Pero te perdonó y hoy por eso tú eres libre Y que mejor ejemplo que la vida de Jesús Que no tenia que hacerlo; pero en una cruz Llevó toda la culpa que agobió su corazón Pero con todo y eso recibiste su perdón… **Y te destruye como el veneno que gota a gota llena la tasa… Y la amargura es como un trueno que estremece toda tu casa… Y la venganza entro en acción pero aquí te presento el perdón… "Porque el perdón es…" Es más que un sentimiento, es más que una emoción El tiempo no te ayuda, tuya es la de decisión… Enfrenta ese tormento, y sal de esa prisión Porque no fue tu culpa, otorga el perdón...**
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Nov 19, 2014
Nov 19, 2014 at 8:18 PM UTC
El perdon by Alex Zurdo (Forgiveness)
Aquel el dolor sigue presente, Logró marcar un precedente… Y hoy, hoy sigues mal… Aquel recuerdo esta en tu mente, Como si fuera ayer lo sientes… Y hoy, hoy sigues mal… Confiabas en el tiempo como aliado para sanar tus heridas… Mientras vives encerrado en el recuerdo y no encuentras la salida… **Y te destruye como el veneno que gota a gota llena la tasa… Y la amargura es como un trueno que estremece toda tu casa… Y la venganza entro en acción pero aquí te presento el perdón… "Porque el perdón es…" Es más que un sentimiento, es más que una emoción El tiempo no te ayuda, tuya es la de decisión… Enfrenta ese tormento, y sal de esa prisión Porque no fue tu culpa, otorga el perdón...** Aquello que pasó, aquel suceso duro te marcó Pensaste que lo habías olvidado pero no Que ya no te afectaba ni pasaba por tu mente Pero volvió a afectarte y todavía está latente… Desde aquel momento has continuado por la vida Esperando que sea el tiempo el que sane las heridas A veces lo has recordado y con nada de templanza Haz pensando en la opción de acudir a la venganza… Si, fue doloroso, no fue nada bueno Pero el resentimiento es similar a un veneno Que gota a gota tomas para no enfrentar la pena Pero termina contigo te destruye y te envenena… Como tóxico que acaba con el alma y corazón Que te presenta el odio como una gran opción Pero al final tú eres quien recibe la aflicción Pues se enfermó tu cuerpo por la falta de perdón… **Y te destruye como el veneno que gota a gota llena la tasa… Y la amargura es como un trueno que estremece toda tu casa… Y la venganza entro en acción pero aquí te presento el perdón… "Porque el perdón es…" Es más que un sentimiento, es más que una emoción El tiempo no te ayuda, tuya es la de decisión… Enfrenta ese tormento, y sal de esa prisión Porque no fue tu culpa, otorga el perdón...** Perdona y saca todo veneno guardado Permite la salida del rencor acumulado Perdona, reacciona y regresa al presente Lo que pasó se fue ya no lo tengas pendiente Quizás hayas pensado que no hay una razón Que no fuiste culpable de lo de tu corazón… Pero en ocasiones el perdón por algo trágico Habrá que darlo aunque suene ilógico Como aquel caballero que por ti fue mal herido Tomando tu lugar te dio un regalo inmerecido… No suena razonable tampoco apetecible Pero te perdonó y hoy por eso tú eres libre Y que mejor ejemplo que la vida de Jesús Que no tenia que hacerlo; pero en una cruz Llevó toda la culpa que agobió su corazón Pero con todo y eso recibiste su perdón… **Y te destruye como el veneno que gota a gota llena la tasa… Y la amargura es como un trueno que estremece toda tu casa… Y la venganza entro en acción pero aquí te presento el perdón… "Porque el perdón es…" Es más que un sentimiento, es más que una emoción El tiempo no te ayuda, tuya es la de decisión… Enfrenta ese tormento, y sal de esa prisión Porque no fue tu culpa, otorga el perdón...**
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There is always Orpheus, where there is a song, There are always veins, where there is love, And they are always bursting with so much grief, Pero il cielo è sempre piu blu quando sono con te. Dio is an enveloping death, nature consumes and embraces, Inertia, an ally among us there, the smile of an ending here, But all endings, always ora, orbiting our feigned vita, Ma, il vero sole esce per giocare, solo alla fine.
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Feb 19, 2023
Feb 19, 2023 at 11:46 AM UTC
Solo alla fine
Estas alas se forjaron a partir de la esperanza de que el universo me dio cuando estábamos juntos. Con la estructura de la persistencia y las plumas de la Esperanza. Pero como Ícaro y sus alas improvisadas, Las mías no estaban destinas para sobrevivir para siempre. El tiempo ha estado actuando como el sol. A pesar que lucho para volver a lo que en un tiempo fuimos . Elevándome a través de innumerables erupciones solares me doy cuenta de que mis plumas se están desvaneciendo, pero mi estructura no lo es. Sin embargo, la persistencia no me mantendrá en el cielo. tarde o temprano caerá. Llegando a tus labios o al haber perdido toda mi esperanza.
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Nov 15, 2012
Nov 15, 2012 at 12:25 AM UTC
icarus
La prima volta che vi ** visto, Vi ** amato con ogni cellula del mio essere. Questo sentimento mi ha diviso il cuore E ** avuto bisogno di proteggervi! Quando ** tenuto la mano Il calore della vostra pelle Mi ha dato un sorriso Brillava come le stelle! Dal momento in cui avete l'aperto gli occhi Avete vissuto nel mio cuore Poi quando ** sentito il pianto Volevo prendere il vostro dolore! Finché Dio non ci separi.   Mx
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Mar 10, 2017
Mar 10, 2017 at 8:36 AM UTC
Un Messaggio Alle Mie Figlie!
Selfless service. Ego-less existence. Robes Unwearable to mortal Men, yet their colours are Worth adopting onto One's own everyday Fatigues. I sit with one eye Closed wherever I am, wondering Whether this snake uncoiling Within me is Kundalini awakening To tell me that Dio's Stand Up And Shout is not a mantra, Or just some sense of knowing That I have not a single reason to Smile. Until I Smile.
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Jun 30, 2014
Jun 30, 2014 at 12:19 AM UTC
Kundalini
Anni fa, ti ** scritto una poesia d'amore. Occhi nebbiosa e luminoso, mi hai sorriso. Ma negli abissi del profondo la mia coscienza mi ha urlato. Sa che abbiate mai svanire proprio come il resto perché sono un casino maledetto dio.
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Jan 16, 2013
Jan 16, 2013 at 3:22 PM UTC
Per ora mi siedo e aspetto
Hace un mes que te dije No podía esperarte más. Y el abismo entre nosotros tragó: las plumas, los sonidos, y la lengua que querría cantar. Eras un pájaro con ojos cerrados. Las alas de mi mente Golpeaban el aire tranquilo Dónde no podía encontrarte Sino tu canción vacía sin amor. Me encuentro a mí mismo En el campo: me siento muy seca y sola pero sabia. Siempre me llevaban las alas Al norte, afuera, al norte Donde oigo la canción de mi pueblo, De la gente que no me ha dejado Por nada, aunque llueve. Hace un mes que me dio cuenta De otra forma de ser, cercano. Me ha tocado como las suspiras Del árbol que tiene hojas con la riqueza de los ojos cafés del chico distinto aquí: Mirándome, hasta que debo salir. Otra vez salgo con las alas Afuera de lo que conozco Porque, como un pájaro del otoño, El viento fresco me hacen una seña que yo debería olvidarme las hojas y los ojos porque ellos se caen siempre de los árboles a la tierra dura: Mirándome, hasta que te caes también.
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Oct 17, 2012
Oct 17, 2012 at 1:42 AM UTC
Hojas y Ojos
Yo la amé, y era de otro, que también la quería. Perdónala Señor, porque la culpa es mía. Después de haber besado sus cabellos de trigo, nada importa la culpa, pues no importa el castigo. Fue un pecado quererla, Señor, y, sin embargo mis labios están dulces por ese amor amargo. Ella fue como un agua callada que corría... Si es culpa tener sed, toda la culpa es mía. Perdónala Señor, tú que le diste a ella su frescura de lluvia y esplendor de estrella. Su alma era transparente como un vaso vacío. Yo lo llené de amor. Todo el pecado es mío. Pero, ¿cómo no amarla, si tú hiciste que fuera turbadora y fragante como la primavera? ¿Cómo no haberla amado, si era como el rocío sobre la yerba seca y ávida del estío? Traté de rechazarla, Señor, inútilmente, como un surco que intenta rechazar la simiente. Era de otro. Era de otro, que no la merecía, y por eso, en sus brazos, seguía siendo mía. Era de otro, Señor. Pero hay cosas sin dueño: Las rosas y los ríos, y el amor y el ensueño. Y ella me dio su amor como se da una rosa, como quien lo da todo, dando tan poca cosa... Una embriaguez extraña nos venció poco a poco: ella no fue culpable, Señor... ¡ni yo tampoco! La culpa es toda tuya, porque la hiciste bella y me diste los ojos para mirarla a ella. Toda la culpa es tuya, pues me hiciste cobarde 1 para matar un sueño porque llegaba tarde. 1 Sí. Nuestra culpa es tuya, si es una culpa amar 2 y si es culpable un río cuando corre hacia el mar. Es tan bella, Señor, y es tan suave, y tan clara, que sería un pecado mayor si no la amara. 3 Y, por eso, perdóname, Señor, porque es tan bella, que tú que hiciste el agua, y la flor, y la estrella, tú, que oyes el lamento de este dolor sin nombre, ¡tú también la amarías, si pudieras ser hombre!
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Poema de la culpa
Yo la amé, y era de otro, que también la quería. Perdónala Señor, porque la culpa es mía. Después de haber besado sus cabellos de trigo, nada importa la culpa, pues no importa el castigo. Fue un pecado quererla, Señor, y, sin embargo mis labios están dulces por ese amor amargo. Ella fue como un agua callada que corría... Si es culpa tener sed, toda la culpa es mía. Perdónala Señor, tú que le diste a ella su frescura de lluvia y esplendor de estrella. Su alma era transparente como un vaso vacío. Yo lo llené de amor. Todo el pecado es mío. Pero, ¿cómo no amarla, si tú hiciste que fuera turbadora y fragante como la primavera? ¿Cómo no haberla amado, si era como el rocío sobre la yerba seca y ávida del estío? Traté de rechazarla, Señor, inútilmente, como un surco que intenta rechazar la simiente. Era de otro. Era de otro, que no la merecía, y por eso, en sus brazos, seguía siendo mía. Era de otro, Señor. Pero hay cosas sin dueño: Las rosas y los ríos, y el amor y el ensueño. Y ella me dio su amor como se da una rosa, como quien lo da todo, dando tan poca cosa... Una embriaguez extraña nos venció poco a poco: ella no fue culpable, Señor... ¡ni yo tampoco! La culpa es toda tuya, porque la hiciste bella y me diste los ojos para mirarla a ella. Toda la culpa es tuya, pues me hiciste cobarde 1 para matar un sueño porque llegaba tarde. 1 Sí. Nuestra culpa es tuya, si es una culpa amar 2 y si es culpable un río cuando corre hacia el mar. Es tan bella, Señor, y es tan suave, y tan clara, que sería un pecado mayor si no la amara. 3 Y, por eso, perdóname, Señor, porque es tan bella, que tú que hiciste el agua, y la flor, y la estrella, tú, que oyes el lamento de este dolor sin nombre, ¡tú también la amarías, si pudieras ser hombre!
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Ditch ewe sea Mai poem? Eye sore year phlegm on yootoob! Knot of ill my mean, Ice awe yore fitty oh on yewtwoob! No won you sis Phil mini moor... Aisle Ike did the Bell eve id Dio. **** wear wuss aye at? Cuss ein owe fur sheer. God Knowed out debt Hugh phlegmed me giddy Nth arc are! Wail? Watt Chew say a bow to that? Weight. Whole Don. Dead Yew sin sir writ? Sense err meow tough fit? High share open aught! Bay bee! Hi muss tar!!!
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Jul 27, 2014
Jul 27, 2014 at 9:18 PM UTC
Yessed Ear
Apretó las esquirlas de sol entre los dedos como si modelase la mañana con ellos. En el puente de Brooklyn. La luz quita a las cosas su densidad, su peso. Alas les da: que sean criaturas del viento. Luces les da: que moje sus frentes el misterio. En el puente de Brooklyn. Una mujer le entrega un periódico: «Léalo, es importante. Mire las aguas: llevan muertos». ¿Muertos? Mira las aguas. Son sólo un curso ***** En el puente de Brooklyn. Un curso ***** y frío y silencioso, pero bajo la superficie laten playas y cielos, laderas con encinas, cales y cementerios. «Mire las aguas: llevan muertos». (Pero otros muertos). En el puente de Brooklyn. Se entreabre el río. Muestra las entrañas del tiempo. Revive lo vivido, rescata lo pretérito. «Mire los muertos. Lea lo que dice...» (Sus muertos..., su corazón, debajo del agua, en el silencio...) No ve: recuerda sólo. Se ve a sí mismo muerto. ¿Cómo decir que ha sido quien dio figura al fuego, quien lloró por Aquiles, el de los pies ligeros; quien besara en la boca a Julieta Capuleto? En el puente de Brooklyn. ¿Mendigo de qué mundo? ¿Errante por qué tiempo marchito? La mujer se va desvaneciendo. En el puente de Brooklyn.
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Canción del ensimismado en el puente de brooklyn
Alta sobre la tierra te pusieron, dura, hermosa araucaria de los australes montes, torre de Chile, ***** del territorio verde, pabellón del invierno, nave de la fragancia. Ahora, sin embargo, no por bella te canto, sino por el racimo de tu especie, por tu fruta cerrada, por tu piñón abierto. Antaño, antaño fue cuando sobre los indios se abrió como una rosa de madera el colosal puñado de tu puño, y dejó sobre la mojada tierra los piñones: harina, pan silvestre del indomable Arauco. Ved la guerra: armados los guerreros de Castilla y sus caballos de galvánicas crines y frente a ellos el grito de los desnudos héroes, voz del fuego, cuchillo de dura piedra parda, lanzas enloquecidas en el bosque, tambor, tambor sagrado, y adentro de la selva el silencio, la muerte replegándose, la guerra. Entonces, en el último bastión verde, dispersas por la fuga, las lanzas de la selva se reunieron bajo las araucarias espinosas. La cruz, la espada, el hambre iban diezmando la familia salvaje. Terror, terror de un golpe de herraduras, latido de una hoja, viento, dolor y lluvia. De pronto se estremeció allá arriba la araucaria araucana, sus ilustres raíces, las espinas hirsutas del poderoso pabellón tuvieron un movimiento ***** de batalla: rugió como una ola de leones todo el follaje de la selva dura y entonces cayó una marejada de piñones: los anchos estuches se rompieron contra la tierra, contra la piedra defendida y desgranaron su fruta, el pan postrero de la patria. Así la Araucanía recompuso sus lanzas de agua y oro, zozobraron los bosques bajo el silbido del valor resurrecto y avanzaron las cinturas violentas como rachas, las plumas incendiarias del Cacique: piedra quemada y flecha voladora atajaron al invasor de hierro en el camino. Araucaria, follaje de bronce con espinas, gracias te dio la ensangrentada estirpe, gracias te dio la tierra defendida, gracias, pan de valientes, alimento escondido en la mojada aurora de la patria: corona verde, pura madre de los espacios, lámpara del frío territorio, hoy dame tu luz sombría, la imponente seguridad enarbolada sobre tus raíces y abandona en mi canto la herencia y el silbido del viento que te toca, del antiguo y huracanado viento de mi patria. Deja caer en mi alma tus granadas para que las legiones se alimenten de tu especie en mi canto. Árbol nutricio, entrégame la terrenal argolla que te amarra a la entraña lluviosa de la tierra, entrégame tu resistencia, el rostro y las raíces firmes contra la envidia, la invasión, la codicia, el desacato. Tus armas deja y vela sobre mi corazón, sobre los míos, sobre los hombros de los valerosos, porque a la misma luz de hojas y aurora, arenas y follajes, yo voy con las banderas al llamado profundo de mi pueblo! Araucaria araucana, aquí me tienes!
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Oda a la araucaria araucana
Alta sobre la tierra te pusieron, dura, hermosa araucaria de los australes montes, torre de Chile, ***** del territorio verde, pabellón del invierno, nave de la fragancia. Ahora, sin embargo, no por bella te canto, sino por el racimo de tu especie, por tu fruta cerrada, por tu piñón abierto. Antaño, antaño fue cuando sobre los indios se abrió como una rosa de madera el colosal puñado de tu puño, y dejó sobre la mojada tierra los piñones: harina, pan silvestre del indomable Arauco. Ved la guerra: armados los guerreros de Castilla y sus caballos de galvánicas crines y frente a ellos el grito de los desnudos héroes, voz del fuego, cuchillo de dura piedra parda, lanzas enloquecidas en el bosque, tambor, tambor sagrado, y adentro de la selva el silencio, la muerte replegándose, la guerra. Entonces, en el último bastión verde, dispersas por la fuga, las lanzas de la selva se reunieron bajo las araucarias espinosas. La cruz, la espada, el hambre iban diezmando la familia salvaje. Terror, terror de un golpe de herraduras, latido de una hoja, viento, dolor y lluvia. De pronto se estremeció allá arriba la araucaria araucana, sus ilustres raíces, las espinas hirsutas del poderoso pabellón tuvieron un movimiento ***** de batalla: rugió como una ola de leones todo el follaje de la selva dura y entonces cayó una marejada de piñones: los anchos estuches se rompieron contra la tierra, contra la piedra defendida y desgranaron su fruta, el pan postrero de la patria. Así la Araucanía recompuso sus lanzas de agua y oro, zozobraron los bosques bajo el silbido del valor resurrecto y avanzaron las cinturas violentas como rachas, las plumas incendiarias del Cacique: piedra quemada y flecha voladora atajaron al invasor de hierro en el camino. Araucaria, follaje de bronce con espinas, gracias te dio la ensangrentada estirpe, gracias te dio la tierra defendida, gracias, pan de valientes, alimento escondido en la mojada aurora de la patria: corona verde, pura madre de los espacios, lámpara del frío territorio, hoy dame tu luz sombría, la imponente seguridad enarbolada sobre tus raíces y abandona en mi canto la herencia y el silbido del viento que te toca, del antiguo y huracanado viento de mi patria. Deja caer en mi alma tus granadas para que las legiones se alimenten de tu especie en mi canto. Árbol nutricio, entrégame la terrenal argolla que te amarra a la entraña lluviosa de la tierra, entrégame tu resistencia, el rostro y las raíces firmes contra la envidia, la invasión, la codicia, el desacato. Tus armas deja y vela sobre mi corazón, sobre los míos, sobre los hombros de los valerosos, porque a la misma luz de hojas y aurora, arenas y follajes, yo voy con las banderas al llamado profundo de mi pueblo! Araucaria araucana, aquí me tienes!
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Il dio è il miei testimone e guida, Sister Maria, the refectorian, had said, Sister Teresa remembered walking passed the refectory, touching the wall with her fingers. God is my witness and guide, she translated, feeling the rough brick beneath her fingers. She stood; turned to look at the cloister garth. Sunlight played on the grass. Flowers added colour to borders and eyes, she thought, letting go of Maria's words as if they were balloons. Ache in limbs; a slowness in her movements. Age, she muttered inaudibly. The war had taken her cousin's sons in death. Two of them. Peter and Paul. Burma and D-day. Three years or more since. She brought hands together beneath the black serge of her habit. Flesh on flesh. Sister Clare had touched. Not over much, not over much. Papa would lift her high in his arms as a child, she mused, her memory jogged by the sunlight on the flowers. Higher and higher. Poor Papa. The spidery writing unreadable in the end. She sniffed the air. Bell rang from church tower. Sext. She looked at the clock on the cloister-tower wall. Lowered her eyes to the grass. So many greens. Jude had lain with her once or was it more? She mused, turning away from cloister wall and the sight of grass and flowers. Thirty years since he died. Blown to pieces Papa had written. Black ink on white paper sheet. Flesh on flesh; kiss to lip and lip. She paused by church door; allowed younger nuns to pass; so young these days, she thought, bowing, nodding her head. Placing her stiff fingers in the stoup, she made cross from breast to breast. Smell of incense; scent of wood; bodies close; age and time. She walked to her place in the choir stall, bowed to Crucified tabernacled. Kneeled. Closed eyes. Murmured prayer. Heard the rustle of habits; clicking of rosaries; breathing close. Opened eyes. Sister Clare across the way. A nod and a smile, almost indiscernible to others, she thought, returning the same. Mother Abbess tapped wood on wood; chant began; fingers moved; sign of cross; mumbled words. Forty years of prayer and chant; same such of fingered rosaries; hard beds; dark night of soul and such. She sensed Papa lifting her high in thought at least; Mama's touch on cheek and head. Jude's kiss. Embrace of limbs and face. Il dio è il miei testimone e guida, she recalled: God my witness and guide. Closed eyes. Sighed. Sister Clare had cried; had whispered; witness and guide; witness this and guide, she murmured between chant, prayer, and the scent of incense on the air.
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Nov 26, 2013
Nov 26, 2013 at 1:23 PM UTC
SEXT 1947. (PROSE POEM)
Il dio è il miei testimone e guida, Sister Maria, the refectorian, had said, Sister Teresa remembered walking passed the refectory, touching the wall with her fingers. God is my witness and guide, she translated, feeling the rough brick beneath her fingers. She stood; turned to look at the cloister garth. Sunlight played on the grass. Flowers added colour to borders and eyes, she thought, letting go of Maria's words as if they were balloons. Ache in limbs; a slowness in her movements. Age, she muttered inaudibly. The war had taken her cousin's sons in death. Two of them. Peter and Paul. Burma and D-day. Three years or more since. She brought hands together beneath the black serge of her habit. Flesh on flesh. Sister Clare had touched. Not over much, not over much. Papa would lift her high in his arms as a child, she mused, her memory jogged by the sunlight on the flowers. Higher and higher. Poor Papa. The spidery writing unreadable in the end. She sniffed the air. Bell rang from church tower. Sext. She looked at the clock on the cloister-tower wall. Lowered her eyes to the grass. So many greens. Jude had lain with her once or was it more? She mused, turning away from cloister wall and the sight of grass and flowers. Thirty years since he died. Blown to pieces Papa had written. Black ink on white paper sheet. Flesh on flesh; kiss to lip and lip. She paused by church door; allowed younger nuns to pass; so young these days, she thought, bowing, nodding her head. Placing her stiff fingers in the stoup, she made cross from breast to breast. Smell of incense; scent of wood; bodies close; age and time. She walked to her place in the choir stall, bowed to Crucified tabernacled. Kneeled. Closed eyes. Murmured prayer. Heard the rustle of habits; clicking of rosaries; breathing close. Opened eyes. Sister Clare across the way. A nod and a smile, almost indiscernible to others, she thought, returning the same. Mother Abbess tapped wood on wood; chant began; fingers moved; sign of cross; mumbled words. Forty years of prayer and chant; same such of fingered rosaries; hard beds; dark night of soul and such. She sensed Papa lifting her high in thought at least; Mama's touch on cheek and head. Jude's kiss. Embrace of limbs and face. Il dio è il miei testimone e guida, she recalled: God my witness and guide. Closed eyes. Sighed. Sister Clare had cried; had whispered; witness and guide; witness this and guide, she murmured between chant, prayer, and the scent of incense on the air.
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Manuel del Río, natural de España, ha fallecido el sábado 11 de mayo, a consecuencia de un accidente. Su cadáver está tendido en D'Agostino Funeral Home. Haskell. New Jersey. Se dirá una misa cantada a las 9,30 en St. Francis. Es una historia que comienza con sol y piedra, y que termina sobre una mesa, en D'Agostino, con flores y cirios eléctricos. Es una historia que comienza en una orilla del Atlántico. Continúa en un camarote de tercera, sobre las olas -sobre las nubes- de las tierras sumergidas ante Poseidón. Halla en América su término con una grúa y una clínica, con una esquela y una misa cantada, en la iglesia de St. Francis. Al fin y al cabo, cualquier sitio da lo mismo para morir: el que se aroma de romero, el tallado en piedra o en nieve, el empapado de petróleo. Da lo mismo que un cuerpo se haga piedra, petróleo, nieve, aroma. Lo doloroso no es morir acá o allá...                   Requiem æternam, Manuel del Río. Sobre el mármol en D'Agostino, pastan toros de España, Manuel, y las flores (funeral de segunda, caja que huele a abetos del invierno) cuarenta dólares. Y han puesto unas flores artificiales entre las otras que arrancaron al jardín... Libera me domine de morte æterna... Cuando mueran James o Jacob verán las flores que pagaron Giulio o Manuel... Ahora descienden a tus cumbres garras de águila. Dies irae. Lo doloroso no es morir Dies illa acá o allá; sino sin gloria...                       Tus abuelos fecundaron la tierra toda, la empaparon de la aventura. Cuando caía un español se mutilaba el Universo. Los velaban no en D'Agostino Funeral Home, sino entre hogueras, entre caballos y armas. Héroes para siempre. Estatuas de rostro borrado. Vestidos aún sus colores de papagayo, de poder y de fantasía. Él no ha caído así. No ha muerto por ninguna locura hermosa. (Hace mucho que el español muere de anónimo y cordura, o en locuras desgarradoras entre hermanos: cuando acuchilla pellejos de vino derrama sangre fraterna). Vino un día porque su tierra es pobre. El Mundo, Liberanos Domine, es patria. Y ha muerto. No fundó ciudades. No dio su nombre a un mar. No hizo más que morir por diecisiete dólares (él los pensaría en pesetas). Requiem æternam. Y en D'Agostino lo visitan los polacos, los irlandeses, los españoles, los que mueren en el week-end.                         Requiem æternam. Definitivamente todo ha terminado. Su cadáver está tendido en D'Agostino Funeral Home. Haskell. New Jersey. Se dirá una misa cantada por su alma.                   Me he limitado a reflejar aquí una esquela de un periódico de New York. Objetivamente. Sin vuelo en el verso. Objetivamente. Un español como millones de españoles. No he dicho a nadie que estuve a punto de llorar.
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Réquiem
Manuel del Río, natural de España, ha fallecido el sábado 11 de mayo, a consecuencia de un accidente. Su cadáver está tendido en D'Agostino Funeral Home. Haskell. New Jersey. Se dirá una misa cantada a las 9,30 en St. Francis. Es una historia que comienza con sol y piedra, y que termina sobre una mesa, en D'Agostino, con flores y cirios eléctricos. Es una historia que comienza en una orilla del Atlántico. Continúa en un camarote de tercera, sobre las olas -sobre las nubes- de las tierras sumergidas ante Poseidón. Halla en América su término con una grúa y una clínica, con una esquela y una misa cantada, en la iglesia de St. Francis. Al fin y al cabo, cualquier sitio da lo mismo para morir: el que se aroma de romero, el tallado en piedra o en nieve, el empapado de petróleo. Da lo mismo que un cuerpo se haga piedra, petróleo, nieve, aroma. Lo doloroso no es morir acá o allá...                   Requiem æternam, Manuel del Río. Sobre el mármol en D'Agostino, pastan toros de España, Manuel, y las flores (funeral de segunda, caja que huele a abetos del invierno) cuarenta dólares. Y han puesto unas flores artificiales entre las otras que arrancaron al jardín... Libera me domine de morte æterna... Cuando mueran James o Jacob verán las flores que pagaron Giulio o Manuel... Ahora descienden a tus cumbres garras de águila. Dies irae. Lo doloroso no es morir Dies illa acá o allá; sino sin gloria...                       Tus abuelos fecundaron la tierra toda, la empaparon de la aventura. Cuando caía un español se mutilaba el Universo. Los velaban no en D'Agostino Funeral Home, sino entre hogueras, entre caballos y armas. Héroes para siempre. Estatuas de rostro borrado. Vestidos aún sus colores de papagayo, de poder y de fantasía. Él no ha caído así. No ha muerto por ninguna locura hermosa. (Hace mucho que el español muere de anónimo y cordura, o en locuras desgarradoras entre hermanos: cuando acuchilla pellejos de vino derrama sangre fraterna). Vino un día porque su tierra es pobre. El Mundo, Liberanos Domine, es patria. Y ha muerto. No fundó ciudades. No dio su nombre a un mar. No hizo más que morir por diecisiete dólares (él los pensaría en pesetas). Requiem æternam. Y en D'Agostino lo visitan los polacos, los irlandeses, los españoles, los que mueren en el week-end.                         Requiem æternam. Definitivamente todo ha terminado. Su cadáver está tendido en D'Agostino Funeral Home. Haskell. New Jersey. Se dirá una misa cantada por su alma.                   Me he limitado a reflejar aquí una esquela de un periódico de New York. Objetivamente. Sin vuelo en el verso. Objetivamente. Un español como millones de españoles. No he dicho a nadie que estuve a punto de llorar.
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El es…. no lo se, tal vez es el aroma de aquel café con vainilla ese día blanco; ese instante que dio vueltas en mi cabeza y el ni en cuenta….tal vez es el sabor a tequila y el latido de su corazón y el piso frió…tal vez es sabor a menta, o una canción punk…o tal vez es el dolor que me gusta mas, o el placer que duele tanto….tal vez es el amor de mi vida, o otra historia que contar….tal vez es su altura, la forma que se sienta, su cuerpo largo y yo tan pequeña…tal vez es sus ojos, sus pestañas, su nariz…tal vez es su dolor, y el mio, tal vez es su debilidad, y la mía…tal vez es una cerveza y un cigarrillo nervioso, o un buen whisky para relajar…. quizás sea simplemente ese ultimo beso, pasión, calor…..tal vez es el sueño que ya no me llega, las horas sin dormir…tal vez sea cada lagrima que callo, tal vez. Tal vez, el es simplemente un anhelo mas.
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Jan 8, 2013
Jan 8, 2013 at 12:54 AM UTC
El es.
Estas alas se forjaron a partir de la esperanza de que el universo me dio cuando estábamos juntos. Con la estructura de la persistencia y las plumas de la Esperanza. Pero como Ícaro y sus alas improvisadas, Las mías no estaban destinas para sobrevivir para siempre. El tiempo ha estado actuando como el sol. A pesar de que lucho para volver a lo que en un tiempo fuimos . Elevándome a través de innumerables erupciones solares me doy cuenta de que mis plumas se están desvaneciendo, pero mi estructura no lo es. Sin embargo, la persistencia no me mantendrá en el cielo. tarde o temprano caerá. Llegando a tus labios o al haber perdido toda mi esperanza.
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Nov 19, 2012
Nov 19, 2012 at 2:09 PM UTC
icarus
bajo la aparente obscuridad, el rojo nacarado de tus labios, me otorgo tu luz entre los mustios y ciegos besos de fuego, tu absorbiste mi obscuridad no hubo magia, fue, solo eso, dos entes oscuros, absorbiendo luz, una bestia con cabeza de loewe, azolado y atormentado, por su dolor. entre la perdida y el desdén, y con el deseo, pegados en su piel. la luz en la oscuridad absoluta, años buscando esa piel de seda, aquellos labios dulces como miel esos labios sedosos y olorosos, de una sombra hermosa,  una leona en la oscuridad y quien sabrá, solo la oscuridad, sobre esa piel de seda, que otorgo luz en una noche oscura. un loewe cualquiera, el descendiente, perdido, buscando la manera, y aquella piel de seda, de  miel oro y fuego. un *** perdido en la sombra, buscando aquella piel de seda, que como gracia divina, o como favor de dioses amigos. me encontró,  atrapo y amo en la sombra, justo antes del amanecer, dando vida, al corazón ennegrecido y el influjo de vida, de fuerza, para resistir a mis embates, controlándose tierna mente sin asustarse de mis rugidos, solo el fuego hermoso que me dio con sus labios nacarados con sus labios de mujer, una fiera hermosa con piel de seda, perfumada, y hermosa, una musa en la sombra resistiendo tierna mente a los embates, de la bestia sedienta de su **** de su sangre besando su piel milímetro a milímetro. aquella sombra hermosa, con piel de seda labios nacarados, resistió, aunque solo deseaba yacer junto a esta bestia, sedienta de su cuerpo, sus labios,sus piernas infinitas, su **** de muer hermosa, la bella y dulce leoncilla, que fue mía en la oscuridad.
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Nov 10, 2015
Nov 10, 2015 at 10:45 PM UTC
en la oscuridad
bajo la aparente obscuridad, el rojo nacarado de tus labios, me otorgo tu luz entre los mustios y ciegos besos de fuego, tu absorbiste mi obscuridad no hubo magia, fue, solo eso, dos entes oscuros, absorbiendo luz, una bestia con cabeza de loewe, azolado y atormentado, por su dolor. entre la perdida y el desdén, y con el deseo, pegados en su piel. la luz en la oscuridad absoluta, años buscando esa piel de seda, aquellos labios dulces como miel esos labios sedosos y olorosos, de una sombra hermosa,  una leona en la oscuridad y quien sabrá, solo la oscuridad, sobre esa piel de seda, que otorgo luz en una noche oscura. un loewe cualquiera, el descendiente, perdido, buscando la manera, y aquella piel de seda, de  miel oro y fuego. un *** perdido en la sombra, buscando aquella piel de seda, que como gracia divina, o como favor de dioses amigos. me encontró,  atrapo y amo en la sombra, justo antes del amanecer, dando vida, al corazón ennegrecido y el influjo de vida, de fuerza, para resistir a mis embates, controlándose tierna mente sin asustarse de mis rugidos, solo el fuego hermoso que me dio con sus labios nacarados con sus labios de mujer, una fiera hermosa con piel de seda, perfumada, y hermosa, una musa en la sombra resistiendo tierna mente a los embates, de la bestia sedienta de su **** de su sangre besando su piel milímetro a milímetro. aquella sombra hermosa, con piel de seda labios nacarados, resistió, aunque solo deseaba yacer junto a esta bestia, sedienta de su cuerpo, sus labios,sus piernas infinitas, su **** de muer hermosa, la bella y dulce leoncilla, que fue mía en la oscuridad.
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Dovrei essere proprio come te, Cuore di ghiaccio nero, Sii gentile, Un amico, come creare un'illusione, nella tua mente, sii vicino, fingi di essere reale, un modo per conoscere, i tuoi sogni, i tuoi piani, la tua prossima mossa , Quando vedo le tue aspirazioni, che ti portano avanti, Essendo un maestro manipolatore, come te, pianificherò astutamente la tua caduta, come un giullare, ridendo con la folla, che sono convinto che tu sia sempre stato, nient'altro che quello di un immutabile intimidito. Sei davvero solo un codardo, hai paura di qualcuno, fai solo uno sforzo per fare ciò che è meglio, hai paura di qualcuno, che non è nemmeno una minaccia per te, o per la posizione che occupi. Dimostra la tua superiorità, fiducia in te stesso, essendo orgogliosamente audace! Il tuo orgoglio, la tua arroganza, la tua ignoranza, la tua cecità e la tua ipocrisia... NO, non potrei mai essere come te, rovinando gli altri come fai tu, pensavo di essere lo sciocco, ora vedo, ora ** pace. Quindi prego sinceramente. "Dio apri il suo cuore, per accettare la tua grazia straordinaria, attraverso di te, conosceremo entrambi la nostra parte, il nostro posto, e se non presto, allora in Paradiso, avremo un'eternità da rifare. "Sì, ti amo sorella mia in Cristo! - VenJencie Ⓒ Autore Ven J. Arnold
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Nov 10, 2021
Nov 10, 2021 at 11:26 PM UTC
Non potrei mai essere come te
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso sei un granello di colpa anche agli occhi di Dio malgrado le tue sante guerre per l'emancipazione. Spaccarono la tua bellezza e rimane uno scheletro d'amore che però grida ancora vendetta e soltanto tu riesci ancora a piangere, poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli, poi ti volti e non sai ancora dire e taci meravigliata e allora diventi grande come la terra.
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A tutte le donne
Pero si ya pagamos nuestros pasajes en este mundo por qué, por qué no nos dejan sentarnos y comer? Queremos mirar las nubes, queremos tomar el sol y oler la sal, francamente no se trata de molestar a nadie, es tan sencillo: somos pasajeros. Todos vamos pasando y el tiempo con nosotros: pasa el mar, se despide la rosa, pasa la tierra por la sombra y por la luz, y ustedes y nosotros pasamos, pasajeros. Entonces, qué les pasa? Por qué andan tan furiosos? A quién andan buscando con revólver? Nosotros no sabíamos que todo lo tenían ocupado, las copas, los asientos, las camas, los espejos, el mar, el vino, el cielo. Ahora resulta que no tenemos mesa. No puede ser, pensamos. No pueden convencernos. Estaba oscuro cuando llenamos al barco. Estábamos desnudos. Todos llegábamos del mismo sitio. Todos veníamos de mujer y de hombre. Todos tuvimos hambre y pronto dientes. A todos nos crecieron las manos y los ojos para trabajar y desear lo que existe. Y ahora nos salen con que no podemos, que no hay sitio en el barco, no quieren saludarnos, no quieren jugar con nosotros. Por qué tantas ventajas para ustedes? Quién les dio la cuchara cuando no habían nacido? Aquí no están contentos, así no andan las cosas. No me gusta en el viaje hallar, en los rincones, la tristeza, los ojos sin amor y la boca con hambre. No hay ropa para este creciente otoño y menos, menos, menos para el próximo invierno. Y sin zapatos cómo vamos a dar la vuelta al mundo, a tanta piedra en los caminos? Sin mesa dónde vamos a comer, dónde nos sentaremos si no tenemos silla? Si es una broma triste, decídanse, señores, a terminarla pronto, a hablar en serio ahora. Después el mar es duro. Y llueve sangre.
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El barco
Pero si ya pagamos nuestros pasajes en este mundo por qué, por qué no nos dejan sentarnos y comer? Queremos mirar las nubes, queremos tomar el sol y oler la sal, francamente no se trata de molestar a nadie, es tan sencillo: somos pasajeros. Todos vamos pasando y el tiempo con nosotros: pasa el mar, se despide la rosa, pasa la tierra por la sombra y por la luz, y ustedes y nosotros pasamos, pasajeros. Entonces, qué les pasa? Por qué andan tan furiosos? A quién andan buscando con revólver? Nosotros no sabíamos que todo lo tenían ocupado, las copas, los asientos, las camas, los espejos, el mar, el vino, el cielo. Ahora resulta que no tenemos mesa. No puede ser, pensamos. No pueden convencernos. Estaba oscuro cuando llenamos al barco. Estábamos desnudos. Todos llegábamos del mismo sitio. Todos veníamos de mujer y de hombre. Todos tuvimos hambre y pronto dientes. A todos nos crecieron las manos y los ojos para trabajar y desear lo que existe. Y ahora nos salen con que no podemos, que no hay sitio en el barco, no quieren saludarnos, no quieren jugar con nosotros. Por qué tantas ventajas para ustedes? Quién les dio la cuchara cuando no habían nacido? Aquí no están contentos, así no andan las cosas. No me gusta en el viaje hallar, en los rincones, la tristeza, los ojos sin amor y la boca con hambre. No hay ropa para este creciente otoño y menos, menos, menos para el próximo invierno. Y sin zapatos cómo vamos a dar la vuelta al mundo, a tanta piedra en los caminos? Sin mesa dónde vamos a comer, dónde nos sentaremos si no tenemos silla? Si es una broma triste, decídanse, señores, a terminarla pronto, a hablar en serio ahora. Después el mar es duro. Y llueve sangre.
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No cabe gozo más grande ni mayor satisfacción que poder parir a un hijo para darle nuestro amor. Te expones a perder la vida, a sufrir un gran dolor, pero nada nos importa, solo cuenta nuestro amor. Amor hacia esa criatura que queremos con pasión, y es tanto lo que la quieres que perderías la razón si algo malo le ocurre o si simplemente enfermó. Le ves como va creciendo, lo mimas y con razón, se ha convertido en un hombre o en mujer si no es varón, hace poco se casó ¿su pareja? un amor. Pero todo va cambiando, para tu pena y dolor, y ese hijo al que tu amas, Poco a poco se olvidó de que tú eres su madre,! la madre que lo parió!, la que expuso así su vida y le dio todo su amor, la que le cuidó de niño, la que siempre le mimó, la que él ahora no escucha, de la que ya se olvidó, de la que ya no le importa si vive, o si de pena murió. Mas con lágrimas en los ojos, esta pregunta hago yo: De que materia es el hijo que a su madre renunció, que le negó su cariño y a la que nunca escuchó, a la que poco a poquito hasta la vida quitó. Pero a pesar del dolor y de la gran decepción, ¡Gracias le doy a la vida y Gracias a nuestro señor , porque por cada hijo de estos , de los Buenos hay un millón! Con cariño y admiración para todos aquellos hijos que aman a su madre con todo su corazón.
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El dolor de una madre: