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Italian Diego Scarca è nato a Pinerolo (Torino) nel 1959. / È autore di diversi studi critici tra cui L’albero della civiltà. Primitivismo e utopia in Francia tra Sette e Ottocento (Ginevra, Slatkine, 1990) e Agli antipodi dell’Occidente. Letteratura di viaggio e antropologia. 1789-1815 (Parigi, Champion, 1995). / Ha esordito come romanziere con Scherzo parigino (Edizioni Angolo Manzoni, 2006), la cui prima stesura risale al 1989. In seguito ha pubblicato, nella collana Poesia delle Edizioni Angolo Manzoni, la silloge Architetture del vuoto (2007) e, più di recente, Quando ti trovi in città ad agosto… Frammenti di un monologo al femminile. Nel 2008 è apparso il suo secondo romanzo: Lettere a Mefistofele. / / Il suo blog letterario: / / http://circeo59.wordpress.com
Adesso, nella calma, si vedon muovere i pali della luce, i fogli di carta sui recinti di legno dei cantieri. Un’altra volta c’era stato il commento degli arabi, dei negri. In un vecchio vano della casa, le povere braccia, le gambe lunghe e magre legate, incominciano i racconti. E si urtano gli oggetti finiti sul fondo della strada, mentre, per errore, un fruscìo dei rami avverte chi vi cammina o da una griglia esala ancora l’odore tiepido dell’umidità. Si dissolve il colore dalle pianure disegnate nel sonno dell’umanità. Le creste delle piante viste d’improvviso da un punto oscuro ravvicinate, mute, perché si possieda in alto qualche luce della quiete?
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Dec 25, 2010
Dec 25, 2010 at 1:29 PM UTC
Adesso, nella calma...
Nevica a Parigi sugli alberi di carta, sugli addobbi di Natale sgonfi, sui bambini di plastica e sui castelli di latta. Nevica a Parigi una neve fiacca che s’incolla ai cappotti della gente che si trascina per strada con aria distratta. Nevica nei caffè, attraverso i vetri, sui boulevards deserti e sui nostri sguardi tetri. Si colorano di bianco la cupola dell’albergo di lusso, il tettuccio dell’edicola senza giornali, il carretto delle castagne arrosto, il marciapiede su cui scivola una dama e cerca un cantuccio il barbone. Nevica a Parigi, senza ragione, sulle donne e sugli uomini. *** Nevica nei grandi magazzini, nelle chiese vuote e nelle nostre stanze. Sulle autostrade inondate di fango che corrono sopra la città, sulle scarpate coperte d’immondizia e sulle nostre frasi lasciate a metà. Nevica a Parigi sulla terra del parco in cui non attecchirà più l’erba, sulla nostra visione acerba delle cose. Nevica a Parigi come per illusione. *** Nevica perché non ha nessun senso che nevichi, perché siamo in inverno ma non è detto che torni il bel tempo. Nevica sul cemento di chi ha avuto il coraggio di costruire i grattacieli per i grandi e le cabine di comando per gli uomini d’affari dagli occhi stanchi. *** Nevica sui ghetti e sulle città satelliti, sulle lampade al neon dei luna park abbandonati. Nevica, in televisione e al cinema, per i negri, i bianchi, le persone sole e gli alcolizzati. Nevica e le cose si perdono in un pulviscolo. Da un vicolo sbuca un autobus senza autista, da un altro una carrozza trainata da elefanti. In un carosello di fiocchi di neve impazziscono le immagini. Nevica a Parigi sui camposanti. *** Nevica nei bordelli e nelle bettole, nei salotti alla moda, nei negozi degli antiquari e nei quadri che i pittori non hanno fatto a tempo a terminare… Nevica sugli operai stanchi di non lavorare, sulle matrone che si abbandonano alle braccia dei drogati. Nevica sugli ospedali e sugli ammalati. *** Nevica sugli aeroplani e sulla notte, sulle navi e sul vento, sull’eco delle stragi, sul pianto dei feriti e sul rantolo dei moribondi. Nevica a Parigi sul tempo che finisce in un’esplosione di secondi. *** Nevica sulla neve e nevicherà ancora. E’ una neve che a tratti ci sferza e a tratti ci ignora. E’ una neve che spazza via tutto, una neve spietata. Perché a Parigi da oggi nevica nella nostra mente annebbiata.
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Dec 2, 2010
Dec 2, 2010 at 3:04 PM UTC
Nevica a Parigi...
Nevica a Parigi sugli alberi di carta, sugli addobbi di Natale sgonfi, sui bambini di plastica e sui castelli di latta. Nevica a Parigi una neve fiacca che s’incolla ai cappotti della gente che si trascina per strada con aria distratta. Nevica nei caffè, attraverso i vetri, sui boulevards deserti e sui nostri sguardi tetri. Si colorano di bianco la cupola dell’albergo di lusso, il tettuccio dell’edicola senza giornali, il carretto delle castagne arrosto, il marciapiede su cui scivola una dama e cerca un cantuccio il barbone. Nevica a Parigi, senza ragione, sulle donne e sugli uomini. *** Nevica nei grandi magazzini, nelle chiese vuote e nelle nostre stanze. Sulle autostrade inondate di fango che corrono sopra la città, sulle scarpate coperte d’immondizia e sulle nostre frasi lasciate a metà. Nevica a Parigi sulla terra del parco in cui non attecchirà più l’erba, sulla nostra visione acerba delle cose. Nevica a Parigi come per illusione. *** Nevica perché non ha nessun senso che nevichi, perché siamo in inverno ma non è detto che torni il bel tempo. Nevica sul cemento di chi ha avuto il coraggio di costruire i grattacieli per i grandi e le cabine di comando per gli uomini d’affari dagli occhi stanchi. *** Nevica sui ghetti e sulle città satelliti, sulle lampade al neon dei luna park abbandonati. Nevica, in televisione e al cinema, per i negri, i bianchi, le persone sole e gli alcolizzati. Nevica e le cose si perdono in un pulviscolo. Da un vicolo sbuca un autobus senza autista, da un altro una carrozza trainata da elefanti. In un carosello di fiocchi di neve impazziscono le immagini. Nevica a Parigi sui camposanti. *** Nevica nei bordelli e nelle bettole, nei salotti alla moda, nei negozi degli antiquari e nei quadri che i pittori non hanno fatto a tempo a terminare… Nevica sugli operai stanchi di non lavorare, sulle matrone che si abbandonano alle braccia dei drogati. Nevica sugli ospedali e sugli ammalati. *** Nevica sugli aeroplani e sulla notte, sulle navi e sul vento, sull’eco delle stragi, sul pianto dei feriti e sul rantolo dei moribondi. Nevica a Parigi sul tempo che finisce in un’esplosione di secondi. *** Nevica sulla neve e nevicherà ancora. E’ una neve che a tratti ci sferza e a tratti ci ignora. E’ una neve che spazza via tutto, una neve spietata. Perché a Parigi da oggi nevica nella nostra mente annebbiata.
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Forse più di lei quel che resta è la sagoma che compone le cose riversa nel vetro d’una finestra, presa per un reale abbandono. Questo è il tempo. Dove finisce il suono s’avviano le luci di due fari che sollevano dal fondo notturno del viale il parto torbido della terra: questo fumo d’infinita ragione. Il passo di chi fiancheggia l’auto e bisbiglia all’orecchio del conducente la strada di un cortile dove siede, assente, il corpo inerte di un padrone. Si spalanca su una corte l’assottigliato riverbero dei vetri. Assiepata città di vani incerti sulla fine. Se ne va l’immobile foschia con un tremore sconnesso. Forse di lei quel che s’appresta è una lenta agonia.
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Jul 9, 2010
Jul 9, 2010 at 12:32 PM UTC
Forse più di lei quel che resta...
Quando la sera scende sulle nostre spalle come un manto che non avremmo voluto portare, non chiedermi di cercarti, non chiedermi d'amare. Quando la sera ci inietta nelle vene la droga che ci fa tremare, come una carezza perduta, l'amore che avremmo dovuto amare, lasciami vagabondare per le vie in salita, lasciami sbattere la testa contro un muro, lasciami insicuro, ubriaco, contento di sbagliare. Quando la sera scende sulle nostre spalle in un minuto nel quale non ci saremmo voluti tuffare, non chiedermi di tornare. Lascia che come volute di fumo, come esalazioni nerastre, le tenebre mi avviluppino e mi s'offuschi la vista. Che come un cane fiuti la mia pista e con la morte giochi a scacchi la mia partita. Che un tossicomane m'abbagli, che una prostituta o un pederasta m'accostino, che una donna che credevo morta mi chieda aiuto dall'oltretomba, da un'altra vita. Quando la sera scende sui nostri sbagli come dita che sentiamo chiudersi in una stretta, come il viaggio che non avremmo voluto fare, come le cose a cui abbiam dovuto rinunciare troppo in fretta, come tutte le altre sere, come ogni sera, la stessa fitta, la stessa febbre, un'euforia smarrita... Quando la sera come un manto scende sulla nostra vita, lascia che questo manto io non lo sopporti, lascia che cerchi di scrollarmelo di dosso, lascia che a più non posso io mi metta a gridare.
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Mar 31, 2010
Mar 31, 2010 at 12:43 PM UTC
Quando la sera scende sulle nostre spalle...
Alla voce della persona, ignorata, non risponde che uno stesso sfondo di suono paziente, vuoto. Con gesti circospetti non si fermano gli oggetti lasciati in un punto. C'è stato un giorno qualsiasi, un avvenimento banale: qualcuno che dormiva nelle camere di fianco mentre si parlava. E continuan le abitudini. Sul cortile riposano la nera facciata e gli archi dei terrazzi. Da un angolo proviene una vampata di terrore. S'arresta il rumore dei fili della luce sbattuti. S'apre una corta reminiscenza. Nello stesso spazio occupato prima da un senso strano ora è un cemento d'angoscia. Sul parapetto del muro di fronte cade qualcosa, poi si muove un animale nel fondo. Arriveranno altri perduti dettagli, si sentirà l'assenza. Quando dal vicolo si scorge un'altra spoglia di ringhiera e una parvenza di passi sulla ghiaia, come un pazzo risvolto, si ripete, nel grembo dell'essere t'assale, senza speranza, un incontrastato malessere così forte che il tempo appare nella posa arrogante degli oggetti. Oltre la scarpata, piani di terra asciutta, martoriata, i campi dove si tuffi l'acqua di motori accesi nella notte e, dietro, il mare. E' un disuguale accorgersi delle distanze. A volte si sostiene per ore un manto di oscurità feroce intorno ad una statua. Poi non resta che il dissapore per aver inteso domandare pietà da un'inutile voce.
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Feb 19, 2010
Feb 19, 2010 at 4:38 PM UTC
Alla voce della persona ignorata...
***** io vorrei che tu, mio padre ed io ci potessimo rivedere e dimenticassimo per mezz'ora la città che ci ignora, la città che ci separa. ***** tu non sai come io vorrei che per un momento si potesse stare insieme ad ascoltare il vento che scuote le foglie del frutteto di mio padre sotto il cielo che stanotte è una lastra di vetro. Seduti intorno a un fuoco o sotto un pergolato di rami a guardarci negli occhi come se con gli occhi noi potessimo parlare, mentre lontani si odono i rintocchi di una campana e si perde nella notte l'abbaiare dei cani. ***** la nostra vita è disumana. ***** tu non sai che cosa non darei perché per un momento si potesse stare insieme ad osservare le stelle del firmamento che brillano stanotte come se brillassero per la prima volta. Io vorrei, ***** che la nostra vita fosse ad una svolta, che si mettessero da parte i dubbi, i sospetti, e che insieme ci mettessimo a rileggere, perché no, i sonetti del Petrarca e a declamarli ad alta voce lungo un viale di pioppi, sotto la luna che ci rischiara, come se nel mondo noi non fossimo sconfitti, come se non ci dessero per morti, come se i nostri versi nella notte risuonassero più forti perché li abbiam riscritti. Come se tu, mio padre ed io, ***** noi non fossimo dei derelitti.
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Dec 31, 2009
Dec 31, 2009 at 9:32 PM UTC
***** io vorrei che tu, mio padre ed io...